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Ma sono io che devo chiederti scusa, perché ti disturbo per affarucci senza importanza». Rumata rimaneva seduto, mentre tutti gli altri stavano in piedi ad ascoltarlo.

«Succede che io abbia bisogno di un tuo consiglio… Puoi sederti».

Waga s’inchinò di nuovo e si sedette.

«Questo è quanto sono venuto a dirti» continuò Rumata. «Tre giorni fa dovevo incontrare un mio amico, un gentiluomo di Irukan, in Piazza delle Spade Pesanti. Non ci siamo incontrati. E scomparso. Ma so con sicurezza che ha attraversato sano e salvo il confine irukano. Forse potresti sapere qualcosa di più sul suo destino».

Per molto tempo Waga non rispose. I banditi continuavano a schiarirsi la gola, sospirando profondamente. Infine anche Waga si schiarì la gola.

«No, signore» disse. «Non sappiamo niente di questa faccenda».

Rumata si alzò immediatamente in piedi.

«Grazie, amico mio» disse. Poi andò verso il banco in mezzo alla stanza e vi appoggiò un sacchetto di cuoio con dieci monete doro. «Lo lascio qui con la seguente richiesta: se doveste venire a conoscenza di qualcosa, per favore fatemelo sapere». Si toccò il berretto. «Addio».

Appena prima di aprire la porta si fermò di nuovo, si voltò e disse con noncuranza: «Avete detto qualcosa a proposito di certi studiosi. Mi è venuta in mente una cosa.

Ho la sensazione che il Re di Arkanar non riuscirà ad arrestare nessun vero topo di biblioteca, anche se dovesse provarci per un mese. E io devo fondare un’università nella capitale. Là ho fatto un voto, una volta, quando sono andato a farmi curare dalla peste. Perciò, se doveste catturare qualche topo di biblioteca, fatemelo sapere prima di avvertire Don Reba. Forse potrebbe farmi comodo per la mia università».

«Vi costerà molto caro» l’avvertì Waga in tono mellifluo. «La merce è difficilmente reperibile».

«Ma il mio onore è ancora più caro» sentenziò Rumata, uscendo.

Capitolo III

Sarebbe molto interessante» pensava Rumata «catturare questo Waga e portarlo sulla Terra. Tecnicamente, non sarebbe affatto difficile, tutt’altro. Ma cosa farebbe sulla Terra?» Cercò di immaginarlo. «Getta un peloso ragno gigante in una stanza illuminata con pareti lucide e aria condizionata profumata di pino o di brezza marina, e il ragno si appiattirà sul pavimento, storcerà i suoi occhietti malvagi e febbrili e striscerà lateralmente verso l’angolino più lontano. Che altro potrebbe fare? Poi si raggomitolerà scoprendo minacciosamente le mandibole velenose. Per prima cosa Waga cercherebbe la compagnia dei disadattati e degli emarginati. Ma sicuramente anche il contestatore più stupido della Terra sarebbe troppo puro per Waga, e quindi inadatto ai suoi scopi. Il vecchio deperirebbe. Forse si spegnerebbe addirittura. Ma chi può sapere com’è veramente? Ecco la vera difficoltà di tutta la questione. La psiche di questi mostri assomiglia a una foresta buia. Santo dio! È molto più complicato raccapezzarsi con loro che con le civiltà non umanoidi. Si possono spiegare tutte le loro azioni, ma è terribilmente difficile prevederle. Sì, c’è un’effettiva possibilità che Waga muoia di dispiacere. Forse però potrebbe anche guardarsi intorno, adattarsi in qualche modo, capire velocemente come funzionano le cose e poi vivere in una riserva naturale, come uno spirito dei boschi. È assolutamente improbabile che non abbia nemmeno una piccola passione insignificante, qualche interesse che qui è solo marginale ma che sulla Terra potrebbe diventare il centro della sua esistenza. Mi sembra che gli piacciano i gatti. Dicono che ne abbia un esercito nella Foresta del Singhiozzo, e che tenga appositamente un servo per prendersi cura di loro. E Waga gli dà uno stipendio malgrado la sua reputazione di vecchio avaro, anche se potrebbe costringerlo con lusinghe e minacce. Ma non riesco a immaginare che cosa potrebbe fare sulla Terra, con la sua incredibile avidità di potere!» Rumata si fermò davanti a una taverna. Stava per entrare quando si accorse che gli mancava un sacchetto di monete. Rimase sulla porta, perplesso. Non sarebbe mai riuscito ad abituarsi a queste cose, anche se non era la prima volta che accadeva. Si frugò nelle tasche per un bel po’. Aveva portato con sé tre sacchetti con dieci monete d’oro.

Uno l’aveva dato a Padre Kin, il procuratore, e l’altro a Waga. Il terzo sacchetto era sparito. Le tasche erano vuote. Dalla gamba sinistra dei pantaloni erano stati tagliati via accuratamente tutti i fermagli d’oro, e gli mancava il pugnale che teneva appeso alla cintura.

Improvvisamente notò poco lontano due Sturmovik che lo fissavano, sorridendo beffardi. Per quanto riguardava il membro e collaboratore dell’Istituto di Storia Sperimentale potevano andare all’inferno, ma il gentiluomo andò su tutte le furie. Per un attimo perse il controllo di sé. Andò verso di loro e sollevò la mano, che in qualche modo si era stretta spontaneamente a pugno. Evidentemente, anche il suo viso doveva aver cambiato espressione perché i due soldati rimasero impietriti e poi, terrorizzati, si rifugiarono nella taverna. Rumata era spaventato. Solo una volta, prima di allora, si era sentito così male, quando, all’epoca in cui era astronauta di riserva, aveva riconosciuto i primi sintomi della malaria. Nessuno riusciva a capire come mai la malattia si fosse manifestata così improvvisamente, e due ore più tardi era già guarito e dimesso con qualche parola buona e qualche battuta. Ma non era mai riuscito a dimenticare il trauma: lui che non era mai stato malato in vita sua, aveva avuto l’impressione che dentro il suo corpo qualcosa si stesse disgregando; si stesse gradualmente disfacendo e che lui non potesse controllarlo più.

«Non volevo farlo» pensava, lì sulla porta della taverna. «Non mi sarebbe mai passato per la testa. Non avevano fatto niente di particolare, dopotutto…

«Stavano là e ghignavano, scoprendo i denti… Ammetto che era un ghigno idiota, ma anch’io devo essere sembrato un po’ stupido a frugarmi nelle tasche in quel modo.

Stavo per farli a pezzi! E se non fossero scappati li avrei uccisi!» Si ricordò di una recente scommessa: aveva preso un manichino protetto da una doppia corazza soaniana e lo aveva tagliato a metà dalla testa ai piedi con la spada. A quel pensiero un brivido gli percorse la schiena. Ora i due Grigi sarebbero potuti giacere a terra in una pozza di sangue, infilzati come maiali, mentre lui sarebbe rimasto lì con la spada in mano senza sapere che cosa fare… «Proprio un vero dio! Sei diventato una bestia!» Improvvisamente tutti i muscoli cominciarono a dolergli come se avesse fatto chissà quale sforzo fisico. «Su, su» si disse. Dopotutto, non era così terribile. Era tutto finito.

Questione di un attimo. Come un lampo che sparisce immediatamente. «Malgrado tutto sono un essere umano, perciò dentro di me ci dev’essere anche una parte di bestialità. Sono i nervi. I nervi e la tensione degli ultimi giorni. La cosa peggiore, comunque, è la sensazione di un’ombra che si sta avvicinando. Non sai che cosa sia, a chi appartenga, ma continua ad avvicinarsi e non si può fermarla…» Quella sensazione di ineluttabilità pervadeva tutto. Si percepiva nel fatto che gli Sturmovik, che fino a poco tempo prima si nascondevano vigliaccamente nelle loro baracche, ora marciavano tronfi in mezzo alle strade, cosa permessa solo ai nobili. E nel fatto che dalla città erano scomparsi cantastorie, menestrelli, danzatori, acrobati.

Nel fatto che i cittadini non cantavano più canzoni di argomento politico, erano diventati serissimi e sapevano sempre con certezza assoluta che cosa era bene per lo Stato. Nel fatto che il porto fosse stato chiuso improvvisamente e senza spiegazioni.

Nel fatto che le «folle indignate» avessero distrutto tutte le botteghe dei rigattieri, gli unici luoghi in tutto il regno in cui fosse ancora possibile comprare o farsi prestare libri e manoscritti in tutte le lingue, anche quelle morte dei nativi che vivevano dall’altra parte del golfo. Nel fatto che il simbolo della città, la torre luminosa dell’Osservatorio, si ergesse nel cielo come un dente nero e cariato: era stata bruciata da «un’esplosione accidentale». Nel fatto che il consumo di alcol fosse quadruplicato in due anni. Nel fatto che i contadini vessati e terrorizzati si seppellissero nelle cantine dei loro tuguri e non osassero uscirne neppure per svolgere i più indispensabili lavori nei campi. E infine, nel fatto che quella vecchia poiana di Waga Koleso avesse trasferito in città il suo quartier generale. Evidentemente doveva aver fiutato qualche ricca possibilità di bottino.