«È quanto abbiamo già fatto una volta, naturalmente, quando ci siamo serviti dell’atmosfera di Giove per rallentare la nostra velocità e metterci in orbita intorno al pianeta. Questa volta non arriveremo così vicini ad esso… ma soltanto poco di meno.
«La prima accensione dei propulsori, quassù sull’orbita di Io che dista da Giove trecentocinquantamila chilometri, ridurrà la nostra velocità per cui cadremo verso Giove e ne sfioreremo l’atmosfera. Poi, quando ci troveremo nel punto di massimo avvicinamento, consumeremo il propellente il più rapidamente possibile per aumentare la velocità e inserire la Leonov nell’orbita di ritorno verso la Terra.
«Qual è lo scopo di una manovra così pazzesca? Può essere dimostrato soltanto da calcoli estremamente complessi, ma ritengo che il principio fondamentale possa essere reso del tutto manifesto.
«Consentendo a noi stessi di cadere nell’enorme campo gravitazionale di Giove, acquisteremo velocità… e di conseguenza energia. Quando parlo al plurale, mi riferisco alle astronavi e al propellente che hanno a bordo.
«E noi consumeremo il propellente proprio là — nel fondo del «pozzo di gravità» di Giove — non lo risolleveremo più. Scaturendo dai nostri propulsori a reazione, esso condividerà con noi parte dell’energia cinetica che avrà acquisito. Indirettamente, avremo attinto alla gravità di Giove, affinché ci faccia accelerare per il ritorno alla Terra. Come ci siamo serviti dell’atmosfera gioviana per liberarci della velocità in eccesso all’arrivo. Questo è uno dei rari casi nei quali Madre Natura di solito così frugale ci consente entrambe le possibilità…
«Grazie a questa triplice spinta il propellente della Discovery, il proprio, e la gravità di Giove la Leonov si dirigerà verso il Sole lungo una iperbole che la riporterà sulla Terra cinque mesi dopo. Almeno due mesi prima di quanto avremmo potuto altrimenti raggiungerla.
«Vi domanderete senza dubbio che cosa sarà della cara, vecchia Discovery. Ovviamente non possiamo riportarla sulla Terra grazie al controllo automatico, come avevamo previsto. Senza propellente sarà indifesa.
«Ma assolutamente al sicuro. Continuerà a ruotare intorno a Giove lungo una ellisse estremamente allungata, simile ad una cometa presa in trappola. E forse, un giorno, qualche futura spedizione riuscirà ad avvicinarla una seconda volta, con propellente in più a sufficienza per ricondurla sulla Terra. Tuttavia questo non accadrà, senza dubbio, per molti anni ancora.
«E adesso dobbiamo prepararci alla partenza. V’è ancora molto lavoro da sbrigare, e non potremo riposarci prima che quell’ultima accensione dei propulsori ci abbia spinti verso l’orbita del ritorno.
«Non ci dispiacerà andarcene, anche se non abbiamo raggiunto tutti i nostri scopi. Il mistero — forse la minaccia — della scomparsa del Grande Fratello continua ad assillarci, ma, a questo riguardo, non possiamo far niente.
«Abbiamo fatto del nostro meglio… e stiamo per tornare.
«Qui Heywood Floyd, che si congeda da voi.»
Seguì uno scroscio di ironici battimani da parte del suo piccolo pubblico, che si sarebbe moltiplicato di parecchi milioni di volte quando la trasmissione fosse stata captata sulla Terra.
«Non mi stavo rivolgendo a voi» esclamò Floyd, lievemente imbarazzato. «In ogni modo non volevo che ascoltaste.»
«Ha parlato con la sua consueta competenza, Heywood» disse Tanya, consolante. «E, ne sono certa, noi tutti concordiamo con ogni cosa che ha detto alla gente sulla Terra.»
«Non proprio con ogni cosa» disse una voce esile, e talmente sommessa che gli altri dovettero tendere le orecchie per udire bene. «Esiste ancora un problema.»
Nel locale delle osservazioni calò all’improvviso un grande silenzio. Per la prima volta dopo settimane, Floyd divenne consapevole del lieve pulsare del condotto principale dell’aria, nonché del ronzìo intermittente che sarebbe potuto essere prodotto da una vespa intrappolata dietro uno dei pannelli delle pareti.
La Leonov, come tutte le astronavi, era piena di tali suoni a volte inesplicabili, che venivano notati di rado, tranne quando cessavano. In questi casi era di solito una buona idea cominciare a indagare senza indugi.
«Non mi risulta che esista alcun problema, Chandra» disse Tanya. «Quale potrebbe essere?»
«Ho impiegato queste ultime settimane preparando Hal al volo di ritorno sulla Terra lungo orbite della durata di mille giorni. Ora tutti questi programmi dovranno essere scartati.»
«Ne siamo spiacenti» rispose Tanya «ma, tenuto conto di come si sono messe le cose, senza dubbio è di gran lunga meglio…»
«Non è questo che intendevo» disse Chandra. Tutti si stupirono; mai, prima di allora, egli aveva interrotto qualcuno e, meno di ogni altro, Tanya.
«Sappiamo quanto è sensibile Hal agli scopi della missione» continuò lui, nel silenzio colmo di aspettativa che seguì. «Ora mi chiedete di dargli un programma che potrebbe causare la sua distruzione. È vero, il piano attuale porrà la Discovery su un’orbita stabile — ma, se quell’avvenimento ha un qualche valore, che cosa accadrà in ultimo all’astronave? Non lo sappiamo, naturalmente… però la prospettiva ci ha spaventati al punto di fuggire. Avete tenuto conto della reazione di Hal a questa situazione?»
«Sta sostenendo seriamente» domandò Tanya, molto adagio «che Hal potrebbe rifiutarsi di ubbidire agli ordini… proprio come nella missione precedente?»
«Non è questo che accadde l’ultima volta. Hal fece del suo meglio per interpretare ordini contrastanti.»
«Questa volta non vi sarà alcun contrasto. La situazione è perfettamente chiara.»
«Per noi, forse. Ma una delle direttive fondamentali date ad Hal è quella di tenere la Discovery lontana dal pericolo. Noi tenteremo di fargliela ignorare. E, in un sistema complicato come quello di Hal, è impossibile prevedere tutte le conseguenze.»
«Non vedo alcuna difficoltà» intervenne Sascia. «Ci limiteremo a non dirgli che esiste un qualsiasi pericolo. Dopodiché il computer non potrà avere riserve concernenti l’attuazione del programma.»
«Fare da babysitter a un calcolatore psicotico» mormorò Curnow. «Mi sembra di far parte di un videodramma fantascientifico di seconda categoria.»
Il dottor Chandra gli scoccò un’occhiata ostile.
«Chandra» domandò Tanya, a un tratto, «ha mai parlato di questo con Hal?»
«No.»
Vi era stata, forse, una lieve esitazione? si domandò Floyd. Sarebbe potuta essere del tutto innocente; Chandra si era forse limitato a controllare la propria memoria. Ma poteva anche darsi che avesse mentito, per quanto la cosa sembrasse improbabile.
«Allora faremo come suggerisce Sascia. Ci limiteremo a caricare il nuovo programma senza dirgli altro.»
«E quando mi interrogherà sul cambiamento di piano?»
«Può farlo… senza un intervento da parte sua?»
«Naturale. La prego di tener presente che Hal venne progettato per essere curioso. Nell’eventualità che l’equipaggio fosse rimasto ucciso, doveva essere in grado di portare a termine una missione utile, di sua iniziativa.»
Tanya rifletté per qualche momento.
«Il problema continua ad essere molto semplice. A lei Hal crederà, non è vero?»
«Senza dubbio.»
«Allora deve dirgli che la Discovery non corre alcun pericolo, e che vi sarà un’altra missione per riportarla sulla Terra a una data successiva.»
«Ma questo non è vero.»
«Non sappiamo se sia falso» ribatté Tanya, e, nella voce di lei, cominciò a insinuarsi un tono spazientito.
«Sospettiamo che esista un grave pericolo, altrimenti non faremmo preparativi per partire prima del previsto.»