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Una volta ripreso il comando dell’astronave, vi era stata, da parte di Bowman, una scoperta spaventosa. Durante la sua assenza, Hal aveva interrotto tutti i sistemi di mantenimento della vita dei tre astronauti ibernati. Bowman rimaneva solo, come non lo era mai stato prima nessun altro uomo nell’intera storia del genere umano.

Altri si sarebbero potuti abbandonare a un’impotente disperazione, ma, a questo punto, Bowman aveva dimostrato come coloro dai quali era stato prescelto avessero scelto bene. Egli era riuscito a mantenere operativa la Discovery e persino a ristabilire contatti intermittenti con il Controllo Missione, orientando l’intera astronave in modo che l’antenna bloccata puntasse verso la Terra.

Percorrendo la preordinata traiettoria, la Discovery aveva infine raggiunto Giove. Là, orbitando tra le lune del gigantesco pianeta, Bowman si era imbattuto in un lastrone nero dalla forma identica a quella del monolito disseppellito nel cratere lunare Tycho ma centinaia di volte più grande. Aveva deciso di uscire in una capsula spaziale per esaminarlo, ed era scomparso lanciando quell’ultimo, sconcertante messaggio: «Mio Dio, è pieno di stelle!»

Ma di questo mistero dovevano occuparsi altri; la suprema preoccupazione del dottor Chandra concerneva Hal. Se esisteva una cosa che la sua mentalità per nulla emotiva odiava, quella cosa era l’incertezza. Egli non sarebbe mai stato soddisfatto finché non avesse accertato la causa del comportamento di Hal. Ancora adesso si rifiutava di definirla un difetto di funzionamento; tutt’al più poteva trattarsi di una «anomalia».

Il minuscolo cubicolo che egli utilizzava come suo sancta sanctorum conteneva soltanto una poltroncina girevole; una consollescrivania e una lavagna ai due lati della quale figuravano due fotografie. Ben pochi appartenenti al volgo sarebbero riusciti a riconoscere i ritratti, ma uno qualsiasi di coloro cui era consentito di entrare nella piccola stanza avrebbe ravvisato all’istante le sembianze di John Von Neumann e di Alan Turing, gli dèi gemelli del pantheon dell’informatica.

Sulla scrivania non v’erano libri e nemmeno fogli di carta e matite. Tutti i volumi di tutte le biblioteche del mondo divenivano immediatamente disponibili a un tocco delle dita di Chandra e lo schermo del computer costituiva il suo album degli schizzi e il suo taccuino. Persino la lavagna veniva impiegata soltanto per i visitatori; l’ultimo diagramma tracciato su di essa, e cancellato in parte, risaliva a tre settimane prima.

Il dottor Chandra accese uno dei puzzolenti sigari che faceva arrivare da Madras e che tutti giustamente ritenevano essere il suo unico vizio. Lo schermo della consollescrivania non veniva mai spento; egli si accertò che non vi stesse apparendo alcuna comunicazione importante, poi parlò al microfono.

«Buongiorno, Sal. Sicché non hai niente di nuovo per me?»

«No, dottor Chandra. E lei ha qualcosa di nuovo per me?»

La voce sarebbe potuta essere quella di qualsiasi colta donna indù che avesse studiato non soltanto nel proprio paese, ma anche negli Stati Uniti. L’accento di Sal non era stato così, inizialmente, ma nel corso degli anni la voce aveva acquisito molte delle intonazioni di Chandra.

Lo scienziato batté un messaggio in codice sulla tastiera, facendo sì che l’accesso alla memoria di Sal venisse tutelato dalle massime misure di sicurezza. Nessuno sapeva che egli parlava in quel modo con il computer, come non avrebbe mai potuto rivolgersi a un essere umano. Non importava se Sal non capiva, in realtà, più di una parte di quanto egli diceva; le risposte del calcolatore erano talmente persuasive che persino l’uomo dal quale era stato creato ne veniva tratto in inganno. Come, d’altronde, desiderava: quelle comunicazioni segrete lo aiutavano a conservare l’equilibrio mentale forse addirittura il senno.

«Mi hai detto molte volte, Sal, che non possiamo risolvere il problema dell’anomalo comportamento di Hal senza un maggior numero di informazioni. Ma come possiamo procurarci tali informazioni?»

«Questo è ovvio. Qualcuno deve tornare sulla Discovery.»

«Precisamente. Sembra ora che questo accadrà, prima di quanto ci aspettassimo.»

«Sono lieto di saperlo.»

«Sapevo che lo saresti stato» rispose Chandra, e lo pensava sul serio. Già da un pezzo aveva rinunciato ad ogni comunicazione con il sempre più esiguo numero di filosofi i quali sostenevano che i computer non potevano provare, in realtà, stati d’animo, ma si limitavano a fingere di provarli.

(«Se lei è in grado di dimostrarmi che non sta fingendo di essere seccato» egli aveva una volta replicato, con scherno, a uno di questi critici «allora la prenderò sul serio.» E, a questo punto, il suo antagonista si era affrettato a simulare l’ira più persuasiva.)

«Voglio ora esplorare un’altra possibilità» continuò Chandra. «La diagnosi costituisce soltanto il primo passo. Il processo sarebbe incompleto se non conducesse alla guarigione.»

«Lei crede che Hal possa essere riportato al funzionamento normale?»

«Lo spero. Non lo so con certezza. Possono esservi danni irreversibili e, senza dubbio, una grave perdita di memoria.»

Si interruppe, cogitabondo, aspirò parecchie boccate poi soffiò fuori abilmente un anello di fumo che fece centro sullo schermo a grande angolazione di Sal. Un essere umano non avrebbe considerato la cosa amichevole; ma era questo uno dei tanti vantaggi dei computer.

«Mi occorre la tua collaborazione, Sal.»

«Naturalmente, dottor Chandra.»

«Possono esservi certi pericoli.»

«Che cosa vuol dire?»

«Mi propongo di disinserire alcuni dei tuoi circuiti, in particolare quelli che concernono le tue funzioni superiori. Ti disturba, questo?»

«Non sono in grado di rispondere alla domanda senza informazioni più specifiche.»

«Benissimo. Consentimi di esprimermi in questo modo, allora. Tu hai funzionato ininterrottamente, non è vero, da quando venisti acceso per la prima volta?»

«Questo è esatto.»

«Ma sai che noi esseri umani non siamo in grado di fare altrettanto. Abbiamo bisogno di sonno… un’interruzione quasi completa del funzionamento della nostra mente, per lo meno a livello conscio.»

«Questo lo so. Ma non lo capisco.»

«Bene, forse stai per provare qualcosa di simile al sonno. Probabilmente accadrà soltanto che trascorrerà del tempo, ma tu non ne sarai consapevole. Quando controllerai il tuo orologio interno, scoprirai che vi sono vuoti nella registrazione del monitor. Tutto qui.»

«Ma lei ha detto che potrebbero esservi pericoli. Quali sono?»

«Esiste una probabilità assai esile che, quando ricollegherò i tuoi circuiti, possa esservi qualche cambiamento nella tua personalità, nelle tue future modalità di comportamento. Potrai sentirti diverso. Non necessariamente migliore o peggiore.»

«Non so che cosa significhi questo.»

«Mi spiace… può non significare alcunché. Quindi non stare a crucciartene. Ora, per favore, apri un nuovo archivio… eccone il nome.» Servendosi della tastiera, Chandra batté: FENICE.

«Sai di che cosa si tratta?» domandò a Sal.

Senza alcuna pausa percettibile il calcolatore rispose: «Vi sono venticinque riferimenti al riguardo nell’attuale enciclopedia.»

«E quale è pertinente secondo te?»

«Il tutore di Achille?»

«Interessante. Ecco una cosa che ignoravo. Tenta ancora.»

«Un uccello favoloso, rinato dalle ceneri della sua vita precedente.»

«Bravissimo. Ora capisci perché l’ho scelto?»