«Non fa un po’ freddo per un bagno in mare?» domandò lui sarcasticamente, con uno strano sorriso sulle labbra.
«Anche se l’aria è fredda, l’acqua è calda e sembrerà ancora più calda», balbettò Mina, con le guance in fiamme.
«Indossi ancora le perle, vedo. Non stanno granché bene con un abito così semplice. Non hai paura di perderle?»
«Il fermaglio è duro, mio signore», rispose Mina. Involontariamente portò la mano alla collana. «Non credo...»
«Perché sei in questo magazzino?» domandò lui, guardandosi attorno.
«Questa parte è più vicina alla riva, mio signore», ribatté Mina. Aveva superato il brutto colpo e adesso incominciava a sentirsi irritata. «Mio signore, sono vostra prigioniera, visto che sentite il bisogno di interrogarmi su dove vado e vengo?»
«Ti ho perduta una volta, Mina», disse tranquillamente Chemosh. «Non voglio perderti di nuovo.»
Mina all’improvviso si sentì sopraffatta dal senso di colpa. «Io sono vostra, mio signore, per sempre, finché...»
«Finché non morirai. Perché tu un giorno morirai, Mina.»
«È vero, mio signore», rispose lei. Lo guardava imbarazzata, domandandosi se non fosse una minaccia.
Lui era opaco, insondabile.
«Fai una bella nuotata, mia cara», disse Chemosh, baciandola sulla guancia.
Mina rimase lì per lunghi istanti dopo che lui se ne fu andato, e con la mano stringeva le perle. Il cuore le veniva meno. La coscienza la rimproverava. Fu sul punto di tornarsene di corsa nella propria camera.
A fare che? A passare le ore camminando su e giù, come aveva fatto nella Torre dell’Alta Magia? A fare la pedina prima di un dio, poi di un altro, poi di un altro, e di un altro ancora. Takhisis, Chemosh, Zeboim, Nuitari... «Che cosa vogliono da me?» domandò Mina, frustrata.
Era sola nel magazzino freddo e vuoto e fissava il buio senza vedere niente. «Non capisco! Io do e do tanto a loro, e loro non mi danno niente in cambio. Oh, loro dicono di sì. Chemosh afferma di avermi dato il potere sui Prediletti, eppure quando vede che io esercito potere su di loro è chiaramente geloso. Zeboim mi regala perle che mi promettono ciò che desidera il mio cuore e queste non mi portano altro che guai. Io non posso compiacere questi dèi. Nessuno di loro! Devo fare qualcosa per me. Per Mina. Devo sapere chi sono io.»
Risoluta, proseguì per la sua strada.
Chemosh le aveva fornito il segreto dei portali magici che consentivano di entrare e uscire dal castello. Mina temeva che lui potesse avere annullato la magia, e provò sollievo quando il portale funzionò e lei poté uscire. Il magazzino si apriva su un cortile pieno di fabbricati annessi fatiscenti. Al di là di questo, un portone nelle mura si apriva su un sentiero che conduceva alla riva. Il portone peraltro non c’era più. Non restavano che listelli di ferro arrugginiti e assi annerite.
Una volta fuori delle mura del castello, Mina si fermò per guardarsi attorno. Non aveva alcuna idea chiara su dove andare a cercare questa grotta. Zeboim le aveva detto soltanto che le perle l’avrebbero guidata. Mina toccò le perle, pensando che avrebbe percepito qualche sensazione o che le balzasse alla mente un’immagine.
Il sole del primo mattino brillava sull’acqua. Il castello era costruito su un promontorio roccioso. Qui, dove si trovava Mina, il litorale si incuneava all’indietro rispetto al promontorio formando un’insenatura che era stata scavata nella roccia ed era contornata da una spiaggia sabbiosa a forma di mezzaluna estesa per circa ottocento metri e terminante su un frangiflutti di pietra che si protendeva nell’acqua. Il frangiflutti su un lato e i dirupi sull’altro fermavano la forza delle onde, cosicché quando giungevano a riva sulla spiaggia rotolavano timidamente sulla sabbia, depositando spuma e alghe.
La sabbia era umida, così come le pareti di roccia retrostanti. Mina (figlia del mare) si rese conto che con l’alta marea la spiaggia si sarebbe trovata sott’acqua. Solo con la bassa marea qualcuno poteva camminare o giocare sulla riva.
Mina passò in rassegna la parete del dirupo e non vide alcuna grotta. Provò un deprimente senso di delusione. Passò le dita sulle perle, l’una dopo l’altra.
Al tatto parevano irregolari... come perle.
Un movimento nel mare al largo attirò il suo sguardo. Una nave solcava il mare: una nave dei minotauri, a giudicare dalle vele dai colori vistosi. Mina guardò con curiosità, pensando che viaggiasse nella sua direzione, poi si rese conto che si stava allontanando rapidamente da lei. Guardò la nave finché non ebbe superato la linea dell’orizzonte e scomparve alla vista.
Mina sospirò e si guardò attorno di nuovo domandandosi che fare. Decise di andare a farsi una nuotata.
Escogitata questa storia, avrebbe fatto meglio ad attenervisi. Chemosh poteva osservarla. Con quel pensiero in mente, diede un’occhiata indietro verso i bastioni del castello. Lui non c’era, oppure se c’era stava attento a non farsi vedere.
Imboccò il sentiero che conduceva giù alla spiaggia. Nel momento in cui vi mise piede, Mina seppe esattamente dove andare. Anche se non aveva mai messo piede su quel sentiero, le pareva di conoscerlo bene come se l’avesse percorso ogni giorno da un anno a questa parte.
Sussurrando delle scuse a Zeboim per avere dubitato di lei, Mina si affrettò a raggiungere la spiaggia. Non sapeva dove stesse andando, eppure sapeva dove si trovasse e sapeva che ogni passo la portava più vicino. Quella sensazione era particolarmente sconcertante.
Mina proseguì, correndo sulla sabbia umida che sentiva salda sotto i piedi. Scrutò le onde, cercando di stabilire se la marea si stesse alzando o abbassando. A giudicare dall’umidità delle rocce, la marea stava crescendo. Con l’alta marea, il livello dell’acqua le sarebbe arrivato almeno fino alle spalle, forse più in su, a seconda del ciclo delle lune.
Mina raggiunse il frangiflutti di pietra ancora senza vedere traccia di una grotta. Si arrampicò su macigni di granito dai margini frastagliati, maledicendo il fatto che le sue scarpe morbide di cuoio non fossero fatte per arrampicarsi sulle rocce.
Sull’altro lato del frangiflutti il litorale si incurvava decisamente. Mina, guardandosi dietro le spalle, non vedeva il castello, e chiunque percorresse le mura del castello non poteva vedere lei.
Oltre il frangiflutti di pietra si estendevano dune di sabbia. In cima il terreno si appiattiva. Probabilmente c’era una strada lassù, una strada che conduceva al castello. Mina avanzò di un passo, diretta verso le dune, e capì subito che quella era la strada sbagliata. Si era persa, non aveva idea di dove si trovasse né di dove stesse andando.
Mina cambiò direzione, ritornando verso i dirupi, e le ritornò la sensazione di trovarsi in un luogo familiare. Proseguì, lasciandosi alle spalle le dune di sabbia e arrampicandosi sul terreno disseminato di pietre, fermandosi ogni tanto per guardare i dirupi, cercando di individuare un’apertura.
Non vedeva niente ma adesso confidava di puntare nella direzione giusta, e proseguì. Era ulteriormente convinta dalle tracce sul terreno indicanti che di recente qualcun altro era venuto da questa parte prima di lei. In un tratto sabbioso vide l’impronta di uno stivale: uno stivale estremamente grande.
Mina incominciò a pensare che avrebbe dovuto portare con sé un’arma. Continuò a camminare, muovendosi con maggiore cautela e tenendo aperti gli occhi e gli orecchi.
La grotta si rivelò tanto ben nascosta che lei la oltrepassò senza saperlo. Solo quando il passo successivo le diede la sensazione deprimente di essersi persa Mina si rese conto di non avere visto il segnale. Si girò e fissò la parete del dirupo, e ancora non riusciva a trovarla.
Finalmente si avventurò attorno a un grosso mucchio di pietre e lì vi era l’ingresso della grotta, mezzo sepolto da una frana. In precedenza la grotta doveva essere stata interamente sepolta, si rese conto Mina, avventurandosi nelle sue vicinanze. Vedeva che i detriti erano stati rimossi, accumulati sui due lati. Quel lavoro era stato fatto di recente, a giudicare dall’apparenza. Il terreno sotto la frana era ancora umido.