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Oscar Valparaiso era stato il principale consulente politico di Bambakias e aveva anche funto da organizzatore della campagna. Tra le spoglie della vittoria, Oscar era riuscito ad assicurarsi in fretta un nuovo incarico. Grazie a un’abile manovra dietro le quinte, Oscar era diventato dal nulla un analista per la Commissione scientifica del Senato. Molto presto, anche il senatore Bambakias sarebbe entrato a far parte di quella commissione.

Dunque Oscar aveva degli obiettivi, una missione, delle tattiche e un futuro. Gli altri non avevano nessuna di queste cose. Oscar lo sapeva. Li conosceva tutti fin troppo bene. Durante i diciotto mesi precedenti, Oscar li aveva reclutati, riuniti, pagati, diretti, adulati e blanditi, amalgamando i loro talenti fino a ricavarne una formidabile unità lavorativa. Aveva affittato degli uffici per loro, aveva chiuso un occhio sui loro conti spese, aveva conferito loro dei ruoli, gestito il loro accesso al candidato, perfino mediato i loro problemi di droga e le loro complicazioni sentimentali. E, infine, li aveva condotti alla vittoria.

Oscar era ancora un centro di potere e così la krew stava istintivamente seguendo la sua scia. Teoricamente erano ‘in vacanza’, professionisti della politica in attesa di trovare un altro lavoro. Ma lo spirito di corpo della krew di Oscar aveva la stessa resistenza di un biscottino della fortuna cinese.

Oscar prese la sua valigetta di cuoio e, dopo una breve riflessione, vi infilò una piccola pistola a spruzzo non letale. Yosh Pelicanos, il factotum di Oscar, gli diede una tessera bancomat. Pelicanos era visibilmente stanco, ancora leggermente stordito dai postumi dei prolungati festeggiamenti, ma era completamente sveglio e all’erta. In quanto vice di Oscar, per Pelicanos era un punto d’onore che si potesse sempre contare su di lui.

«Verrò io con te» mormorò Pelicanos mentre cercava il cappello. «Dammi soltanto il tempo di vestirmi in maniera appropriata.»

«Tu rimani, Yosh» replicò in tono tranquillo Oscar. «Siamo molto lontani da casa. Bada a tenere aperti gli occhi da qui.»

«Allora berrò un caffè.» Pelicanos sbadigliò, usò istintivamente il telecomando per sintonizzarsi su un notiziario trasmesso via satellite, sommergendo uno dei finestrini del pullman sotto un diluvio di dati trasmessi in rete, poi iniziò a cercare la scarpe.

«Verrò io con lei!» insistette Norman in tono allegro. «Andiamo, Oscar, mi lasci venire!» Norman era l’unico volontario rimasto a bordo del pullman. In piena campagna elettorale, la krew di Bambakias aveva contato tre dozzine di volontari, ma tutti gli altri volontari non pagati erano rimasti a Boston. Norman il Volontario, però, un giovanotto iscritto al MIT, aveva continuato a ronzare intorno alla krew come un moscerino, lavorando fanaticamente e sopportando livelli inumani di insulti. La krew si era portata Norman ‘in vacanza’ più per abitudine che per una decisione cosciente.

La portiera si aprì con un forte sospiro di aria compressa. Oscar e Norman uscirono dal pullman per la prima volta in quattro stati. Dopo centinaia di ore trascorse all’interno del veicolo, scendere a terra fu come sbarcare su un altro pianeta. Oscar notò, provando una vaga sorpresa, che i bordi non troppo curati dell’autostrada erano pavimentati con tonnellate di gusci d’ostrica tritati.

Le alte erbacce appiattite dal vento che crescevano lungo il ciglio della strada erano di un colore verde marrone. Il vento soffiava da est, portando con sé il fetore della lontana Sulfur — un fetore bioindustriale, la stessa puzza che avrebbe emanato una distilleria di birra manipolata geneticamente: lieviti affamati che fagocitavano erba falciata di fresco. Sopra le loro teste, uno stormo di aironi bianchi, in formazione a V, migrava stampigliando il cielo nuvoloso. Era la fine del novembre 2044 e la Louisiana sud-occidentale si stava preparando, sia pure a malincuore, all’arrivo dell’inverno. Ma era chiaro che non si trattava dello stesso tipo di inverno a cui era abituato qualsiasi abitante del Massachusetts.

Norman si affrettò a staccare una moto dalla rastrelliera sul retro del pullman. Le moto erano progettate e vendute a Cambridge, Mass., ed erano coperte di etichette del sindacato, di avvisatori elettronici e di adesivi con le istruzioni per il software. Era tipico di Bambakias comprare moto dotate di un numero maggiore di dispositivi intelligenti di quanti non ne possedesse un aereo di linea transcontinentale.

Norman agganciò il sidecar e controllò la batteria. «Mi raccomando, non guidare da spericolato» lo avvertì Oscar entrando nel sidecar e poggiando il cappello sulle ginocchia. Indossarono prudentemente caschi in schiuma, poi imboccarono l’autostrada sulla scia di un camion a motore elettrico.

Norman, come sempre, guidava come un pazzo. Norman era giovane. Non aveva mai guidato alcun veicolo motorizzato che non fosse dotato di sistemi di guida e di equilibrio automatici. Guidava la moto con un’incredibile mancanza di grazia, era come se le sue gambe stessero tentando di risolvere un’equazione algebrica.

Il crepuscolo iniziò a scendere gentilmente sui pini. Il traffico era bloccato per due chilometri dal lato orientale del ponte che attraversava il fiume Sabine. Oscar e Norman proseguirono lungo il ciglio della strada, mentre la moto intelligente e il sidecar viaggiavano sui gusci d’ostrica con disinvoltura cibernetica e un forte scricchiolio. I viaggiatori intrappolati nelle loro auto avevano espressioni stoiche, rassegnate. I professionisti della strada, autobotti dall’aspetto bizzarro che trasportavano prodotti biochimici e grandi camion sudici e maleodoranti che trasportavano pesce, stavano già facendo inversione. Ormai i blocchi stradali erano un avvenimento tristemente comune.

L’ufficio turistico dello stato della Louisiana aveva costruito un centro informazioni sulla riva del fiume, proprio al confine dello stato. Il centro turistico era un struttura tremendamente brutta fatta di mattoni e colonne bianche in falso stile pre-Guerra Civile.

L’edificio era circondato da filo spinato nuovo e affilato come la lama di un rasoio. L’autostrada che conduceva in Texas era completamente bloccata da garitte, barriere a strisce e grappoli non letali di mine a colla e a schiuma.

Sul ciglio della strada, un gigantesco elicottero dipinto di nero era acquattato sui suoi pattini; profondamente bizzarro, sembrava osservare la scena con un’attenzione meccanica. I suoi fari illuminavano a giorno l’asfalto, provocando riflessi bluastri. Il colossale velivolo era armato fino ai denti con un arsenale di armi in dotazione all’esercito degli Stati Uniti. Le vecchie armi aria-terra erano tanto assurdamente complesse e arcaiche che Oscar non riuscì a capire neppure come funzionassero. Si trattava di mitragliatrici che sparavano proiettili esplosivi? O di acceleratori a particelle? O forse di un qualche tipo di arma a raggio? In tutti i casi, somigliavano a un incrocio da incubo tra le zanne di lampreda e una macchina per cucire.

All’interno del bagliore accecante dei fari dell’elicottero, piccole squadre di uomini dell’aeronautica in uniforme blu fermavano e controllavano i veicoli che si apprestavano a lasciare la Louisiana. Gli automobilisti, nella maggior parte dei casi turisti provenienti dal Texas, sembravano piuttosto intimoriti.

Gli uomini dell’aeronautica erano impegnati in una complicata estorsione propiziata dal blocco stradale. Estraevano scatole bianche da trisciò refrigerati e ne mostravano il contenuto ai viaggiatori.

Norman il Volontario era uno studente di ingegneria. Distolse con uno sforzo lo sguardo dal terrificante armamento degli elicotteri. «Credevo che si trattasse di una festa con blocco stradale, come fanno quei motociclisti nomadi in Tennessee» osservò. «Forse faremmo meglio ad andarcene di qui.»

«Ecco Fontenot» replicò Oscar.

Fontenot fece loro cenno di raggiungerlo. Il suo veicolo di ricognizione, un robusto fuoristrada dotato di un motore elettrico, era parcheggiato in bilico sul fossato che correva lungo il ciglio della strada. Il capo della sicurezza della campagna indossava un lungo impermeabile giallo e un paio di jeans sporchi di fango.