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— Avete intenzione di ammazzare qualche fantasma? — chiese Surgenor.

Giyani si guardò la mano, poi guardò Surgenor. — Scusate. Ho l’ordine di non discutere l’operazione con voi. Non c’è niente di personale, Dave, ma se avessimo un mezzo di superficie adatto, voi non sareste neppure qui.

— Però ci sono. E ho voglia di vedere come va a finire.

— Significa che le carte buone sono in mano vostra, vero?

— Non ci avevo pensato. — Surgenor guardò di malumore la distesa di sabbia che scorreva sui visori del modulo, mentre da bianca diventava rosso sangue, man mano che le ultime tracce di luce abbandonavano il cielo ad occidente. Fra pochi minuti sarebbe scesa la tipica notte saladiana: deserto nero e cielo pieno di stelle, così fitte che il normale ordine delle cose pareva sovvertito; la terra era morta, mentre il cielo diventava la sede della vita. Surgenor provò un desiderio acuto di tornare a bordo della Sarafand, di rimettersi in viaggio verso soli lontani.

Il tenente Kelvin si chinò in avanti e chiese a Giyani: — Quand’è che potremo vedere qualcosa?

— Da un momento all’altro, se la previsione del computer è esatta.

— Giyani, impassibile, osservò per un attimo Surgenor, pensando evidentemente se dovesse divulgare le informazioni in suo possesso, poi si strinse nelle spalle. — Secondo le indicazioni geodetiche, circa trecentomila anni fa, in questa zona, vennero eseguite modificazioni negli strati rocciosi, proprio nel periodo in cui i Saladiani costruivano le loro città. Negli ultimi dieci giorni i satelliti-spia hanno avvistato ben sette volte una città, ma non c’è nessuna garanzia, mi hanno detto, che il grafico delle apparizioni tracciato dal computer non sia puramente accidentale. Nel qual caso non troveremo altro che deserto.

— Cosa c’è di speciale in questo posto? — chiese Kelvin, facendo eco alla domanda che aveva attraversato anche la mente di Surgenor.

— Se è vero che i Saladiani possono muoversi nel tempo, come pensano alcuni dei nostri, la quasi-materializzazione degli edifici potrebbe essere una specie di prodotto secondario delle loro visite nel presente. A me sembra una gran balla, ma il colonnello mi ha detto che è un processo analogo a quello che avviene quando si esce da un edificio riscaldato, e si porta con sé un po’ di aria calda in un altro ambiente. Ogni volta che questa città è apparsa, i nostri rilevatori hanno individuato una figura che sembra essere quella di una donna, in piedi sulla parte meridionale dell’area.

Giyani tamburellò con le dita sul bracciolo. — Mi è stato anche detto che questa donna era reale. Reale come noi.

Mentre ascoltava le parole del maggiore, a Surgenor parve che la cabina del Modulo Cinque, nella quale aveva trascorso tante ore, avesse assunto un’aria strana. Per un attimo, i quadranti e i comandi persero qualsiasi significato, mentre la sua mente cercava di inseguire nuovi concetti. Faceva fatica ad ammettere a se stesso la paura che l’uomo, il perfezionatore di un modello di pensiero che aveva reso possibile il dominio delle tre dimensioni spaziali, aveva finalmente incontrato una cultura più saggia, che aveva esteso il suo potere sui lunghi, grigi estuari del tempo. Ma evidentemente altri uomini avevano pensato le stesse cose, ed erano giunti alle stesse conclusioni.

— C’è qualcosa là davanti, signore — disse Kelvin.

Giyani si voltò. Tutti e quattro, in silenzio, fissarono lo schermo anteriore, sul quale erano apparsi i contorni di una città fantasma, che si stendeva da un orizzonte all’altro. File regolari di luci brillavano là dove pochi secondi prima non vi era altro che sabbia e stelle.

I parallelepipedi trasparenti della città avevano un aspetto sorprendentemente terrestre, tranne che per un particolare: le file verticali di luci, simili a finestre, non erano esattamente sovrapposte ai contorni delle case. Era come se la città, pensò Surgenor, non apparisse così come era esistita in un momento definito del tempo, ma come in una profondità di campo temporale, che si stendeva per migliaia di anni, durante i quali la lentissima deriva dei continenti l’aveva spostata di parecchi metri, producendo così immagini multiple.

Nonostante la spiegazione di Giyani, o forse proprio a causa di quella, Surgenor provò un brivido. Cominciava a intuire gli straordinari obiettivi di quella piccola spedizione.

— Diminuite la velocità e proseguite il viaggio sul terreno — disse Giyani. — D’ora in poi non dobbiamo farci notare troppo. E spegnete anche le luci.

Surgenor disinserì i sospensori e portò la velocità a cinquanta chilometri all’ora. Viaggiando così adagio, e senza punti di riferimento, il modulo sembrava fermo. I soli suoni che si udivano nella cabina erano il respiro irregolare di Kelvin e una serie di piccoli rumori metallici provenienti dal fucile che il sergente stava controllando.

Giyani si voltò. — Da quanto tempo avete lasciato la Georgetown, sergente?

— Otto anni, signore.

— Un bel pezzo.

— Sissignore. — McErlain fece una pausa. — Non ho intenzione di sparare addosso a nessuno, a meno che non mi venga ordinato, se è questo che intendete, signore.

— Sergente! — La voce di Kelvin era scandalizzata. — Vi farò rapporto per…

— Non importa — disse Giyani tranquillamente. — Il sergente ed io ci capiamo benissimo.

L’incidente aveva distratto l’attenzione di Surgenor dall’incredibile paesaggio che avevano di fronte. Ora ricordava a che proposito aveva sentito parlare del sergente McErlain alla mensa della Sarafand.

Dieci o dodici anni prima la Georgetown aveva stabilito il contatto con una nuova specie intelligente, su un pianeta alle frontiere della Bolla. Durante un improvviso e terribile conflitto, i cui particolari non erano mai stati resi pubblici ufficialmente, tutti i maschi attivi del pianeta erano stati annientati. Il mondo era stato escluso dai normali contatti con la Federazione, per permettere alla sua ultima generazione di femmine e di maschi non funzionali di finire in pace i loro giorni. Il comandante della Georgetown era stato processato davanti a una corte marziale, e l’“incidente” era passato nel catalogo delle auto-accuse che l’umanità conservava al posto della memoria di razza.

— Procedete alla stessa velocità, finché non arriviamo ai confini sud della città — ordinò Giyani.

— Dovrò accendere le luci.

— Non è necessario. Questi edifici non esistono, se non in forma molto attenuata. Potete andare dritto.

Surgenor lasciò che il modulo proseguisse nella sua rotta, e gli edifici svanirono di fronte a lui come nebbia. Quando, secondo i suoi calcoli, raggiunsero il centro dell’antica città, non si vedeva altro che la pallida luce di un lampione, dalla curiosa forma trapezoidale, così debole che si sarebbe potuto scambiarla per un riflesso su un vetro lucido.

— Gli edifici non si sono materializzati — disse Kelvin. — Non si era mai avvicinato nessuno così, prima.

— Nessuno aveva avuto dati sufficienti — rispose Giyani distrattamente, seguendo con la punta di un dito la linea dei baffi. — Ho la sensazione che le previsioni del computer si avvereranno fino all’ultimo dettaglio.

— Volete dire…

— Esatto, tenente. Sono quasi sicuro che la nostra saladiana è incinta.

9

Le coordinate di Surgenor erano così precise che avrebbe potuto portare il modulo sul posto con precisione millimetrica, ma Giyani gli disse di fermarsi a duecento metri di distanza. Aprì il portello e aspettò che i tre soldati scendessero sulla sabbia scura. L’aria del deserto era fredda, e la caduta di temperatura era accentuata dal fatto che la superficie sabbiosa, bianca durante il giorno, rifletteva la maggior parte del calore solare, invece di assorbirlo.