Nelle sue stanze vi è un colore vivace. È stanca e sudata per il viaggio, adesso non vuole nessuno. Ha ordinato alcuni abiti e mentre aspetta che le vengano consegnati, accende il bagno di fiamma nell’angolo della camera da letto. Si alzano improvvisamente con un boato sottili lingue di fuoco, incappucciate di nero, e poi si acquietano formando una sibilante cortina tra il giallo e il bianco. Claire si avvolge la testa in un velo isolante e senza neppure togliersi i vestiti, entra nel fuoco.
Le fiamme circondano il corpo, fredde e carezzevoli: il fragile abito si incendia e scompare in un mormorio di scintille. Lei si volta allargando le braccia e pronta ad accogliere la vampata. Depilata, rinfrescata, esce dal bagno. Sente un formicolio in tutto il corpo, rinvigorito dalle fiamme. Delicatamente stacca qualche frammento di pelle bruciata: il suo nuovo corpo ha un bel colorito brillante, che lentamente assume una sfumatura rosa-avorio.
Riflessi nello specchio della parete, gli occhi scintillano, le labbra sono rosse e morbide, tenere e scure come la cera scarlatta che cola da una candela accesa.
Prova una sorta di indifferenza, e si lascia cullare dalla marea. Sensibile al suo umore, il soffitto argentato lascia affiorare striature color rosso sangue, che guizzano e si intrecciano, facendo scaturire barbagli di luce dallo zoccolo di bronzo e dai merletti di cristallo intagliato dei mobili. Con una improvvisa risata esultante, Claire si lascia cadere sul grande letto giallo e si rotola mentre le preziose lenzuola di seta danno una sensazione di freschezza alla pelle; poi l’esultanza scompare, il soffitto ritorna grigio, e lei si solleva a sedere con un mormorio di impazienza.
Che cosa c’è che non va in lei? Cominciando già a rimpiangere il calore estivo del Mediterraneo, si avvicina alla tavola su cui giace il biglietto di Dio. È la sua risposta ai messaggi formali che lei ha inviato durante la sua assenza; dice semplicemente:
IL PROGETTISTA DIO
SARÀ IN CASA
Dallo scivolo delle consegne proviene un suono attutito e ne escono tessuti color giallo canarino, porpora, blu notte. Claire sceglie il vestito blu, qualunque altra cosa non sarebbe in armonia con la giornata; è un abito trasparente, ma ha le maniche lunghe. E decide di indossarlo senza anelli o collane, solo con un diadema di acquemarine dalla sfumatura intensa intrecciato nei capelli.
Nota appena la nuova facciata dell’edificio; ora il pozzo dell’ascensore è scuro e imbottito, con un’interminabile fila di sedili che salgono lentamente, vuoti o occupati, simili ad una sconnessa rampa di scale. L’anticamera compare lentamente ed è sorpresa di ritrovarsi in quel luogo.
È rimasto lo stesso; lo stesso marmo venato d’azzurro, la stessa scultura mobile che ruota lentamente, la stessa porta ad arco.
Claire esita, turbata e dispiaciuta. Cerca di convincersi che si è sbagliata: nessuno schema decorativo resta uguale per più di un anno. E invece eccolo qui, immutato, come se il tempo bizzarramente si fosse fermato in questa stanza nel momento stesso in cui l’aveva lasciata: come se lei fosse ritornata, non solo con lo stesso proposito, ma anche nello stesso istante.
Con riluttanza, attraversa la stanza. La superficie scura della porta ha l’aspetto di una trappola pronta ad inghiottirla.
E se lei non se ne fosse mai andata?… che cosa sarebbe successo? Qualunque fosse il segreto di Dio, ha avuto dieci anni per svilupparsi, qui, dietro questa porta immutata. Là, vi è un’oscurità che attende proprio lei.
Con un brivido di repulsione quasi fisica, sale sulla pedana del videocitofono.
Lo schermo si illumina. Dopo un attimo appare un volto. Non la sorprende vedere che si tratta dell’uomo magro, di quello stesso che…
Lui la fissa con attenzione. Lei non riesce a scacciare dalla mente l’immagine del topo e della tenebrosa figura che lotta nel vano della porta. Dice: — Dio è… — si interrompe, non sapendo più che cosa dire.
— A casa? — conclude per lei l’uomo magro. — Sì, certo. Entra.
La porta scivola di iato. Mentre sta per entrare, lei esita ancora, di nuovo turbata dal fatto che anche nella prima stanza non vi sia nulla di cambiato. L’arabesco disegnato dagli schermi mostra ora una teoria di strade grigie, e quella è l’unica differenza: come se da questo luogo segreto e tranquillo, dove il tempo non ha alcun significato, lei stesse osservando un mondo remoto dove invece il tempo significa ancora qualcosa.
L’uomo magro compare sulla porta, vestito di nero. — Mi chiamo Benarra — dice sorridendo. — Prego, entra; non far caso a tutto questo, ti ci abituerai.
— Dov’è Dio?
— Qui vicino… ma abbiamo stabilito una regola — dice l’uomo magro, — e cioè, solo agli studenti è permesso di incontrare Dio. Ti spiace?
Lei lo guarda indignata. — È uno scherzo? Dio mi ha mandato un messaggio… — esita: per la verità il messaggio era piuttosto generico.
— Puoi diventare uno studente con molta facilità — dice Benarra. — Puoi almeno cominciare, e per oggi sarà sufficiente. — Rimane in attesa con espressione amichevole; sembra assolutamente serio.
Lei è incerta tra la resa e la meraviglia. — Io non… che cosa vuoi che faccia?
— Vieni a vedere. — Attraversa la stanza, e apre una porticina. Dopo un momento lei lo segue.
Viene condotta lungo uno stretto passaggio buio e lievemente inclinato. — Adesso vivo al piano di sotto — le spiega, voltandosi a guardarla, — per tenermi alla larga da Dio. — Il passaggio sbuca in un’anticamera illuminata, e di qui lui la conduce in una zona in penombra.
— Qui comincia la tua istruzione — dice. Su entrambi i lati sono allineate alcune nicchie illuminate. In quella più vicina e più luminosa, si trova un curioso gruppo di esseri, né uomini né scimmie: la pelle è scura, di una lucentezza bluastra, gli occhi minuscoli scrutano verso l’alto da sotto le sopracciglia sporgenti, i capelli sono di un nero polveroso. Le membra hanno giunture nodose, simili a ramoscelli, le costole sono sporgenti, il ventre ampio e liscio. La testa del più alto le arriva ai fianchi. Dietro di loro si intravede il sole tropicale, una massa conica di quella che sembra materia vegetale essiccata, e sullo sfondo alberi e animali con le corna.
— Esseri umani — dice Benarra.
Lei gli rivolge uno sguardo incredulo, quasi offeso. — Oh, no!
— Sì, invece. Estinti da parecchie migliaia di anni. Ecco, altri esemplari.
Nella nicchia successiva, le figure hanno sempre la pelle scura, ma sono più alte, e le arrivano alle spalle. I seni delle donne sono sacche di pelle vuote che arrivano fino alla vita. Claire fa una smorfia. — Che cos’hanno?
— Una diversa concezione della bellezza. Era una scelta deliberata. La donna creava se stessa. Dimmi che cosa ne pensi del prossimo.
Lei perde il conto. Ci sono uomini con la pelle color rame, con la pelle bianca, oppure giallastra, alcuni seminudi, altri con abiti elaborati di metallo e stoffa. Muovendosi tra di loro, Claire si sente ingigantita, come una femmina di animale tra la sua progenie: ha un improvviso lampo di assurda e degradante tenerezza. Eppure quei visi rugosi, da gnomi, sembrano possedere una saggezza tenace ed antica che si riversa su di lei con un grido silenzioso: ultima arrivata!
— Che ne è stato di loro?
— Sono morti — dice Benarra. — Tutti.
Ignorando il suo sguardo turbato, la porta fuori dal salone. Dietro di loro le luci si affievoliscono e scompaiono.
La stanza in cui entrano è piccola e fredda, non troppo illuminata e poco arredata, solo un tavolo, una sedia e una poltrona per i visitatori, sulla quale lui la prega di accomodarsi. Il soffitto a volta, proprio sulle loro teste, è solcato da cerchi trasparenti, ognuno dei quali brilla secondo varie combinazioni di forme azzurre e rosse contro uno sfondo incolore.