L’altro non rispose.
— Andiamo, ragazzo mio — incalzò Leoh. — Cerchiamo la figlia e parliamogliene.
— Stasera?
— Adesso.
È davvero una ragazza carina, pensò Leoh mentre spiegava a Geri Dulaq quello che aveva intenzione di fare. La sua interlocutrice sedeva tranquilla e composta nell’ampio soggiorno della casa dei Dulaq. Il lampadario scintillante gettava riflessi di fuoco sui suoi capelli castani. La ragazza era seduta rigidamente per la tensione e teneva le mani intrecciate con forza in grembo. La faccia, che normalmente doveva avere un’espressione gioiosa, adesso era grave e seria.
— Ecco tutto — concluse Leoh. — Sono convinto che sia possibile usare la stessa duellomacchina per esaminare i pensieri di vostro padre e scoprire che cosa è avvenuto durante il duello col maggiore Odal. L’esperimento potrebbe forse contribuire a far uscire Dulaq dal coma.
— Ma potrebbe anche procurargli uno shock mortale, vero? — disse lei, piano.
Il vecchio annuì, in silenzio.
— Allora, professore, sono spiacente di dover rifiutare — dichiarò la ragazza, senza esitazioni.
— Comprendo i vostri sentimenti — rispose Leoh — ma spero vi rendiate conto che, se non riusciamo a fermare Odal immediatamente, potremmo trovarci davanti a una guerra, e milioni di uomini morirebbero.
— Lo so — annuì Geri. — Ma qui è in gioco la vita di mio padre. Kanus farà la guerra comunque, indipendentemente da quello che deciderò io.
— Può darsi — ammise Leoh — può darsi.
Hector e il professor Leoh tornarono ai loro alloggi, nel padiglione che ospitava la duellomacchina, ma non dormirono bene quella notte.
Il mattino seguente, dopo una prima colazione poco allegra, si ritrovarono nella camera dalle pareti candide, davanti alla mole intricata e impersonale della macchina.
— Vi andrebbe di esercitarvi un po’? — domandò il professore.
Hector scosse la testa, tetro. — Più tardi, forse — rispose. Nell’ufficio di Leoh squillò il telefono. Tutt’e due si precipitarono a rispondere e sullo schermo apparve la faccia di Geri Dulaq.
— Ho appena ricevuto la notizia — disse senza fiato. — Ieri sera non sapevo che il sottotenente Hector aveva sfidato Odal a duello.
— L’ha sfidato per impedire che assassinasse me — rispose Leoh.
— Oh! — esclamò la ragazza, profondamente colpita. — Siete un uomo coraggioso, Hector.
Il sottotenente assunse una dozzina di espressioni diverse, ma non disse una parola.
— Non vorreste, per caso, riprendere in considerazione le vostre decisioni? — domandò il professore a Geri Dulaq. — Forse la vita di Hector dipende da questo.
Lei chiuse un attimo gli occhi, poi disse: — Non posso. Prima di tutto, sono responsabile della vita di mio padre. Mi spiace. — La sua voce lasciava trapelare un profondo tormento.
Leoh e la ragazza si scambiarono ancora qualche frase banale, mentre Hector se ne stava sempre muto come un pesce. Poi la conversazione finì.
Leoh passò il pollice sul ricevitore dell’apparecchio telefonico, dopo si rivolse al compagno. — Ragazzo mio, credo che fareste bene a correre all’ospedale per controllare le condizioni di Dulaq.
— Ma perché?
— Non discutete, figliolo. Potrebbe essere d’importanza vitale. Dategli un’occhiata. Di persona. Niente telefonate.
Hector lasciò l’ufficio e Leoh sedette alla sua scrivania, in attesa. Non c’era altro da fare. Dopo un po’ si alzò e uscì. Passò davanti a una decina di edifici del campus universitario e raggiunse lo steccato decorativo che segnava il termine del gruppo principale di padiglioni. Poi, ignorando gli studenti che passeggiavano lì intorno, percorse tutto il campus, cercano di calmare l’agitazione che lo rodeva.
Mentre si avvicinava di nuovo al padiglione della duellomacchina vide Hector venirgli incontro con aria distratta e, una volta tanto, senza fischiettare. Leoh tagliò attraverso i prati per raggiungerlo più in fretta.
— Be’?
L’altro scosse la testa, come per snebbiarla.
— Come sapevate che lei era all’ospedale?
— La saggezza dell’età. Che cosa è successo?
— Mi ha baciato. Proprio qui, al centro della…
— Risparmiatemi l’ubicazione, grazie — tagliò corto il professore. — Che cosa ha detto?
— Mi sono scontrato con lei nel corridoio. Abbiamo… ehm… cominciato a parlare. Sembrava molto preoccupata per me. Era sconvolta. Un tipo emotivo. Sapete? Dovevo avere l’aria abbattuta. Insomma, non sono poi tanto coraggioso! Ho fifa, e probabilmente si vedeva.
— Avete risvegliato il suo istinto materno.
— Non credo che si tratti… ehm… proprio di quello. Be’, ha detto che se io ero disposto a rischiare la mia vita per salvare la vostra, lei non poteva più pensare solo a suo padre. Ha detto che, in fondo, lo faceva per egoismo, perché lui è l’unico suo parente. Non credo che ne fosse proprio convinta, comunque l’ha etto.
Ormai erano arrivati ai loro alloggi. Leoh afferrò Hector per un braccio e gli evitò una collisione con la porta semiaperta. — Ha acconsentito a lasciarci introdurre Dulaq nella duellomacchina?
— Più o meno.
— Eh?
— I meditec non permettono assolutamente che venga trasportato, specialmente per riportarlo qui. E lei è d’accordo.
— E va bene — replicò Leoh. — Tanto meglio. Preferisco che quelli di Kerak non ci vedano introdurre Dulaq nella macchina. Troveremo un’altra soluzione.
13
Si misero immediatamente al lavoro. Leoh preferì non informare del suo piano l’équipe dei tecnici, così lui ed Hector dovettero lavorare tutta la notte e la maggior arte del mattino seguente. L’ufficiale non capiva quasi niente di quello che stavano facendo ma, sotto la guida del professore, riuscì a smontare parzialmente la rete centrale della macchina, a inserire alcuni dispositivi elettronici che Leoh aveva messo insieme con parti di ricambio trovate nel seminterrato dell’edificio e a ricostruire poi il tutto facendolo sembrare esattamente come prima.
Negli intervalli, quando non era costretto a sovrintendere ai lavori, Leoh aveva costruito una cuffia piuttosto voluminosa e un dispositivo di comando che poteva stare nel palmo di una mano. Quando finalmente il professore rivelò a Hector le sue intenzioni, il sole del tardo mattino entrava a fiotti attraverso le finestre.
— Si tratta di una semplice improvvisazione tecnologica — disse Leoh all’ufficiale. — Abbiamo inserito un ricetrasmettitore a bassa frequenza nella macchina e questa cuffia è un ricetrasmettitore portatile per Dulaq. Ora lui può starsene nel suo letto d’ospedale e, contemporaneamente, entrare nella duellomacchina.
Soltanto tre membri del personale ospedaliero, di piena fiducia, vennero informati del piano di Leoh. Non ne rimasero entusiasti.
— È uno spreco di tempo — disse lo psicotecnico capo, scuotendo vigorosamente la testa dalla folta criniera bianca. — Non potete aspettarvi che un paziente che non ha avuto alcuna reazione positiva all’effetto dei farmaci e alle cure reagisca alla vostra macchina!
Ma Leoh non si lasciò convincere, e Geri Dulaq insisté perché l’esperimento venisse effettuato. Finalmente i meditec acconsentirono.
A due giorni dal duello tra Hector e Odal, si cominciò a sondare la mente di Dulaq. Geri rimase al capezzale del padre, mentre i tre meditec sistemavano il voluminoso ricetrasmettitore sulla testa del paziente collegandolo anche agli elettrodi dell’attrezzatura ospedaliera per il controllo delle condizioni fisiche. Hector e Leoh erano, invece, presso la duellomacchina e si tenevano in comunicazione telefonica con l’ospedale.
Eseguito un ultimo controllo dei comandi e dei circuiti, il professore chiamò per l’ultima volta il gruppetto di persone che aspettavano ansiosamente nella camera di Dulaq. Quindi tornò presso la macchina, seguito da Hector. I loro passi risuonarono nel silenzio assoluto della sala.