«Capisco dove vuole andare a parare» fece Ed. «Finisce che tutti comprano lo shaker elettrico. E che male c’è? Fa andare avanti il Paese.»
«Fa andare avanti l’economia moderna, questo è vero. Ma a quale prezzo? I nostri intelletti migliori sono impiegati per ideare assurdità del genere e poi per venderle. E oltre a questo, stiamo consumando le nostre risorse a tale velocità che già siamo diventati una nazione importatrice. Dobbiamo comprare all’estero materie prime. Le nostre montagne di ferro e le nostre risorse naturali, che un tempo parevano inesauribili, si sono sperdute nelle fogne di questa economia dello sperpero. E ancora più importante: che effetto crede che produca questo stato di cose, alla fine, sullo spirito del nostro popolo? Come può un popolo conservare la propria dignità collettiva, la propria integrità, se può essere così facilmente costretto a desiderare beni assurdi, simboli di benessere, e non benessere reale, cose inutili, solo perché le possiede il vicino, un attore del cinema di terza categoria?»
Ed, sempre più disperato, si ordinò un terzo bicchiere. «Va bene, è probabile che gli shaker elettrici siano aggeggi inutili. Ma è ciò che il popolo vuole.»
«È ciò che il popolo è costretto a volere. Dobbiamo trasformarci dall’interno. Ora che abbiamo risolto il problema della produzione del superfluo, l’uomo deve ricercare in se stesso nuovi valori, deve fabbricarsi il proprio destino, trovare la via del proprio Elisio. La stragrande maggioranza dei nostri scienziati lavora per inventare nuovi mezzi di distruzione o per creare nuovi prodotti di cui la gente non sente alcun bisogno. Invece, dovrebbero dedicarsi alla cura dei mali che affliggono l’uomo, indagare i segreti della Grande Madre, perlustrare le profondità dell’oceano, raggiungere le stelle.»
«Ha ragione, ma lei stesso si è accorto che la gente non s’interessa alle sue idee. Rivogliono la TV, la radio, il cinema. Non vogliono saperne del sentiero che porta a Elisio. Deve ammetterlo, ha perfino rinunciato alle sue prediche.»
«È stato un momento di debolezza» annuì Tubber. «Proprio oggi ho deciso di riprendere i miei sforzi. Nefertiti e io partiamo per Oneonta dove erigerò di nuovo la mia tenda e…» S’interruppe per guardare di nuovo, con occhi lampeggianti d’ira, il juke-box che stava ora suonando a un volume da rompere i timpani l’ennesima versione rock di una canzone popolare. «Nel nome della Grande Madre, ma chi può voler ascoltare una tale mostruosità?»
Ed, in tono persuasivo e ragionevole, disse: «È colpa sua. È stato lei a portare via a questa gente la televisione, la radio e la musica. Non sono abituati al silenzio. Vogliono musica.»
«E lei chiama musica questo baccano?» La faccia infinitamente triste del vecchio profeta incominciò a cambiare; Ed sprofondò nella disperazione più nera.
«Un momento, mi ascolti» implorò Ed in tutta fretta. «È una reazione naturale. La gente si affolla nei ristoranti, nei bar, nelle sale da ballo, dove possono divertirsi un po’. I produttori di juke-box stanno lavorando giorno e notte per soddisfare le richieste. I dischi vengono rovesciati a tonnellate sul mercato, il tempo strettamente indispensabile per inciderli e poi…» S’interruppe, accorgendosi di non aver detto le cose più opportune.
Ezechiele Giosuè Tubber, la Voce della Verità, stava ingigantendo a vista d’occhio.
Ed Wonder lo fissò interdetto. Pensò che Mosè doveva apparire più o meno uguale quando, sceso dalla montagna con i Dieci Comandamenti, trovò gli Ebrei chini in adorazione del Vitello d’Oro.
«Ah, è così! E allora in verità io maledico questa invenzione abominevole! Questa macchina che distrugge la pace impedendo all’uomo di sentire i propri pensieri. In verità, io dico che chi vorrà musica, avrà musica!»
Il volume del juke-box si abbassò improvvisamente e i sei cavalli bianchi della canzone popolare che cavalcavano intorno alla montagna si dissolsero improvvisamente trasformandosi nelle note di “…cantando lodi a Dio, insieme andremo avanti…”
Ed Wonder si alzò di scatto. Sentì un improvviso, improrogabile bisogno di uscire da quel luogo. Mormorò una specie di “addio” a Ezechiele Giosuè Tubber e si precipitò alla porta.
Mentre ruggiva, ebbe un’ultima, rapida visione del profeta Tubber che, dopo la maledizione, ancora guardava, fiammeggiante d’ira, il juke-box.
Un uomo in piedi presso il banco brontolò: «Ma chi diavolo ha messo su quella roba?»
L’inno esplose in quel momento nel ritornello corale “Gloria, gloria. Alleluja. Gloria, gloria. Alleluja…”.
23
Ed Wonder ripercorse con la piccola Volksair l’autostrada per Super New York.
Accidenti, era andata così! Splendido! Ma l’aveva detto a Hopkins. La sua presenza sembrava un catalizzatore per le maledizioni di Tubber. Non poteva avvicinarsi e parlare con la Voce della Verità senza che saltasse fuori un altro anatema. Non che il vecchio esaltato non fosse in grado di arrabbiarsi anche da solo. Ed si chiese se la maledizione scagliata sui parchimetri si limitava a quelli di Woodstock o era un fenomeno universale. Evidentemente i misteriosi poteri di Tubber non avevano necessariamente effetti mondiali. Quando aveva spezzato le corde di quella chitarra, tutte le altre chitarre del mondo erano rimaste intatte, era chiaro. E a quanto diceva Nefertiti, quando aveva bruciato il teatro di spogliarello dove lei lavorava, il fulmine aveva colpito solo quel posto, non tutti gli spettacoli di striptease del mondo.
«Grazie, Grande Madre, per questi tuoi piccoli favori» mormorò Ed. Si fermò a un posto di ristoro per mangiare un panino e bere un caffè.
C’era una mezza dozzina di camionisti riuniti intorno al juke-box del locale; fissavano sconvolti la macchina. Il disco girava e l’altoparlante gracchiava: “I miei occhi hanno visto la gloriosa venuta del Signore. Avanza nel vigneto dove…”.
Un camionista disse: «Qualsiasi tasto schiacci, viene sempre fuori L’annuncio degli arcangeli!»
Un altro guardò il primo con disgusto «Ma di che cosa stai parlando? Non è L’annuncio degli arcangeli. È La Piccola Città di Betlemme!»
Un terzo intervenne: «Siete matti tutti e due. Mi ricordo benissimo quella canzone: la cantavano quando ero bimbo. È la Dolce Ninna-Nanna.»
Un negro scosse la testa rivolgendosi ai tre. «Ma non capite proprio nulla di Spirituals. È Scendi, Mosè.»
Ed decise di rinunciare al panino. Per quanto riguardava lui, sentiva sempre e soltanto Gloria, gloria, Alleluja.
Uscì dal locale e risalì sulla Volksair. Chissà quanto tempo sarebbe passato prima che la gente si desse per vinta e la smettesse d’infilare monete nel juke-box.
Riprese la strada per Manhattan e il Nuovo Empire State Building. In fondo era una fortuna che al vecchio Tubber piacesse scolare ogni tanto una birra; altrimenti ogni bottiglia di bevande alcoliche del mondo si sarebbe trasformata in succo d’arancia appena la Voce della Verità avesse riflettuto per un istante su tutta la gente che buttava via il tempo nei bar invece di prestare orecchio al bisogno di arrampicarsi su per il sentiero di Elisio, da bravi pellegrini.
Al Nuovo Empire State Building, la sua carta d’identità gli permise di superare i posti di blocco preliminari e di salire ai cinque piani riservati alla commissione di emergenza di Dwight Hopkins, che Ed non sapeva essere già diventati dieci.