L’incredibile audacia dell’attacco fu la ragione del successo. Roteando il pesante mitra per la canna, ancora rovente dopo la raffica, Ed trascinò il profeta ripudiato fino all’aeromobile e lo spinse sul sedile posteriore. Fronteggiò la folla, momentaneamente immobilizzata dallo stupore, minacciandola con il mitra puntato, come se fosse ancora carico, e urlò: «Nefertiti!» Non riusciva a vederla.
Buzz gridò di nuovo: «Andiamocene via!»
«Taci!» tuonò Ed.
La ragazza arrivò piangendo, inciampando a ogni passo. Avanzava tra la folla immobile, con il vestito tutto strappato. Ed la spinse sul sedile e si afferrò alla vettura che incominciava a sollevarsi da terra. Sentì una mano che lo afferrava a un piede. Scalciò alla disperata. La mano mollò la presa; ormai erano fuori portata.
«Ci inseguiranno!» gridò Buzz. «Avremo alle spalle mille aeromobili!»
Tutta l’energia che aveva sorretto Ed fino a quel momento svanì improvvisamente. A stento riuscì a non vomitare. Tremava come se avesse brividi di febbre.
«Non c’inseguiranno» disse con voce rotta. «Avranno paura del mitra. Abbastanza coraggiosi per uccidere un vecchio e una ragazza, ma non abbastanza per affrontare un fucile mitragliatore.»
Nefertiti, ancora scossa da un tremito isterico, si stava occupando di suo padre. Cercava di metterlo a sedere diritto sul sedile e nello stesso tempo di ricomporre alla meglio quello che rimaneva del proprio vestito strappato.
Per la prima volta da quando era stato salvato, Tubber fece sentire la sua voce.
«Mi odiano» disse, ancora istupidito. «Mi odiano. Mi volevano uccidere.»
Buzz era finalmente riuscito a scuotersi di dosso il terrore che lo aveva paralizzato nel momento più drammatico. «Ma che cosa si aspettava?» grugnì. «L’arco di trionfo, forse?»
Dopo qualche difficoltà, Ed riuscì a far entrare la coppia malconcia e stracciata dei Tubber nel Nuovo Empire State Building. Fulminò con un’occhiata di fuoco le guardie alla porta principale, afferrò il telefono ed esclamò: «Il generale Crew. Priorità assoluta. Parla Wonder.»
Il generale rispose al telefono dopo pochi secondi.
Ed proruppe: «Ho con me Tubber. Veniamo su immediatamente. Convochi subito una riunione nell’ufficio di Dwight Hopkins. Voglio che ci siano tutti i dirigenti del mio settore e anche tutti quelli che hanno a che fare con il Progetto Tubber.» Guardò gli agenti. «E poi, ah già, dica a questi suoi piedipiatti di farci passare.» Gettò la cornetta del telefono a una delle guardie armate e si avviò verso l’ascensore.
Buzz sorreggeva l’anziano profeta da un lato, Nefertiti dall’altro.
Salirono direttamente all’ultimo piano.
«Dovremmo portarli prima al tuo appartamento» disse Buzz. «Già la signorina Tubber è malconcia, ma il vecchio è a un passo dallo choc nervoso.»
«Proprio così li vogliamo» gli sussurrò all’orecchio Ed Wonder. «Andiamo.»
Hopkins era seduto alla sua scrivania, gli altri stavano arrivando in tutta fretta, a due o tre alla volta.
Ed fece sedere il patetico vecchio su un divano di pelle; Nefertiti prese posto accanto al padre. Gli altri sedevano o stavano in piedi; guardavano senza parlare l’artefice della crisi che stava scardinando i governi di tutti i Paesi ricchi del mondo. Adesso non sembrava nemmeno in grado di sconvolgere la riunione scolastica di una cittadina di mille abitanti.
«Molto bene» esordì Ed. «Vi presento Ezechiele Giosuè Tubber, la Voce della Verità. Tocca a voi, signori, convincerlo a ritirare le sue maledizioni.» Ed si sedette, senza aggiungere altro.
Per qualche istante ci fu un profondo silenzio.
Dwight Hopkins, con voce che tradiva tensione, nonostante l’espressione apparentemente padrona di sé, disse: «Signore, come rappresentante del presidente Everett MacFerson e del governo degli Stati Uniti del Benessere del Nordamerica, la prego di eliminare le conseguenze di ciò che ha fatto… se veramente è stato lei a farlo… e che ha portato il Paese sull’orlo del disastro.»
«Disastro» mormorò Tubber, con voce spezzata.
Braithgale intervenne: «Tre quarti della popolazione del nostro Paese trascorre la maggior parte del suo tempo camminando su e giù per le strade senza meta. È sufficiente una scintilla per fare esplodere la nazione, e le scintille cominciano già a volare.»
Nefertiti Tubber, guardandosi intorno indignata, esclamò: «Mio padre sta male. Ci hanno quasi uccisi. Non è il momento per importunarlo.»
Dwight Hopkins rivolse a Ed Wonder uno sguardo interrogativo. Ed fece un cenno di diniego con la testa, quasi impercettibile. Ezechiele Giosuè Tubber era nelle loro mani: dovevano riuscire a scendere a patti con lui subito, prima che il vecchio avesse recuperato l’energia fisica e spirituale. Forse era brutale, ma anche la situazione lo era.
Prese la parola Ed, per spiegare alcuni particolari ai presenti. «Ieri Ezechiele Giosuè Tubber mi ha rivelato, almeno in parte, la sua filosofia. La sua setta religiosa ritiene che gli Stati Uniti stiano affogando nelle loro stesse ricchezze e che, contemporaneamente, stiano precipitando verso l’autodistruzione consumando le proprie risorse, naturali e umane, a velocità incredibile. Lui ritiene che si debba pianificare una società più semplice, meno frenetica.»
L’infelice riformatore alzò gli occhi verso di lui e scosse la testa esausto. «Non sono queste le parole con le quali mi sarei espresso io… caro fratello.»
Jim Westbrook sprofondò in una grande poltrona e disse: «Il guaio è che lei è partito dalla parte sbagliata. Ha cercato di giungere direttamente alle masse, di cambiare il loro modo di vivere, la loro filosofia. La verità, invece, amico, è che la gente è senza testa, è sempre stato così. In nessun periodo della storia umana, nonostante le migliori occasioni, l’uomo della strada è riuscito a comportarsi diversamente. Se le masse si trovano fra le mani libertà assoluta e garanzia d’immunità, imboccano la strada del sadismo, della dissolutezza, della distruzione. Pensi ai romani, e ai loro giochi nelle arene. Pensi ai tedeschi, quando hanno avuto carta bianca dal governo nazista per sopprimere quelle che secondo loro erano le razze inferiori, i non-ariani. Guardi i soldati che combattono, di qualsiasi nazionalità.»
Tubber scosse la testa spettinata, che sembrava quella di un orso, e una scintilla del vecchio fuoco che lo animava apparve nella sua voce. «Lei sbaglia, caro fratello» protestò. «Il carattere degli esseri umani è determinato dall’ambiente e non dall’ereditarietà. I difetti umani sono un prodotto della cattiva educazione. I vizi dei giovani non vengono dalla natura, che è la madre giusta, senza macchia, di tutte le creature. Sono creati dagli errori dell’ambiente.»
Ora fu Jim Westbrook a scuotere la testa. «Le sue parole sono molto belle, ma la realtà è diversa. Non è possibile mettere in un recipiente più di quanto questo può contenere. Il quoziente normale d’intelligenza è cento, metà della popolazione è al di sotto di quel valore; potrà cercare di educare la gente fino al giorno del giudizio, ma non avrà mai successo.»
L’esausto profeta non cedeva tanto facilmente. «No, il suo è un errore molto comune. È vero, l’intelligenza media è intorno al valore cento, ma solo pochi di noi si spostano di oltre dieci punti al di sotto o al di sopra di quel valore. L’idiota è raro come il genio con un quoziente di centoquaranta punti o più. La minima percentuale di intelletti superiori sono un dono prezioso per l’umanità e dovrebbero essere scelti in modo da sviluppare al massimo le proprie capacità con tutti i mezzi a disposizione. Coloro che scendono sotto la media sono sfortunati e dovrebbe essere fatto ogni sforzo, con profondo spirito di carità, affinché vivano una vita quanto più possibile completa.»
Dwight Hopkins intervenne in tono gentile: «Pensavo che la sua religione si opponesse soprattutto alla Società del Benessere. E invece ora sta esponendo la consueta filosofia della bontà e dell’uguaglianza. Tutti gli uomini sono uguali, e pertanto dobbiamo sacrificare la vittoria di chi ha successo per il bene di chi ha perso.»