Le ho dato speranza. E tu le hai dato un futuro.
Eragon si sentì travolgere da un’improvvisa solitudine, malgrado la presenza di Saphira. Quel luogo era così estraneo: per la prima volta si rese conto con dolore di quanto era lontano da casa. Una casa distrutta, ma era là che aveva lasciato il cuore. Che cosa sono diventato, Saphira? disse. Questo è il mio primo anno dell’età adulta, e già sono stato a consulto con il capo dei Varden. Galbatorix mi insegue e ho viaggiato col figlio di Morzan...e ora c’è anche chi pretende da me una benedizione!
Quale saggezza posso dare alla gente che già essa non possegga? Quali gesta posso compiere che un esercito non possa compiere meglio? È una follia! Dovrei tornare a Carvahall, da Roran.
Saphira non rispose subito, ma quando vennero, le sue parole furono gentili. Un cucciolo, ecco che cosa sei. Un cucciolo che lotta per sopravvivere nel mondo. Forse come età sono più giovane di te, ma sono molto più vecchia nei pensieri. Non preoccuparti di queste cose. Trova pace in ciò che sei e dove ti trovi. Le persone spesso sanno già cosa fare; a te spetta il compito di mostrare loro il modo... ecco la vera saggezza. E per quanto riguarda le gesta, nessun esercito avrebbe potuto dare la benedizione che hai dato tu.
Ma non era niente,protestò lui. Una sciocchezza.
No, niente affatto. Quello che hai visto è l’inizio di un’altra storia, un’altra leggenda. Credi che quella bambina si accontenterà di fare la locandiera o la contadina, quando sulla fronte reca il marchio di un drago ed è stata benedetta dalle tue parole? Tu sottovaluti i nostri poteri e quelli del destino.
Eragon chinò il capo. È troppo. Ho la sensazione di vivere dentro un’illusione, un sogno dove ogni cosa è possibile. Lo so che eventi straordinari possono succedere, ma sempre a qualcun altro, sempre in qualche luogo e qualche epoca remoti. Eppure io ho trovato il tuo uovo, sono stato addestrato da un Cavaliere e ho duellato con uno Spettro... queste non possono essere le azioni del ragazzo di campagna che sono, o che ero. Qualcosa è cambiato in me.
È il tuo wyrda che ti forgia,disse Saphira. Ogni epoca ha bisogno di un eroe... forse questa volta è toccato a te. I ragazzi di campagna non portano il nome del primo Cavaliere, di solito. Il tuo soprannome è stato il principio, e ora tu sei la continuazione. O la fine.
Ah,mormorò Eragon, scuotendo il capo. Sembra una sciarada... Ma se è tutto prestabilito, che senso hanno le nostre scelte? O dobbiamo soltanto imparare ad accettare il nostro fato?
Eragon,disse Saphira in tono grave, io ti ho scelto da dentro il mio guscio. Ti è stata concessa un’occasione per cui molti morirebbero. Sei infelice per questo? Sgombra la mente da simili pensieri. Non hanno risposta e non ti rendono più felice.
Vero,rispose lui, cupo. Tuttavia continuano a tormentarmi.
Le cose si sono... guastate... da quando Brom è morto. Anch’io provo una profonda inquietudine,ammise Saphira. Eragon fu molto sorpreso, perché di rado la dragonessa si mostrava turbata. Erano sopra Tronjheim. Eragon guardò in basso, attraverso l’apertura nel suo picco e vide il pavimento della rocca; Isidar Mithrim, il grande zaffiro stellato. Sapeva che sotto non c’era niente, se non la grande sala centrale di Tronjheim, Saphira planò silenziosa sulla roccaforte, ne superò il bordo e atterrò su Isidar Mithrim con un clangore di artigli.
Non lo graffierai, così? disse Eragon.
Non credo. Questa non è una gemma qualsiasi. Eragon si lasciò scivolare a terra e si volse lentamente tutt’intorno per ammirare l’insolito colpo d’occhio. Erano in una sala circolare, priva di tetto, alta sessanta piedi e larga altrettanto. Sulle pareti si aprivano innumerevoli, buie caverne, alcune non più grandi di un uomo, altre enormi come una casa. Nel marmo erano stati ricavati lucidi gradini perché la gente raggiungesse le grotte più alte. Un arco colossale segnava l’uscita dalla roccaforte.
Eragon esaminò la grande gemma sotto i suoi piedi e d’impulso vi si sdraiò sopra. Premette la guancia contro il freddo zaffiro e provò a guardarvi attraverso. Linee distorte e tremolanti punti colorati sfarfallavano dentro la gemma, ma il suo spessore rendeva impossibile distinguere chiaramente che cosa ci fosse sul pavimento della sala, un miglio più sotto.
Dobbiamo dormire separati?
Saphira scosse la grande testa. No, c’è un letto per te nella mia caverna. Vieni a vedere. Si volse e senza aprire le ali spiccò un balzo che la fece atterrare davanti a una grotta di media grandezza, venti piedi più in alto. Eragon si arrampicò dietro di lei.
La caverna era marrone scuro all’interno e più profonda di quanto si fosse aspettato. Le pareti rozzamente scolpite sembravano coperte da rughe naturali della roccia. Addossato alla parete di fondo c’era un enorme cuscino, in grado di ospitare Saphira accoccolata. Accanto c’era un letto incassato nella parete. La caverna era illuminata da un’unica lanterna rossa, schermata da una griglia che ne attenuava il bagliore.
Mi piace,disse Eragon. Mi sento al sicuro.
Già.Saphira si rannicchiò sul cuscino e rimase a guardarlo. Con un sospiro, Eragon si sedette sul materasso, colto da un’improvvisa stanchezza.
Saphira, non hai detto molto da quando siamo qui Che cosa pensi di Tronjheim e diAjihad?
Vedremo... A quanto pare, Eragon, siamo coinvolti in un altro tipo di conflitto, qui. Non servono spade e artigli, ma parole e alleanze. Ai Gemelli non siamo piaciuti, perciò il mio consiglio è di stare in guardia contro eventuali loro mosse. Nemmeno i nani si fidano di noi. Gli elfi non vogliono un Cavaliere umano, e così anche loro ci saranno ostili. La cosa migliore che possiamo fare è individuare coloro che detengono il vero potere e farceli amici. E alla svelta, anche.
Credi sia possibile restare indipendenti dai capi?
Saphira spostò le ali in una posizione più comoda. Ajihad sostiene la nostra libertà, ma potremmo non sopravvivere se non giuriamo la nostra lealtà a un gruppo o all’altro. Credo che lo scopriremo presto.
54
Radice di mandragola e lingua di tritone
Eragon si svegliò con le coperte ammucchiate sotto il suo corpo; eppure non aveva freddo.
Saphira dormiva ancora sul suo cuscino, e russava con lievi sbuffi regolari.
Per la prima volta da quando era entrato nel Farthen Dùr, Eragon si sentiva al sicuro, pieno di speranza. Era al caldo, aveva mangiato e dormito a volontà. La tensione dentro di lui si andava allentando: la tensione accumulata dalla morte di Brom, e anche da prima, da quando aveva lasciato la Valle Palancar. Non ho più paura. Ma Murtagh? Malgrado l’ospitalità dei Vàrden, Eragon non poteva perdonarsi in tutta coscienza di aver provocato, che lo volesse o meno, la prigionia di Murtagh. Doveva risolvere la questione.
Il suo sguardo vagò per l’ampio soffitto della caverna, mentre pensava ad Arya. Rimproverandosi per quei sogni a occhi aperti, voltò la testa e guardò il piazzale della rocca. Un grosso gatto era accoccolato davanti all’ingresso della caverna, intento a leccarsi una zampa. L’animale gli scoccò un’occhiata, ed Eragon vide un baluginio di rossi occhi obliqui.
Solembum?chiese, incredulo.
E chi altri? Il gatto marinaro si scrollò la folta pelliccia e sbadigliò languido, mostrando i denti aguzzi. Si stiracchiò, poi balzò fuori dalla grotta, atterrando con un tonfo su Isidar Mithrim, venti piedi più in basso. Vieni?