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— Sì, lo so. — Avevano fama di essere gente decisa, pronta a tutto, quasi come i Rompicollo.

— Dovrei dire che era un’ottima compagnia. Ho fatto molti lanci con loro, alcuni dei ragazzi ci hanno lasciato le penne, e dopo un po’ ho ricevuto questi. — Si guardò i galloni. — Ero caporale quando ci hanno lanciato su Sheol…

— C’eri anche tu? Anch’io! — Provai un’emozione intensa. In vita mia, non mi ero mai sentito tanto vicino a mio padre.

— Lo so. O almeno, sapevo che c’era anche la tua compagnia. Io mi trovavo circa ottanta chilometri più a nord, credo. Toccò a noi respingere il contrattacco quando cominciarono a salire dalle viscere della terra come scarafaggi da un immondezzaio. — Si strinse nelle spalle. — Quando la battaglia fu finita, ero un caporale senza uomini. Eravamo rimasti talmente in pochi che la compagnia si è sciolta. Io sono stato mandato qui. Avrei potuto andare con gli orsi di Kodiak, ma ho detto una parolina al sergente delle assegnazioni… e così, sarei pronto a giurarlo, la Rodger Young è tornata alla base con la richiesta per un caporale. Ed eccomi qua.

— Quando ti sei arruolato? — Mi resi conto, appena dette quelle parole, che avevo toccato un brutto tasto. Ma dovevo allontanare il discorso dall’argomento “volontari di McSlattery”: il reduce di una compagnia dissolta ha bisogno di dimenticare.

— Poco dopo la distruzione di Buenos Aires — rispose lui.

— Capisco.

Rimase in silenzio per alcuni minuti, poi aggiunse sottovoce: — Non sono certo che tu capisca davvero, figliolo.

— Come?

— Non è facile da spiegare. Certo, il fatto di avere perso tua madre ha avuto molta parte in questa decisione. Ma non mi sono arruolato solo per vendicarla. L’ho fatto soprattutto a causa tua…

— Per me?

— Sì, per te, ragazzo mio. Ho sempre capito la tua scelta. Meglio di tua madre. Non biasimarla, ti prego, lei non poteva capire, così come un uccello non può apprezzare il nuoto. Io, invece, intuivo perché ti eri arruolato, anche se mi permetto di dubitare che lo sapessi con chiarezza anche tu, a quell’epoca almeno. Metà della mia rabbia nei tuoi confronti era puro risentimento, perché tu avevi fatto una cosa che anch’io avrei dovuto fare a suo tempo e a cui mi ero sottratto. Ma nemmeno tu sei stato la causa del mio arruolamento. In fondo mi hai semplicemente offerto il pretesto, influenzando casomai indirettamente la scelta dell’arma. — Fece una pausa. — Quando ti sei arruolato, non stavo molto bene. Andavo regolarmente dall’ipnoterapista. Non lo sospettavi, vero? Nel complesso sapevo di essere molto insoddisfatto di me. Quando te ne sei andato me la sono presa con te, ma sapevo che tu non c’entravi per niente, anche il mio terapista era d’accordo. Forse sono stato uno dei primi ad accorgersi che le cose si mettevano male. Ci sono state richieste componenti militari un mese prima che venisse annunciato lo stato d’emergenza. Ci siamo convertiti quasi interamente alla produzione per scopi bellici mentre tu eri ancora al corso di addestramento. E durante quel periodo, mi sono sentito meglio. Lavoravo senza tregua e avevo troppo da fare per consultare il terapista. Poi, mi sono ritrovato più preoccupato che mai. — Sorrise. — Figliolo, ne sai qualcosa dei civili, tu?

— So che non parliamo lo stesso linguaggio. Questo sì.

— Ecco, ben detto. Te la ricordi la signora Ruitman? Finito il corso base, ho avuto alcuni giorni di licenza e sono andato a casa. Ho visto alcuni amici, e tra questi c’era anche lei. Ha chiacchierato un po’, poi mi ha detto: “Allora, davvero vuole partire? Be: se dovesse capitare su Faraway, vada a salutare i miei carissimi amici Regatos”. Io ho cercato di spiegarle, con tutta la delicatezza possibile, che una tale destinazione era decisamente probabile, dato che Faraway era stato occupato dagli aracnidi. Non ha fatto una grinza. Ha detto: “Oh, ma non significa niente, loro sono soltanto dei civili”. — E papà sorrise, con aria cinica.

— Già, ti capisco.

— Ma sto andando troppo avanti. Stavo dicendoti che mi sentivo più che mai sconvolto. La morte di tua madre mi aveva sciolto da tutti i miei impegni. Anche se eravamo stati una coppia molta unita, il fatto di ritrovarmi vedovo mi rendeva libero di fare quello che volevo. E così, affidati gli affari a Morales…

— Il vecchio Morales? Ce la fa ancora?

— Deve farcela. Tanti di noi stanno facendo cose che non credevano affatto di essere in grado di fare. Gli ho ceduto una buona fetta di azioni. Sai com’è, vero, quando si tratta di quattrini… e il resto l’ho diviso in due parti. Metà l’ho regalata alle Figlie della carità, l’altra l’ho depositata in banca per te, per quando vorrai tornare e metterti in affari. Se vorrai. Non ha più tanta importanza, adesso. Ormai ho scoperto che cosa non andava nella mia vita. — S’interruppe, poi aggiunse a voce più bassa: — Dovevo compiere un atto di coraggio. Dovevo dimostrare a me stesso che ero un uomo. Non solamente un animale economico che produce e consuma, ma un uomo vero.

In quel momento, prima che potessi dire qualcosa, gli altoparlanti murali intorno a noi lanciarono il segnale: — Splenda il nome, splenda il nome di Rodger Young! — E una voce di donna aggiunse: — Il personale della Rodger Young prenda posto nella lancia. Ormeggio H. Nove minuti.

Papà scattò in piedi e raccolse il suo zaino. — La mia lancia! Abbi cura di te, figliolo… e passa quegli esami… Altrimenti ti accorgerai che non sei ancora troppo grande per prenderti una sculacciata.

— Farò del mio meglio!

Mi abbracciò in fretta. — Ci vedremo appena sarai di ritorno! — Ed era già scomparso, scattando.

Nell’anticamera dell’ufficio del comandante mi presentai a un sergente che somigliava in modo sorprendente al sergente Ho, braccio mancante compreso. Tuttavia, era privo del suo sorriso cordiale. Dissi: — Il sergente di carriera Juan Rico si presenta al comandante secondo gli ordini ricevuti.

Guardò l’orologio. — La tua lancia è atterrata ventisette minuti fa.

Gli spiegai il motivo del ritardo. Si tirò un labbro e mi guardò con aria pensosa. — Ne ho sentite di giustificazioni — disse — ma questa le supera tutte. Ma davvero tuo padre stava per raggiungere la tua astronave nel momento in cui tu la lasciavi?

— È la pura verità, sergente. Può controllare. Mio padre è il caporale Emilio Rico.

— Non verifichiamo mai le dichiarazioni di un allievo ufficiale. Se in seguito risulta che non ha detto la verità, ci limitiamo a destituirlo. Va bene. Un ragazzo che pur di arrivare in orario non saluta il suo vecchio che parte non vale granché. Non parliamone più.

— Grazie, sergente. Devo andare a rapporto dal comandante, adesso?

— Sei già stato a rapporto. — Fece un segno su un elenco. — Può darsi che tra un mese lui ti mandi a chiamare insieme ad altri dieci o undici. Su questo foglio c’è la stanza a cui sei stato assegnato, e questi sono i tuoi documenti. Puoi toglierti quei galloni. Però conservali, potresti averne bisogno in seguito. Per il momento verrai chiamato signore, non più sergente.

— Sissignore.

— Non chiamarmi signore. D’ora in avanti sarò io a chiamarti così. E forse non ti piacerà.

Non starò a descrivervi la scuola ufficiali. È tale e quale il corso base, e in più ci sono i libri. Al mattino ci comportavamo come soldati semplici, facevamo le stesse cose che avevamo fatto al corso base e in combattimento, prendendoci spaventose lavate di testa dai sergenti.

Nel pomeriggio eravamo cadetti e gentiluomini, e ascoltavamo lezioni e conferenze su un numero incredibile di argomenti: matematica, scienze, galattografia, xenologia, ipnopedia, logistica, strategia, tattica, comunicazioni, leggi militari, toponomastica, armi speciali, psicologia del comando, insomma tutto e poi tutto, da come si cura e si nutre un soldato semplice al perché Serse si trovò nei pasticci. Soprattutto imparavamo l’arte di combattere senza perdere di vista cinquanta uomini, proteggendoli, amandoli, guidandoli, salvandoli, ma guardando bene dal mostrarsi teneri con loro.