Don era stato scelto all’ultimo, come corriere, una scelta nata dal presentarsi di un’occasione… la crisi di Venere aveva precipitato notevolmente le cose. Fino a qual punto avesse precipitato le cose, nessuno l’aveva capito, fino a quando il commodoro Higgins non aveva compiuto il suo spettacolare attacco a Circum-Terra. I dati tecnici, così urgentemente richiesti da Marte, erano finiti invece su Venere, e là si erano perduti (la metà in possesso di Don, cioè) nella confusione incredibile della rivoluzione e della repressione. I coloni ribelli, che miravano alla stessa mèta agognata dall’Organizzazione, avevano messo in grave pericolo, senza saperlo, la migliore possibilità di rovesciare la Federazione.
Le comunicazioni tra i membri dell’Organizzazione che si trovavano su Venere, sulla Terra, e su Marte, erano state ristabilite, in maniera precaria e imperfetta, proprio sotto il naso della polizia della Federazione. L’Organizzazione aveva dei membri che lavoravano per l’I.T. T. sui tre pianeti… membri come Costello. Costello era stato aiutato a fuggire dalla città attaccata, insieme a Isobel, perché egli sapeva troppo; non potevano correre il rischio di lasciarlo interrogare dall’I.B.I., e la ‘casa’ di Sir Isaac era stata un rifugio accogliente per i profughi dell’Organizzazione… ma un nuovo ‘contatto’ era stato mandato sull’Isola del Governatore, nella persona di un sergente tecnico delle comunicazioni che faceva parte dell’esercito federale. Il canale che portava al sergente era un drago, titolare del contratto per la rimozione dei rifiuti dalla base dei Verdi. Il drago non possedeva un voder; il sergente non conosceva neppure una parola della lingua sibilata… ma un tentacolo può passare un biglietto a una mano umana.
Così una forma di comunicazione, anche se difficile e pericolosa, era ridiventata possibile; ma il viaggio interplanetario per i membri dell’Organizzazione era ormai completamente impossibile. La sola linea commerciale che era stata ristabilita fino a quel momento era la linea Terra-Luna; Luna City e Tycho City erano nuovamente collegate con la Terra, anche se Circum-Terra non esisteva più; il gruppo rimasto su Venere stava tentando l’impresa quasi impossibile di completare un progetto le cui basi teoriche, e i cui preparativi preliminari, erano stati predisposti per i laboratori esistenti su Marte. L’impresa non era del tutto impossibile… a patto che essi riuscissero a trovare la metà mancante del messaggio. In questo caso, avrebbero potuto attrezzare una nave spaziale, lanciarla nello spazio, farle raggiungere Marte, dove il lavoro avrebbe potuto essere ultimato.
Così avevano sperato gli uomini e i draghi che erano stati bloccati su Venere dallo scoppio delle ostilità… e avevano continuato a sperarlo fino a poco tempo prima, quando una notizia catastrofica era trapelata dalla Terra, ed era riuscita a raggiungerli, attraverso i soliti canali obliqui e complessi… l’Organizzazione era stata scoperta, sulla Terra; un membro di alto rango, un uomo che aveva saputo troppo, era stato arrestato; e, a differenza di altri casi, non era stato in grado di suicidarsi in tempo.
«Un momento!» interruppe Don, a questo punto. «Io credevo… signor Costello, lei non mi aveva detto, quando eravamo ancora a Nuova Londra, che la Federazione aveva già occupato Marte?»
«Non esattamente. Le avevo detto che, mancando una risposta ai nostri segnali, io avevo presunto che la Federazione avesse occupato la Stazione Schiaparelli, dove si trova la filiale della I.T. T. marziana. E così è stato, infatti… la Federazione ha occupato la base, ottenendo lo scopo di censurare tutti i messaggi, e di bloccare completamente ogni comunicazione con Venere. Ma questo i federali avrebbero potuto farlo con una squadra di soldati inviati dalla minuscola guarnigione che è sempre rimasta su Marte. Quello di cui le parlo, invece, è un attacco in forze. L’alto comando della Federazione ha l’intenzione di liquidare una volta per tutte l’Organizzazione.»
Liquidare l’Organizzazione, una volta per tutte… Don tradusse il giro di parole in concetti concreti: uccidere tutti coloro che erano contro di loro. Questo significava che i suoi genitori…
Scosse il capo, perché aveva la testa come ovattata, la mente torpida, e aveva bisogno di schiarirsi le idee. Dentro il suo cervello, quell’idea non voleva dire nulla. Non c’era un significato concreto… perché erano passati troppi anni; non riusciva neppure a ricordare i loro volti… e non riusciva assolutamente a immaginarli morti. Si domandò se anche lui non fosse morto, dentro, intimamente, se la costante pressione che era stata esercitata su di lui da quel giorno in cui era stato sulla mesa, quel giorno che pareva distare secoli e secoli… se tutto quello che gli era accaduto dopo non avesse prosciugato in lui la capacità di provare dei sentimenti. Ma questo non importava… lui sentiva che era necessario fare qualcosa.
«Cosa possiamo fare? Come possiamo fermarli?» chiese.
«Per prima cosa, dobbiamo smettere di perdere tempo!» rispose Phipps. «Abbiamo già perduto una buona metà della giornata. Sir Isaac?»
«Sì, amico mio. Affrettiamoci.»
Il salone era un laboratorio, ma le proporzioni erano quelle della civiltà dei draghi. E questo era necessario, perché il laboratorio ospitava una dozzina di draghi, unitamente ad almeno cinquanta uomini e a un gruppo minore di donne. Tutti coloro che avevano appreso la notizia, e che occupavano una posizione qualificata per farlo, desideravano assistere all’apertura dell’anello. Nel laboratorio c’era perfino Malath Da Thon, seduto stancamente nella sua celletta artificiale, con l’aiuto del suo corsetto a motore, e con i colori dell’emozione che fremevano sofficemente come ondate lungo il suo fragile corpo.
Don e Isobel erano saliti in cima alla rampa d’ingresso, dove potevano assistere alla scena senza intralciare il corso delle operazioni. Di fronte a loro c’era una gigantesca cassetta stereo, illuminata, ma nella quale non appariva alcuna immagine. Sotto di loro c’era un micromanipolatore, di stile venusiano; altri complicati apparecchi, e grandi strumenti a energia, riempivano la gigantesca sala. Si trattava di apparecchiature sconosciute, per Don, non perché fossero state costruite dai draghi, e destinate all’uso da parte dei draghi, — in realtà, molte erano di costruzione terrestre — bensì perché erano aliene come, in genere, le più complesse apparecchiature di laboratorio sono aliene per l’uomo comune. Don era avvezzo ai prodotti della tecnologia dei draghi; le due tecnologie, quella umana e quella venusiana, si erano mescolate a sufficienza, dopo il primo incontro, perché un essere umano, soprattutto uno che vivesse su Venere, non trovasse più nulla di strano in giunzioni che erano tessute, invece che saldate o inchiodate, e nulla d’insolito nella bizzarra compenetrazione di ovoidi là dove un essere umano avrebbe usato delle viti.
Sir Isaac era al micromanipolatore, con i tentacoli prensili sui comandi: sopra il suo capo era stata adattata una specie d’intelaiatura, con otto lenti di visione. Sir Isaac toccò il quadro di comando; la stereocassetta parve incresparsi, e un’immagine vi apparve… l’anello, riprodotto in colori perfetti e in tre dimensioni. Sembrava largo due metri e mezzo almeno. L’ornamento dell’anello era in primo piano, e mostrava la maiuscola smaltata che vi era incisa… una grande «H» circondata da un semplice cerchio di smalto bianco.
L’immagine ondeggiò e cambiò. Ora era visibile solo una porzione dell’iniziale, ma era così ingrandita che lo smalto che copriva l’esigua scanalatura pareva una serie di blocchi di granito. Un cilindro appuntito e quasi indistinto, del quale solo l’estremità era a fuoco, si mosse attraverso l’immagine; un enorme globo oleoso si formò all’estremità, si staccò, e si pose sullo smalto. I «blocchi di granito» cominciarono a dividersi.