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«Che cosa dobbiamo fare del veicolo sul fiume?» chiesero i messaggeri.

Con la sua nuova facoltà intuitiva, il Cervello capì in che modo si era formata quella domanda: dal riflesso di sopravvivenza.

L’istinto di sopravvivenza deve essere assecondato, pensò.

«Al veicolo sarà concesso di procedere solo tempo­raneamente», ordinò il Cervello. «Per il momento non si devono dare segni evidenti di attacco, ma dob­biamo predisporre nuovi rinforzi. Uno sciame giova­ne sarà fatto affluire nottetempo nel veicolo. Si deve ordinar loro di infiltrarsi in qualsiasi buco disponibi­le e di rimanere nascosti in attesa di nuovi ordini, senza attaccare assolutamente! Tuttavia devono esse­re pronti a distruggere gli occupanti del veicolo qua­lora si riveli necessario.»

Quindi il Cervello tacque, consapevole che i suoi ordini sarebbero stati trasmessi. E si servì della sua nuova capacità di valutazione, considerandola come un frammento di autonomia. L’esperienza si rivelò sia affascinante sia terrificante, poiché, vivendo al­l’interno della propria essenza, quell’esperienza rap­presentava un elemento capace di produrre sia una dialettica sia un’azione separata.

Decisioni, decisioni consce, pensò il Cervello, pu­nizioni inflitte dalla coscienza alla propria essenza. Esistono decisioni consce capaci di frammentare la propria individualità. Come possono gli umani sop­portare un tale carico di decisioni?

Chen-Lhu appoggiò il capo contro l’angolo formato dal finestrino e la paratia e fissò la fetta di luna alta nel cielo. Aveva il colore del rame fuso.

Un’incrostazione di acido scorreva diagonalmente dal finestrino fino alla parte bombata della carrozze­ria esterna. Chen-Lhu seguì con lo sguardo quella striscia e per un attimo, nel punto in cui finiva il finestrino vicino a lui, gli parve di vedere una fila di puntini piccolissimi simili a tante zanzare che stri­sciavano lungo il finestrino.

In un batter d’occhio svanirono.

Me li sono immaginati? si domandò.

Pensò di avvertire gli altri, ma Rhin aveva avuto un attacco isterico dopo aver assistito alla morte dei compagni ed era ancora molto scossa.

Me li sono immaginati, pensò Chen-Lhu. Non c’è che il chiarore lunare… quei puntini davanti agli occhi, non è il caso di preoccuparsi.

In quel punto il fiume si restringeva e presentava un’ampiezza sei o sette volte superiore all’apertura alare della capsula. Una scura parete di alberi spio­venti fiancheggiava il corso dell’acqua.

«Johnny, accenda un attimo le luci di posizione delle ali», disse Chen-Lhu.

«Perché?»

«Potrebbero individuarci», spiegò Rhin. Rimase colpita dal tono isterico della sua stessa voce. Sono un entomologo, pensò. Qualunque cosa ci sia là fuori, non può essere che un’alterazione di qualche specie conosciuta.

Ma quel ragionamento non le fu di conforto. Si re­se conto che la paura primaria di cui era pervasa aveva suscitato in lei delle sensazioni istintive che contrastavano con la ragione.

«Cerchiamo di non commettere errori», ammonì Chen-Lhu, cercando di controllare la voce. «Chiun­que abbia attaccato i nostri amici… sa dove siamo. Per favore accenda le luci, vorrei avere la conferma dei miei sospetti.»

«Siamo inseguiti, eh?» chiese Joao. Girò l’inter­ruttore.

L’improvviso bagliore rischiarò due caverne piene di insetti svolazzanti… nuvole di insetti dalle ali bianche.

La capsula fu trascinata dalla corrente in un punto in cui il fiume formava un gomito. Le luci illumina­rono la sponda rivelando grovigli di radici a forma di medusa avvinte all’argilla rosso scuro, quindi per l’effetto di un vortice si spostarono, scoprendo un isolotto… giunchi ed erba gigante e folta, occhi che si riflettevano nello specchio dell’acqua.

Joao spense le luci di scatto.

Nell’oscurità che sopraggiunse, i tre udirono il sordo ronzio degli insetti e il ritmico gracidio delle rane… poi, simile a una risposta giunta in ritardo, il verso roco di un branco di scimmie dalla sponda opposta.

Joao aveva la sensazione che la presenza di que­gli animali avesse un significato ben preciso, ma in quel momento gli sfuggiva.

Lungo una striscia di fiume illuminato dalla luna, riuscì a scorgere un gruppo di pipistrelli che sfiora­vano il pelo dell’acqua per dissetarsi.

«Ci stanno seguendo… osservando, aspettando», disse Rhin.

Pipistrelli, scimmie, rane, tutte creature che vive­vano in stretto rapporto con il fiume, pensò Joao. Ma Rhin aveva asserito che l’acqua del fiume era ca­rica di veleni. Che ragione aveva di mentire? Cercò di studiare il suo volto scarno nella pallida luce della luna, ma riuscì a scorgere solo delle ombre.

«Forse ce la faremo», dichiarò Chen-Lhu, «se ter­remo la cabina chiusa ermeticamente e gli aeratori in funzione».

«La apriremo solo di giorno», fece Joao. «Così po­tremo dare un’occhiata in giro e servirci dei fucili, se necessario.»

Rhin strinse le labbra per evitare che tremassero. Appoggiò il capo allo schienale e guardò il cielo at­traverso il pannello trasparente che la sovrastava. Una distesa di stelle punteggiava il cielo e, quando abbassò lo sguardo, poteva ancora vederli, tanti pun­tini luminosi, tremolanti sulla superficie del fiume. Improvvisamente la notte la riempì di una sensazio­ne di solitudine immensa, opprimente che la teneva prigioniera fra le pareti oscure del fiume.

L’aria della notte era permeata degli odori della giungla che nemmeno i filtri di aerazione potevano dissolvere. Ogni respiro era denso di profumi stimo­lanti e ripugnanti al tempo stesso.

Nella sua immaginazione la giungla assunse una dimensione di consapevole malvagità. Avvertiva la presenza di qualcosa di misterioso là fuori nella notte… un’entità pensante capace di inghiottirla senza un attimo di esitazione. La sensazione di realtà con cui la sua mente abbracciava quell’immagine la som­mergeva e la penetrava. Non riusciva a dar forma a quell’immagine, aveva solo proporzioni macroscopiche… eppure era là.

«Johnny, è molto veloce la corrente, qui?» chiese Chen-Lhu.

Domanda intelligente, pensò Joao. Si sporse in avanti per dare un’occhiata al quadrante luminoso dell’altimetro. «L’ago segna ottocentotrenta metri di altitudine», disse. «Se ho calcolato bene la nostra posizione, nei prossimi trenta chilometri il fiume pre­senterà un dislivello di settanta metri.» Fece mental­mente un rapido calcolo. «Posso dirlo solo in modo approssimativo ma la corrente sarà dai sei agli otto nodi.»

«Non ci staranno per caso cercando?» chiese Rhin. «Continuo a pensare…»

«Non crearti illusioni», fece Chen-Lhu. «Non lo credo, ma, se così fosse, sarebbe merito mio. Sapevo dove venire a cercarti, Rhin.» Esitò un attimo, nel dubbio di fornire a Joao troppi indizi. «Solo alcuni dei miei uomini erano a conoscenza del luogo in cui mi sarei recato, e per quale motivo.» Sperò che lei avesse captato il tono di segretezza della sua voce e lasciasse cadere il discorso.

«Sapete come sono giunto fin qui», disse Joao. «Anche se qualcuno volesse cercarmi… da dove po­trebbe cominciare?»

«Ma esiste una possibilità di cavarcela, vero?» chiese Rhin rivelando la disperazione che la portava a credere in una possibile via di scampo.

«La speranza è l’ultima a morire», declamò Chen-Lhu e pensò: Devi calmarti Rhin, quando avrò biso­gno di te, non dovrai essere sopraffatta né dalla pau­ra né dall’isterismo.

Quindi concentrò la mente sulla possibilità di scre­ditare Joao Martinho, nel caso che avessero fatto ri­torno alla civiltà. Naturalmente, per portare a ter­mine il suo piano, sarebbe stato necessario l’aiuto di Rhin. Joao rappresentava il perfetto capro espiato­rio e quella situazione doveva essere risolta su ordinazione, sempre se fosse riuscito a convincere Rhin. In caso contrario sarebbe stato costretto a elimi­narla.