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Ma il richiamo della lupa bianca lo raggiunse ancora, più pressante che mai.

«Non perdere tempo dietro un cane randagio, Barbee. Abbiamo nemici di gran lunga più feroci da affrontare questa notte. Vieni!»

Riluttante, si mosse verso la voce lontana, e il furioso abbaiare del cane si perse in lontananza. Qualche minuto più tardi, passava davanti a Trojan Hills, come Preston Troy aveva battezzato la sua lussuosa villa, a sud-ovest di Clarendon, sulla ondulazione collinosa dominante la valle che racchiudeva la città e gli stabilimenti industriali di Troy. Le luci erano spente nella villa maestosa, ma si vedeva una lanterna in movimento nelle scuderie, dove forse gli stallieri si affaccendavano intorno a un cavallo ammalato. Si soffermò per fiutare l’odore forte e gradevole dei corpi equini.

«Fa’ presto, Barbee!», pregò April Bell.

A malincuore riprese la sua corsa a lunghi balzi, finché non gli giunse alle nari l’odore della lupa, acuto e fragrante come quello dei pini. La sua rilut­tanza scomparve e lui balzò innanzi, cercandola ardentemente.

La lupa gli venne incontro sull’erba del prato, trotterellando, dopo essere sbucata fuori dalle siepi che circondavano l’università. I lunghi occhi verda­stri della creatura rilucevano a mo’ di benvenuto, quando gli toccò la punta del muso con un freddo bacio solleticante.

«Quanto tempo ci hai messo!», e balzò via da lui. «Gran parte della notte è già trascorsa e noi abbiamo i nostri nemici da incontrare. Andiamo!»

«Nemici?» Lontanissimo, dalla parte da cui era venuto, giunse loro il latrare disperato d’un cane. Emise un ringhio di odio. «Quello, intendi? I cani?»

Gli occhi verdi rifulsero d’una luce maligna.

«Chi può aver paura di quei botoli?» Le sue candide zanne lampeggiarono di scherno. «I nostri nemici sono esseri umani.»

7.

La lupa bianca si mise a correre e Barbee la seguì. Non si era reso conto di quanto fosse tardi, ma gran parte della notte era già trascorsa. Le strade erano deserte, meno qualche auto ritardataria, e quasi tutti i semafori agli incroci erano spenti. Ma Barbee volle sapere dove fossero diretti. La lupa volse la bella testa a guardare il suo compagno, che era indietro di qualche passo. La rossa lingua le penzolava da un lato delle fauci, mostrando la can­dida minaccia delle zanne affilate.

«Andiamo a trovare due tuoi amici.» E parve che sogghignasse maliziosa­mente. «Sam e Nora Quain.»

«Perché dovremmo fare loro del male?», protestò Barbee. «Non sono nemi­ci.»

«Sono nemici perché sono esseri umani. Mortali nemici a causa di ciò che si trova nella cassa che Quain e Mondrick hanno portato dall’Asia.»

«Ma sono miei amici», insistette Barbee, e sussurrò a disagio: «Che cosa c’è, in quella cassa?».

«Qualcosa di mortale per la nostra specie», fu la risposta; «per il momento è tutto quello che siamo riusciti a scoprire. Ma la cassa è sempre a casa di Quain, sebbene lui si prepari a trasportarla domani all’Istituto. Ha sgombra­to le stanze dell’ultimo piano, assunto guardiani, disposto ogni genere di difese contro di noi. Ecco perché dobbiamo agire ora. Daremo uno sguardo all’interno della cassa, questa notte, e cercheremo di distruggere qualsiasi arma abbiano portato da quei tumuli preumani per usarla contro di noi.»

Un brivido scosse Barbee in corsa.

«Che armi possono essere?», domandò. «Che cosa può esserci letale?»

«L’argento, per esempio. Lame d’argento, proiettili d’argento... ti dirò il perché, quando avremo tempo. Ma il contenuto di quella cassa può essere qualcosa di più mortale dell’argento... e la notte sta fuggendo via rapida.»

L’edificio della Fondazione per le Ricerche Antropologiche era costituito da una snella torre di cemento bianchissimo, alta nove piani. Le luci erano accese in vari piani, e si udiva un picchiar di martelli, il ringhiante gemito di una sega, voci di operai. La luce abbagliante di un riflettore fece fare un salto a Barbee. E si sentiva un odore di vernice fresca, al quale era mescolato un sentore bizzarro, sconosciuto, quasi intollerabile per le loro nari di lupi.

La lupa bianca gli si era posta accanto.

«Vedi? Quain si aspetta qualche iniziativa da parte nostra, e sta trasforman­do la torre di Mondrick in una vera e propria fortezza. Dobbiamo assoluta­mente arrivare alla cassa questa notte. Domani, non potremo più giungervi.»

Sottovento, il collie del professor Schnitzler cominciò a ululare.

«Ma perché fa così?», domandò Barbee apprensivamente. «Gli uomini, a quanto sembra, non ci vedono, ma i cani si spaventano sempre quando siamo vicini.»

April Bell emise un ringhio sommesso verso il cane ululante.

«La maggioranza degli uomini non ci può scorgere», rispose. «Nessun vero essere umano, credo. Ma i cani ci sentono in modo particolare, e nutrono un odio spietato nei nostri riguardi. L’uomo preistorico che addomesticò il pri­mo cane doveva essere già nemico implacabile della nostra specie.»

Giunsero alla casetta di Pine Street, vicinissima alla torre di Mondrick, una casetta che Quain aveva fatto costruire l’anno in cui si era sposato. Barbee, ricordava, aveva bevuto un po’ troppo alla festicciola che Quain aveva dato per inaugurarla, anzi, s’era praticamente ubriacato, per mascherare la delu­sione che gli aveva dato Nora...

La lupa lo guidò dietro la casa, verso il garage, tendendo l’orecchio, fiutan­do l’aria, come in preda a un vago malessere. Barbee udì il suono lieve d’un respiro regolare da una finestra aperta, e percepì l’odore della piccola Pat nel recinto sabbioso, in giardino, dove la bambina giocava parecchie ore al giorno. Balzò davanti alla lupa bianca, con un ringhio minaccioso che gli gorgogliava nella strozza.

«Non voglio che si faccia loro del male!», protestò. «Non comprendo bene che cosa tu voglia fare, ma queste persone sono amici miei, Sam e Nora e Pat!»

La lupa sembrava sogghignare, con la rossa lingua pendula da un lato.

«Non è di loro che dobbiamo occuparci stanotte», rispose. «È il contenuto della cassa che dobbiamo cercare di distruggere.»

Barbee cedette, sebbene a malincuore. A un tratto, l’acuto odore di un cane lo ferì alle nari, e nell’interno della casa risuonò un guaito tremulo e rabbio­so. La lupa bianca fece un balzo all’indietro, spaventata. Anche Barbee non poté dominare la profonda, cupa apprensione, che a quel guaito gli aveva fatto rizzare i peli sul collo.

«È il cagnolino di Pat», spiegò. «La bimba lo chiama Grillo.»

«Domani lo chiamerà in un altro modo», ringhiò la lupa.

«No, non il povero Grillo!», disse Barbee. «La piccola ne avrebbe un dolore immenso!»

Una porta a vetri si aprì e una specie di piumino da cipria si precipitò nel giardino abbaiando furiosamente. La lupa si ritrasse prontamente, e il cagno­lino balzò su Barbee. Questi cercò di respingerlo con una zampata, ma il cagnolino gli addentò la zampa. La trafittura di quei dentini acuti come spilli destò in lui un furore selvaggio, travolgente. Soffocando un ruggito, azzannò il morbido corpicino bianco e lo scrollò fino a quando non cessò di guaire. Poi lo gettò sul mucchio di sabbia, e si forbì con la lingua le zanne su cui erano rimasti alcuni fetidi peli canini.

La lupa bianca era scossa da un tremito: «Ignoravo l’esistenza di quel cane. Nora e la bambina erano fuori questa sera, quando sono venuta a vedere che cosa stesse facendo Sam, e probabilmente la bestiola era con loro. Non amo i cani... Aiutarono gli uomini a sconfiggerci, un tempo».

Balzò verso la porta sul retro della casa.