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— Mio padre te li avrà fatti leggere, sicuramente.

— Oh, sì. Quel pomeriggio stesso c'è stata una parata militare, e alla sera una cena ufficiale, che però è finita presto perché un paio di commissioni dovevano imbarcarsi. Io sono rientrato nei miei appartamenti, in un vecchio palazzo dell'oligarchia quasi al bordo della cupola, poco distante dallo spazioporto. Ero appena al secondo piano. Sono uscito a respirare una boccata d'aria sulla terrazza, ma sotto quella cupola mi sentivo come soffocare.

— Già. Ai komarrani l'aria aperta non piace — annuì Miles. — Ne ho conosciuto uno che aveva dei problemi ai polmoni, una specie di asma, quando doveva andar fuori. Autosuggestione.

Gregor scrollò le spalle, guardandosi le scarpe. — Comunque, ho notato che… non c'erano sentinelle in vista. Tanto per cambiare. Non so il perché di questa trascuratezza; gli altri giorni c'era sempre stato almeno un uomo. Forse pensavano che fossi andato subito a letto; era mezzanotte passata. Ma non potevo dormire. Così mi sono appoggiato alla ringhiera, ho guardato giù e mi sono detto che se l'avessi sorpassata con un salto…

— Sbattere le braccia su e giù ti sarebbe servito a poco — borbottò Miles. Anche lui conosceva quello stato mentale, oh, sì.

Gregor lo scrutò ed ebbe un sorrisetto ironico. — Già. Il fatto è che ero un po' alticcio.

Eri ubriaco, eccome.

— Non volevo sbattere le braccia. Sarei andato a spaccarmi tutte le ossa. Avrei sofferto, ma non per molto. Magari non me ne sarei neanche accorto. Forse sarebbe stato solo un lampo di luce.

Miles fu scosso da un lungo tremito e cercò di nasconderlo massaggiandosi i polpacci.

— Sono andato dall'altra parte della terrazza e ho guardato gli alberi piantati lì accanto. Non mi sarebbe piaciuto sfondare i rami di un albero prima di arrivare al suolo. Poi ho notato che avrei potuto salire e scendere lungo quei rami senza la benché minima difficoltà. L'ho fatto, e mi sono sentito libero, come se fossi morto. Ho cominciato a camminare. A ogni passo mi aspettavo che sbucasse fuori qualcuno, ma ho scavalcato il muro senza che nessuno mi vedesse.

«Poco dopo sono arrivato allo scalo delle navette, in un bar. È stato lì che ho offerto da bere a questo tipo, un commerciante, dopo aver sentito che stava per lasciare il pianeta con la sua nave. Gli ho raccontato che ero un tecnico di bordo e che volevo partire per il Gruppo Jackson dove mi aspettava un lavoro, ma avevo perso i documenti e temevo che la Sicurezza barrayarana mi facesse delle difficoltà. Lui mi ha creduto, o almeno ha creduto al colore dei soldi che gli ho fatto vedere. Comunque, mi ha dato un passaggio. Probabilmente avevamo già lasciato l'orbita prima che l'attendente bussasse alla mia porta, il mattino dopo.

Miles si passò una mano sul mento. — Allora, dal punto di vista della Sicurezza Imperiale tu sei svanito da una camera sorvegliata. Nessun biglietto, nessuna traccia… e su Komarr.

— La nave è andata direttamente a Pol. Io sono rimasto a bordo. Da lì abbiamo fatto un altro volo senza scalo fino alla Stazione Confederata. Dapprima non mi trovavo molto bene su quel mercantile. Ho pensato che poi mi sarei adattato a quella vita, ma che non per questo l'avrei trovata piacevole. Del resto, probabilmente Illyan aveva già capito dov'ero andato e mi stava alle costole.

— Komarr. — Miles si mordicchiò un labbro. — Ti rendi conto di cosa dev'essere successo laggiù? Illyan ha di certo pensato ai ribelli, a un rapimento politico, e avrà messo tutti gli agenti disponibili e metà delle forze armate a smontare quelle cupole, pezzo per pezzo. No, tu li stai precedendo di molto. Non cominceranno a indagare fuori da Komarr fino a… — Cercò di fare un calcolo dei giorni, poi scosse il capo. — Tuttavia, è presumibile che Illyan abbia dato l'allarme a tutti i suoi agenti all'estero… meno di una settimana fa. Ah! Scommetto che era questo il messaggio che ha sconvolto i piani di Ungari e lo ha fatto partire con tanta fretta. Diretto solo a Ungari, e non a me. — Non a me. Nessuno conta mai su di me. - Ma la cosa dovrebbe essere su tutti i notiziari…

— C'è stato, infatti — disse Gregor. — Hanno annunciato alla stampa che non mi sentivo troppo bene e mi ero ritirato a Vorkosigan Surleau per alcuni giorni di riposo. Stanno tenendo il segreto.

E quanto sarebbe durato? Miles riusciva a malapena a immaginare il caos che si stava creando in patria. — Gregor, come hai potuto fare una cosa simile! Pensa a quello che succederà su Barrayar!

— Ci penso — disse rigidamente lui. — Mi sono accorto subito… quasi subito, di aver fatto uno sbaglio. Ancora prima che quel filibustiere mi buttasse fuori.

— Perché non sei sbarcato a Pol, allora? Avresti potuto rivolgerti all'ambasciata barrayarana.

— Ho pensato che ero sempre in tempo a… dannazione — sbottò. — Perché certa gente crede di possedermi?

— Questa è una reazione infantile — disse Miles fra i denti.

Gregor si girò di scatto a guardarlo, rabbiosamente, ma non disse parola.

La consapevolezza della posizione in cui era stava soltanto allora cominciando a formarsi in Miles, come un peso sullo stomaco. Io sono l'unica persona al mondo che sa dove si trova oggi l'Imperatore di Barrayar. Se a Gregor accadesse qualcosa, io potrei essere il suo erede. In effetti, se dovesse morire, molte persone penserebbero subito che io…

E se al Mozzo Hegen si fosse saputo chi si celava sotto quella divisa da prigioniero, che epica caccia all'uomo avrebbe potuto scatenarsi! I jacksoniani avrebbero cercato di catturarlo solo per le possibilità di guadagno. Aslund, Pol, Vervain e chiunque altro per ragioni implicite nei loro giochi di potere. Soprattutto i cetagandani… quale sottile programmazione psichica potevano mettere in atto su di lui, se l'avessero preso in segreto? Oppure, agendo allo scoperto, quale minaccioso ricatto avrebbero imposto a Barrayar? E loro due erano intrappolati su una nave senza il minimo controllo sugli eventi da cui erano attesi. I poliziotti confederati avrebbero potuto separarli in qualsiasi momento, o peggio…

Miles era un ufficiale della Sicurezza Imperiale, per quanto giovane e inesperto o in disgrazia. E il dovere giurato di un ufficiale della Sicurezza era quello di proteggere l'Imperatore con ogni mezzo. L'Imperatore, il simbolo di Barrayar e della sua storia. Gregor, carne riluttante pressata in quello stampo di ferro. Un simbolo che esigeva la fedeltà di Miles… o una persona di carne a sua disposizione? Entrambe le cose. È qui con me. Un prigioniero, un forzato in viaggio verso il suo destino, nelle mani di soltanto Dio sa quali nemici, e a mia completa disposizione.

Miles non riuscì a trattenere una risatina folle, dolorosa.

CAPITOLO DECIMO

Dopo una breve pausa di riflessione, possibile ora che i postumi elettro-convulsivi delle percosse s'erano attenuati, Miles comprese che avrebbe dovuto nascondersi. Gregor, nel suo ruolo di schiavo sotto contratto, avrebbe avuto cibo e sicurezza almeno durante il viaggio fino a Stazione Aslund, a patto che lui non gli facesse passare un guaio. E alla lista delle sue lezioni di vita ne aggiunse un'altra: Chiamiamola Regola 27B: mai prendere decisioni strategiche dopo esser stato picchiato con uno sfollagente-storditore.

Esaminò il contenuto del loro cubicolo. Quella su cui si trovavano non era stata progettata per essere una nave-prigione; gli armadi vuoti sotto le cuccette erano piuttosto spaziosi, dunque le cabine avevano ospitato tecnici o passeggeri paganti. Sul pavimento un pannello scorrevole dava accesso agli impianti del sottoponte: tubature, cavi elettrici e la lunga griglia sottile della gravità artificiale… le voci che si avvicinavano in corridoio costrinsero Miles a non esitare oltre: si sdraiò supino in quello spazio ristretto, strinse le braccia contro i fianchi ed espulse l'aria dai polmoni.