Lei non disse nulla.
«Sono arrivato qui coperto di vergogna,» proseguì lui. «E tu mi hai reso onore.»
«E perché io? Chi sono io per giudicarti?»
«"Fratello, io sono te."»
Lei lo guardò terrorizzata, appena uno sguardo, poi abbassò gli occhi sul fuoco. La fiamma della torba era bassa e calda, ed emanava appena un fil di fumo. Yoss pensò al calore, alla tenebra del corpo di quell'uomo.
«Ci sarà mai pace tra noi?» chiese alla fine.
«Hai bisogno di pace?»
Dopo un po' Yoss fece un mezzo sorriso.
«Farò del mio meglio,» rispose Abberkam. «Fermati in questa casa.»
Lei assentì.
IL GIORNO DEL PERDONO
Solly era stata una monella dello spazio, la figlia di un Mobil, passando da un'astronave all'altra, da un mondo all'altro. Aveva viaggiato per cinquecento anni luce ancor prima di compiere i dieci anni. All'età di venticinque anni s'era ritrovata nel bel mezzo di una rivoluzione su Alterra. Aveva imparato l'aiji su Terra e l'arte del pre-pensiero da un vecchio Hilfer su Rokanan, aveva completato in fretta le scuole su Hain ed era sopravvissuta a una missione come osservatrice su Kheakh, posto terribile e morente, saltando in questo modo un altro mezzo millennio quasi alla velocità della luce. Era giovane ma aveva visto un sacco di cose.
Era stufa che la gente dell'ambasciata di Voe Deo le dicesse in continuazione di stare attenta a questo, di ricordare quello. In fondo anche lei era diventata un Mobil. Werel aveva le sue stravaganze come tutti gli altri mondi, no? Aveva studiato, sapeva quando inchinarsi e quando non doveva ruttare, e viceversa. Era un sollievo starsene finalmente per conto proprio in questa splendida cittadina, in questo splendido piccolo continente, la prima e sola inviata dell'Ekumene nel divino regno del Gatay.
Da giorni si sentiva girare la testa a causa dell'altitudine, del piccolo sole brillante che inondava di luce verticale ie strade affollate, delle cime che si stagliavano incredibili dietro ogni palazzo, del cielo blu scuro dove le stelle vicine risplendevano tutto il giorno, delle notti abbaglianti sotto sei o sette mozziconi ballonzolanti di luna, della gente alta e nera con gli occhi scuri, teste strette, piedi e mani lunghi e magri, gente bellissima, la sua gente! Lei li amava tutti, anche se ne vedeva sin troppi.
L'ultima volta che era riuscita a stare un po' da sola era successo nella cabina passeggeri dell'ariaplano inviato dal Gatay per condurla da Voe Deo oltre l'oceano. Sulla pista d'atterraggio le era venuta incontro una delegazione di preti e ufficiali del re e del consiglio, maestosi nei loro colori rossi, marroni e turchesi, ed era stata portata al palazzo, dove per ore non si poteva ruttare e ti toccava fare molti inchini: una presentazione alla sua piccola e raggrinzita maestà, presentazioni ai sommi Muckamuck e ai Lord Hooziwhat, discorsi, un banchetto, tutto assolutamente prevedibile, nessun problema, neanche nel caso dell'incomprensibile, gigantesco fiore fritto che s'era ritrovata sul piatto durante il banchetto. Ma accanto a lei, fin dal primo momento sulla pista d'atterraggio e per ogni istante successivo, ci furono due uomini, che si tenevano discretamente di fianco e alle spalle, oppure molto vicini: erano la sua guida e la sua guardia.
La guida, che di nome faceva San Ubattat, le era stata assegnata dai suoi ospiti del Gatay. Naturalmente lui faceva la spia per il governo, ma era una spia molto cortese, le spianava sempre la strada mostrandole con un piccolo cenno quello che doveva fare e le gaffe da evitare, ed era anche un linguista eccellente, pronto a tradurre appena lei ne aveva bisogno. San era a posto, ma la guardia era tutt'altra faccenda.
Le era stata affidata dagli ospiti dell'Ekumene su questo mondo, il potere dominante su Werel, la grande nazione voedeana. Lei aveva protestato immediatamente presso la sua ambasciata di Voe Deo, dicendo che non ne aveva bisogno e non voleva una guardia del corpo. Nessuno nel Gatay le voleva del male, e anche se così fosse stato avrebbe preferito pensarci da sola. L'ambasciatore sospirò. Ci dispiace, disse, è già deciso, quello rimane. Voe Deo è militarmente presente nel Gatay, che dopotutto è uno stato cliente in condizione di dipendenza economica. È nell'interesse di Voe Deo proteggere il governo legittimo del Gatay contro le sette terroriste locali, e tu vieni protetta come uno dei loro interessi, quindi non possiamo biasimarli.
Sapeva che era meglio non discutere con l'ambasciatore, ma non riuscì lo stesso a rassegnarsi al maggiore, il cui grado, rega, lei aveva tradotto nella parola arcaica maggiore grazie a una vignetta che aveva visto su Terra. Il maggiore della storiella era un pallone gonfiato, un'uniforme impagliata coperta di medaglie e decorazioni, che sbuffava e si pavoneggiava e comandava, e alla fine scoppiava in mille pezzi. Se solo anche questo maggiore fosse saltato per aria! Non che si pavoneggiasse, per l'esattezza, o che comandasse in modo esplicito. Era duro ma gentile, silenzioso come un sasso, rigido e freddo come il rigor mortis. Ben presto Solly desistette da ogni tentativo di parlargli. Qualunque cosa lei dicesse, lui rispondeva sissignora o nossignora, con l'ottusità subitanea di un uomo che non ascolta e non ascolterà mai, un ufficiale ufficialmente incapace di umanità. Lui stava assieme a Solly in ogni occasione pubblica, giorno e notte, per strada, nei negozi, durante gli incontri con uomini d'affari e con ufficiali, nelle visite di piacere, a corte, nel pallone aerostatico sopra le montagne, ovunque… ovunque tranne che a letto.
E neanche a letto riusciva a restare da sola come le sarebbe piaciuto. Di notte la guardia del corpo se ne andava a casa, ovvio, ma nella stanza accanto dormiva la cameriera, un regalo di sua maestà, la sua proprietà privata.
Ricordava l'incredulità provata quando per la prima volta aveva imparato quella parola, tanti anni prima, in un testo sulla schiavitù. «Su Werel i membri della classe dominante sono chiamati possidenti, i membri della classe servile sono chiamati proprietà. Solo i possidenti vengono chiamati uomo e donna, le proprietà sono chiamati schiavo e schiava.»
E così ecco cos'era adesso, la proprietaria di una proprietà. Non si restituisce né si rifiuta il regalo di un re. La sua proprietà si chiamava Rewe. Rewe era probabilmente pure lei una spia, anche se era difficile crederlo. Era una donna bellissima, dignitosa, di pochi anni più vecchia di Solly e quasi della stessa sfumatura di colore della pelle, anche se Solly era d'un marrone rosato mentre Rewe era d'un marrone azzurrognolo. Le palme delle sue mani erano di un delicato colore azzurrino. Le maniere di Rewe erano squisite, aveva tatto, era astuta e aveva un istinto infallibile nel capire quando era desiderata e quando non lo era. Solly naturalmente la trattava come una sua pari, dopo averle detto sin dall'inizio che lei non credeva che gli esseri umani avessero diritto di dominarne altri, né tanto meno possederli, che non le avrebbe impartito nessun ordine e che sperava di poter diventare amica sua. Purtroppo Rewe l'accettò come una nuova serie di ordini. Sorrise e disse di sì. Era assolutamente condiscendente. Qualsiasi cosa Solly dicesse o facesse, veniva assorbita in quella accettazione e andava perduta, lasciando Rewe immutata: una presenza fisica attenta e obbediente, gentile ma distaccata. Lei sorrideva e diceva sempre di sì. E rimaneva inattaccabile.
Solly cominciò a convincersi, dopo l'eccitazione dei primi giorni nel Gatay, che aveva bisogno di Rewe, aveva veramente bisogno di lei come donna con cui parlare. Non c'era modo di conoscere o incontrare le altre donne possidenti, che vivevano rintanate "in casa", così si diceva, cioè nei loro quartieri, i beza. Tutte le donne schiave, tranne Rewe, erano proprietà di altre persone, perciò non le era possibile parlarci. Incontrava solo uomini. Ed eunuchi.