Questo è il motivo per cui i sindaci della Corporazione dei Drappieri somigliano ai più anziani e ai più saggi dei santi.
Ma è soprattutto negli autoritratti di Rembrandt che la profondità e l’intuito diventano più manifesti. E certo tu saprai che, di tali autoritratti, ce ne sono rimasti almeno sessanta.
Perché pensi che ne abbia dipinti tanti? Essi erano la sua personale supplica a Dio per segnalare la crescita di un uomo che, attraverso una puntuale osservazione degli altri come lui, era riuscito a trasformarsi in senso religioso. «Questa è la mia visione», diceva Rembrandt a Dio.
Verso la fine della vita del pittore, però, il Diavolo divenne sospettoso. Non voleva che il suo servo fosse l’artefice di dipinti così magnifici, così pieni di calore e di benevolenza. Il Diavolo aveva infatti creduto che gli olandesi fossero un popolo concreto, legato alle cose terrene, gente che bisognava ritrarre in abiti sontuosi, circondata da beni di lusso tali da mostrare, con innegabile evidenza, che gli esseri umani erano una preziosa commistione di carne e fuoco immortale e quindi assai diversi dagli altri animali.
Fu così che Rembrandt dovette patire tutti i tormenti che il Diavolo decise d’infliggergli. Perse la sua bella casa in Jodenbreestraat, oltre all’amante, e alla fine anche il figlio. Continuò tuttavia a dipingere, senza traccia di asprezza o d’iniquità, ma infondendo amore in tutti i suoi quadri.
E infine giacque sul suo letto di morte. Il Diavolo cominciò a pregustare il piacere d’impossessarsi dell’anima di Rembrandt per poi sottoporla a ogni genere di tortura. Gli angeli e i santi però supplicarono Dio d’intervenire.
«Chi al mondo possiede una maggiore consapevolezza dell’essenza del bene?» chiesero, indicando Rembrandt morente. «Chi ha rivelato più cose di questo pittore? Noi guardiamo i suoi ritratti quando vogliamo riconoscere nell’uomo il divino.»
Dio ruppe allora il patto tra Rembrandt e il Diavolo. Prese l’anima dell’artista e il Diavolo, appena defraudato di Faust per la stessa ragione, s’infuriò. Intendeva far sprofondare la vita di Rembrandt nell’oscurità, dimostrando così che tutti i beni e le testimonianze dell’uomo venivano inghiottiti dal grande flusso del tempo. Questo è l’ovvio motivo per cui non sappiamo quasi nulla della vita di Rembrandt o della sua personalità.
Ma il Diavolo non era in grado di controllare il destino dei dipinti. Per quanto tentasse, non poteva far in modo che la gente li bruciasse, li gettasse via o li accantonasse per lasciar spazio agli artisti più giovani e alla moda. E, in effetti, successe una cosa curiosa, apparentemente senza un inizio ben definito: Rembrandt divenne il più ammirato tra i pittori. Rembrandt divenne il più grande pittore di tutti i tempi.
Questa è la mia teoria su Rembrandt e sui volti che ha dipinto.
Ora, se io fossi mortale, potrei scrivere un romanzo su di lui, partendo da tutto ciò. Ma io non sono mortale, ne posso salvare la mia anima attraverso l’arte o le opere di bene. Io sono una creatura analoga al Diavolo, ma con una differenza: io amo i dipinti di Rembrandt!
Eppure, a guardarli, mi si spezza il cuore, come mi si è spezzato il cuore quando ti ho visto nel museo. Hai perfettamente ragione quando dici che non esistono vampiri con visi simili a quelli dei «santi» della Corporazione dei Drappieri.
Questo è il motivo per cui al museo ti ho lasciato in modo così scortese. Non era la rabbia del Diavolo. Era soltanto dolore.
Di nuovo, ti prometto che la prossima volta che c’incontreremo ti lascerò dire tutto quello che desideri.
Scarabocchiai in fondo alla lettera il numero del mio agente di Parigi insieme con l’indirizzo, come già avevo fatto, in passato, nelle lettere a David, anche se lui non aveva mai risposto.
Quindi mi avventurai in una sorta di pellegrinaggio, andando a rivedere i dipinti di Rembrandt nelle grandi collezioni del mondo. Però non vidi nulla che mi facesse vacillare nelle mie convinzioni riguardo alla sua bontà d’animo. Rimasi anzi così attaccato alla mia teoria che quasi trasformai quel viaggio in un pellegrinaggio penitenziale. E mi ripromisi di non disturbare David, di non disturbarlo mai più.
Poi ci fu il sogno. Tigre, tigre… David era in pericolo. Mi svegliai con un sussulto sulla mia poltrona, nel piccolo tugurio di Louis, come se una mano mi avesse scosso per avvertirmi di qualcosa.
In Inghilterra la notte era ormai finita. Dovevo affrettarmi, ma, quando infine lo trovai, David si trovava nella piccola taverna di un villaggio nel Cotswold, raggiungibile solo attraverso una strada stretta e pericolosa.
Andando a scrutare nella mente delle persone intorno a lui, compresi subito che quel luogo era il suo villaggio d’origine, non lontano dalla proprietà avita. Un paesello, attraversato da un’unica strada fiancheggiata da edifici del XVI secolo, agenzie immobiliari e una locanda, che David aveva restaurato a sue spese e frequentato sempre più spesso per sfuggire alla sua vita londinese. Una locanda le cui sorti dipendevano dall’irregolare afflusso di turisti.
Davvero uno strano posto.
David tracannava il suo adorato scotch di malto e scarabocchiava su tovagliolini di carta alcune effigi del Diavolo. Mefistofele col liuto? Satana cornuto che danza alla luce della luna? Doveva essere la sua tristezza, quella che avevo avvertito a centinaia di chilometri di distanza o, più esattamente, l’apprensione di coloro che lo stavano guardando. Era infatti l’immagine che gli astanti avevano di lui, ciò che io avevo captato.
Desideravo tanto parlare con David, ma non osai. Avrei creato troppo scompiglio nella piccola taverna dove, con una certa apprensione, l’anziano proprietario e i due corpulenti e silenziosi nipoti rimanevano svegli, avvolti dal fumo delle loro pipe odorose per ossequiare il signore locale nella sua venerabile presenza. E David era infatti determinato a ubriacarsi proprio come un gran signore.
Per un’ora rimasi nelle vicinanze, sbirciando attraverso la finestrella. Quindi me ne andai.
Parecchi mesi più tardi, mentre la neve cadeva su Londra, lambendo con grandi fiocchi silenziosi l’alta facciata della Casa Madre del Talamasca, tornai a cercarlo, cupo e affaticato, convinto di doverlo incontrare a ogni costo. Frugai nelle menti dei membri, svegli o addormentati che fossero, li scossi e li udii distintamente mettersi in allarme, come se, alzandosi dal letto, avessero acceso le luci.
Però, prima che potessero tagliarmi fuori, riuscii a sapere quello che volevo.
David era partito per la sua villa nel Cotswold, situata senza dubbio nelle vicinanze di quel curioso, piccolo villaggio dalla pittoresca taverna.
E proprio là decisi di andarlo a cercare.
La neve cadeva sempre più fitta, mentre procedevo rasoterra, infreddolito e irascibile. Ogni ricordo del sangue che avevo bevuto in precedenza pareva cancellato.
Come sempre quando l’inverno si fa sentire, sognai di nuovo delle deprimenti nevicate della mia adolescenza mortale, delle gelide stanze in pietra del castello di mio padre, e del piccolo camino, coi miei mastini prediletti che russavano accanto a me, mantenendomi al caldo e al sicuro.
Quei cani erano stati uccisi durante la mia ultima caccia al lupo.
Detestavo rammentare tutto ciò, eppure era sempre piacevole immaginare di essere ancora lì, circondato dall’aroma del piccolo camino e di quei cani forti che mi si buttavano addosso, e di essere vivo, davvero vivo! Era dolce pensare che la caccia non avesse mai avuto luogo, che io non fossi mai andato a Parigi e non avessi mai sedotto il potente e delirante vampiro Magnus. La piccola stanza di pietra era riscaldata dal buon profumo dei cani. Io potevo dormire accanto a loro, ed essere salvo.
Alla fine giunsi nel Cotswold, nei pressi di una piccola villa in stile elisabettiano, un magnifico edificio in pietra caratterizzato da stretti timpani racchiusi da tetti alquanto inclinati e con spessi vetri incassati alle finestre. Di gran lunga più piccola della Casa Madre, risultava tuttavia molto imponente nelle sue proporzioni.