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Poi capì che era soltanto immaginazione, soltanto un sogno; e non un sogno suo, stavolta, ma del Dr. Prithivi. Forse il Dr. Prithivi poteva sognare come lui, e così intensamente che gli angeli scendevano ad avverare il sogno; forse era invece l’immaginazione onirica dell’uomo che passava attraverso di lui. Ripensò a ciò che aveva detto Indra: che sua madre non era la sua vera madre e seppe che non poteva essere così.

Una donna dai capelli neri, con un grazioso volto a forma di cuore, disse: — Suona per noi. — E lui ricordò d’avere ancora in mano il flauto di legno. Se lo portò alle labbra, senza sapere se avrebbe saputo suonarlo o meno, e ne uscì una musica meravigliosa. Non era lui a farla, tuttavia mosse le dita sui fori fingendo di suonare e danzò. Le donne ballarono con lui, talvolta battendo le mani e talvolta agitando campanelle.

Gli parve che fosse trascorso solo un momento dall’inizio della danza quando comparve Indra. Era più alto di suo padre e aveva la faccia nascosta da una maschera di legno scolpito, dal naso adunco. Nella mano destra impugnava una spada minacciosa, curva e ondulata come un serpente, e nella sinistra aveva un occhio scintillante. Quando Little Tib vide l’occhio seppe perché Indra non lo aveva ucciso mentre erano soli sull’autobus. Qualcuno, lontano da lì, stava guardando attraverso quell’occhio, e finché avesse visto che lui faceva quelle cose (quelle che talora riusciva a compiere: far apparire e sparire gli oggetti, parlare con certi angeli) Indra non avrebbe potuto usare la spada. Io non voglio che lo faccia! pensò, ma sapeva di non poter sempre fermare gli avvenimenti, e che talvolta gli avvenimenti lo portavano via con loro.

In quel momento il tuono scosse le nuvole, e la voce del Dr. Prithivi disse: — Suona con il tuono! Suona con la tempesta. Questo è l’ideale per ciò che stiamo cercando di fare!

In piedi, dinanzi a Little Tib, Indra disse qualcosa circa il fatto di chiamare tanta pioggia da spazzar via il villaggio; e la voce del Dr. Prithivi incitò Little Tib a scalare la montagna.

Lui guardò e vide la montagna vera, lontana e stupenda; sapeva di non poterla scalare.

Poi cadde la pioggia, le torce si spensero, ed essi rimasero in piedi sul palco immerso nel buio con l’acqua fredda che ruscellava sui loro volti. Si accesero luci elettriche, e Little Tib vide centinaia di persone che correvano alle loro auto; fra esse c’erano un uomo mascherato da scimmia, un altro con la testa d’elefante e un terzo con nove facce.

Subito dopo fu di nuovo cieco, e per lui non restò altro che la sensazione del ruvido legno sotto i piedi, della pioggia battente e la consapevolezza che Indra era ancora dinanzi a lui, brandendo la sua spada e l’occhio.

E poi un uomo fatto interamente di metallo (al punto che la pioggia tamburellava sonoramente su di lui) fu anch’egli in piedi lì accanto. Era armato d’accetta e portava un cappello a punta; e nella luce riflessa dalla sua superficie liscia Little Tib poté vedere anche Indra e l’occhio.

— Tu chi sei? — chiese Indra all’Uomo di Metallo.

— Chi sei tu? — replicò lui. — Non vedo la tua faccia dietro quella maschera di legno… ma il legno è cosa che non può opporsi a me. — E con l’accetta colpì la maschera scolpita. Una scheggia ne volò via, la cordicella che la teneva a posto si spezzò e l’oggetto cadde al suolo.

Little Tib vide comparire il volto di suo padre, rigato dalla pioggia che ora lo bagnava. — Chi sei tu? — domandò ancora suo padre all’Uomo di Metallo.

— Non mi riconosci, George? — disse l’Uomo di Metallo. — Una volta eravamo vecchi amici. Io sono, se così posso dire, un sentimentale, e quando…

— Papà! — gridò Little Tib.

Suo padre si volse a guardarlo e disse: — Ciao, Little Tib.

— Papà, se avessi saputo che tu eri Indra non avrei avuto paura, là dentro. Quella maschera cambiava tanto la tua voce.

— Non dovrai aver più paura di niente, figlio mio — disse suo padre. Fece due passi verso il bambino, e un istante dopo, quasi troppo veloce per essere vista, la sua spada lampeggiante gli si abbatté addosso.

L’accetta dell’Uomo di Metallo fu ancora più veloce: si alzò di scatto, e la lama di Indra vi impattò con un clangore violento.

— Questo non lo salverà — disse il padre di Little Tib. — L’hanno visto, e hanno visto anche te. Volevo farla finita più in fretta.

— Non hanno visto me — disse l’Uomo di Metallo. — È più buio di quel che credi.

E d’un tratto fu buio. La pioggia cessò… o se continuò a cadere Little Tib non l’avvertiva più. Non capiva come l’avesse intuito, ma sapeva dov’era: si trovava in piedi, immobile, di fronte al computer, e i diavoli non erano ancora andati via da lì.

Poi la pioggia fu di nuovo su di lui, e seppe d’essere davanti a suo padre, ma l’Uomo di Metallo se n’era andato e il buio tornò ad avvolgerlo rendendolo cieco più che mai. — Vuoi ancora uccidermi, papà? — chiese.

Non ci fu risposta, e ripeté la domanda.

— Non adesso — disse suo padre.

— Più tardi?

— Vieni qui. — Sentì la mano del padre su un braccio, un contatto che conosceva bene. — Siediti. — Fu condotto sul bordo della piattaforma e aiutato a sedersi, con le gambe di fuori.

— Ti senti bene? — domandò Little Tib.

— Sì — rispose suo padre.

— Allora perché volevi uccidermi?

— Io non volevo farlo. — D’improvviso la voce dell’uomo suonò irritata. — Non ho mai detto che volevo. Dovevo farlo: questo è tutto. Guardaci, tutti noi, guarda cosa siamo diventati. Costretti a spostarci da un posto all’altro costruendo case, zappando la terra, affidandoci alla misericordia divina come nei secoli scorsi. Siamo dei cani della prateria, ecco quello che siamo. Tu ricordi i cani della prateria, Little Tib?

— No.

— Fu molto prima che tu nascessi, è vero. Erano cani che cacciavano in branco, per vivere dovevano stare in branco. Ma anni fa qualcuno decise che non servivano a niente, e riuscirono a disperderli, e morirono tutti. Per circa un anno ne trovai molti, qua e là, da soli e morti. Poi non ce ne fu più. Aspettarono a riunirsi in branco finché non fu troppo tardi, capisci: o forse non poterono. Ed è la stessa cosa che succede alla gente come noi. Voglio dire la nostra famiglia. Cosa credi che ci sia accaduto?

Little Tib, che non poteva capire la cosa, non disse nulla.

— Quand’ero ragazzo e andavo a scuola volevo sapere tutto su quei grandi uomini, i Re e le Regine e i Presidenti, e mi paceva pensare che vivevano nell’insieme delle loro famiglie. Questo non era del tutto vero, ora lo so. Se tu potessi tornare ai tempi della Bibbia troveresti la nostra gente a vivere insieme nelle capanne di legno come i pellirosse.

— Questo mi piacerebbe — disse Little Tib.

— Ma i boschi e le capanne sono stati spazzati via, e la nostra gente ha dovuto cominciare a tirar fuori il nutrimento dalla terra, zappare e sudare sangue. Non abbiamo potuto far altro che questo da allora, e lasciarci spremere dalle tasse. Mi capisci? Non potevamo far altro. E infine non ci sono più state offerte di lavoro per quelli come noi. Dobbiamo tornare a unirci prima che sia troppo tardi… lo capisci questo?

— No — disse Little Tib.

— Tu sei unico. Fai prodigi e sei un guaritore, e così loro ti vogliono morto. Perciò adesso sei la nostra moneta di scambio. Tutti nascono per uno scopo, figliolo, e questo è lo scopo per cui sei nato tu. Perché grazie a te la famiglia potrà riunirsi prima che sia troppo tardi.