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Ritengo, disse la gran dama, che tu ti lasci trasportare. Quando cominci, non si può mai sapere fin dove arriverai. Come puoi dire che diverremo parte dell’universo? Tanto per cominciare, non abbiamo idea di cosa sia l’universo, e quindi, come possiamo immaginare che diverremo la stessa cosa?

C’è molto di vero in tutto questo, disse lo scienziato, anche se con ciò non intendo criticare il tuo pensiero, Monaco. Ho avuto, in certi momenti, pensieri assai simili, e debbo ammettere che mi hanno lasciato molto perplesso. Storicamente, credo, l’uomo ha guardato l’universo come qualcosa che ha cominciato a esistere grazie ad un’evoluzione puramente meccanicistica, spiegabile, almeno in parte, secondo le leggi della fisica e della chimica. Ma un universo evolutosi in tal modo, non essendo altro che un costrutto meccanicistico, non avrebbe mai un vero senso, perché non sarebbe progettato per averlo. Un concetto meccanicistico deve far funzionare qualcosa, non deve avere un senso: ed è contrario ad ogni logica a me nota pensare che sia questo il tipo d’universo in cui ci troviamo. Senza dubbio l’universo è qualcosa di più, benché io ritenga che questo sia l’unico modo in cui può venire spiegato da una società tecnologica. Mi sono chiesto in quali modi potrebbe essere costruito; mi sono chiesto per quale scopo è stato costruito. Senza dubbio, mi dico, non è un semplice ricettacolo per contenere materia, lo spazio e il tempo. Certamente, ha un significato più grande. È stato progettato, mi domando, come patria di creature biologiche intelligenti? E se è così, quali attori sono entrati nella sua evoluzione per renderlo tale, quale tipo di costrutto dovrebbe essere per servire a questo scopo? Oppure fu costruito semplicemente come esercizio di filosofia?

O forse come un simbolismo che non può essere percepito né apprezzato, fino al giorno lontano in cui la distillazione conclusiva dell’evoluzione biologica avrà prodotto un’intelligenza inimmaginabile, capace di conoscere finalmente la ragione e lo scopo dell’universo? Si pone anche un altro quesito: che tipo d’intelligenza sarebbe necessaria per raggiungere tale comprensione? Sembra che debba esistere sempre un certo limite per ogni fase evolutiva, e non si può essere sicuri che tale limite non escluda la capacità di conseguire l’intelligenza necessaria per comprendere l’universo.

Forse, disse la gran dama, l’universo non è fatto per essere compreso. Il feticcio della comprensione può non essere altro che un aspetto frainteso di una società tecnologica.

Oppure, disse il monaco, di una società filosofica. Forse più di una società filosofica che di una tecnologica, perché alla tecnologia non importa di nulla, finché i motori funzionano e le equazioni quadrano.

Credo che vi sbagliate entrambi, disse lo scienziato. Deve importare ad ogni intelligenza. Un’intelligenza deve necessariamente spingersi fino al limite della sua capacità. È la maledizione dell’intelligenza. Non lascia mai in pace l’essere che la possiede; non gli dà mai tregua; lo sprona continuamente. Nell’ultimo momento dell’eternità, l’essere si aggrapperà con le unghie all’ultimo precipizio scalciando e urlando per impadronirsi dell’ultimo brandello di ciò che sta inseguendo. E inseguirà qualcosa: sono disposto a scommetterci.

Lo fai apparire così lugubre, disse la gran dama.

A rischio di apparire un pallone gonfiato o un patriota scervellato, disse lo scienziato, affermo che è lugubre, ma splendido.

Ma questo non ci indica la strada, disse il monaco. Dovremo continuare a vivere un altro millennio come tre identità separate, egoiste, o dobbiamo concederci una possibilità di divenire qualcosa d’altro? Non so cosa sarà… qualcosa di eguale all’universo, forse l’universo stesso, o qualcosa di meno. Al peggio, credo, una mente libera, sganciata dal tempo e dalla materia, in grado di andare in qualunque luogo e forse in qualunque tempo, senza pensare a nient’altro, innalzandoci al di sopra dei limiti imposti alla nostra carne.

Vai molto per le spicce, disse lo scienziato. Abbiamo trascorso solo un millennio nello stato attuale. Lasciaci un altro millennio, altri dieci millenni…

Ma ci costerà qualcosa, disse la gran dama. Non l’avremo gratis. Tu che prezzo saresti disposto a pagare, Monaco?

La mia paura, disse il monaco. Ho rinunciato alla mia paura, e ne sono lieto. Non è un prezzo. Ma è tutto ciò che ho. È tutto ciò che posso offrire.

Ed il mio orgoglio, disse la gran dama. E il nostro Scienziato, il suo egoismo. Scienziato, sei disposto a pagare con il tuo egoismo?

Sarebbe difficile, disse lo scienziato. Forse verrà un tempo in cui non avrò bisogno del mio egoismo.

Ah, bene, disse il monaco. Avremo lo Stagno e l’ora di Dio. Forse ci daranno un sostegno morale, e magari qualche incentivo… se non altro, quello di fuggire per sottrarci a loro.

Io credo, disse la gran dama, che finalmente riusciremo a farcela. E non fuggendo per sottrarci a qualcosa d’altro. Credo che alla fine vorremo fuggire da noi stessi. Con il tempo, ci stancheremo tanto dei nostri io meschini, che ognuno di noi sarà lieto di fondersi con gli altri due. E forse riusciremo finalmente a raggiungere quello stato benedetto, in cui non avremo più un io.

31.

Nicodemus stava aspettando accanto al fuoco ormai spento, quando Horton ritornò dallo Stagno. Il robot aveva preparato gli zaini, e il volume di Shakespeare stava in cima al mucchio. Horton posò delicatamente la fiasca, appoggiandola agli zaini.

«C’è nient’altro che vuoi portar via?» chiese Nicodemus.

Horton scosse il capo. «Il libro e la fiasca,» disse. «Credo sia tutto. Le ceramiche che Shakespeare aveva raccolto non valgono nulla. Sono soltanto souvenirs. Un giorno verrà qualcun altro, umano o no, che effettuerà uno studio della città. Umano, molto probabilmente. Sembra che qualche volta la nostra specie provi un fascino quasi fatale nei confronti del passato.»

«Io posso portare i due pacchi,» disse Nicodemus. «E anche il libro. Dato che porti la fiasca, è meglio che tu non abbia altri ingombri.»

Horton sorrise. «Ho una paura tremenda che qualcosa, lungo il percorso, mi faccia inciampare. Non posso permetterlo. Ho Stagno in custodia, e non posso lasciare che gli succeda niente.»

Nicodemus sbirciò la fiasca. «Non ne hai molto, di lui, lì dentro.»

«Quanto basta,» disse Horton. «Anche una boccetta o una tazza, probabilmente, sarebbero sufficienti.»

«Non capisco proprio,» disse Nicodemus, «cosa sia questa faccenda.»

«Neppure io lo capisco,» disse Horton. «Ma ho l’impressione di portare un amico, e nella desolazione ululante dello spazio, un uomo non può chiedere di più.»

Nicodemus si alzò dal mucchio di legna su cui si era seduto. «Prendi la fiasca,» disse. «E io mi caricherò il resto sulle spalle. Non c’è più niente che ci trattenga.»

Horton non accennò a prendere la fiasca. Rimase dov’era, guardandosi intorno lentamente. «Provo una certa riluttanza,» disse. «Come se ci fosse ancora qualcosa da fare.»