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«Mio Dio, eccolo qua el hijo de puta, Eduardo Carvajal!» esclamò Montes. E se non sbaglio sta parlando con Pablo Ortega e con qualcuno che non riesco a vedere. Me la tolga di torno, se non vuole vedermi piangere come un bambino, Inspector Jefe.»

«La ringrazio», disse Falcón, prendendo la foto.

Si strinsero la mano e Falcón si avviò alla porta.

«Che lavoro faceva Eduardo Carvajal, a proposito?» disse allungando la mano verso la maniglia.

«Era consulente immobiliare», rispose Montes, l’espressione di nuovo cupa, dopo la relativa calma durante la discussione su Ortega. «Lavorava per Raúl Jiménez, qua a Siviglia, nel settore edile, lo ha fatto fino alla fine degli anni ’70, primi anni ’80. Era di una famiglia benestante che aveva grosse proprietà nella zona di Marbella. Quando lasciò Raúl Jiménez, lottizzò quelle terre e le vendette. Conosceva molta gente importante, la gente giusta. Cominciò a procurare terreni per costruire alberghi ai grossi tour operator, faceva il bello e il cattivo tempo con le autorità del comune, perciò aveva sempre le licenze di costruzione senza nessun problema e i contatti utili per ottenere i finanziamenti. Ha messo insieme una fortuna.»

«Perciò la promessa che le aveva fatto era del tutto credibile?»

«Assolutamente.»

Falcón annuì, aprendo la porta.

«In quanto al caso Ortega», riprese Montes, «non attribuisco nessuna colpa ai miei uomini… il che non impedisce che mi sia fatto sentire su come trattare casi del genere in futuro, ma bisogna essere molto sicuri di sé per tener testa a personalità carismatiche come il Juez Calderón.»

«E che hanno la responsabilità di costruire un caso che dia ai fiscales le migliori possibilità di vincere in tribunale», disse Falcón. «Occorre compiere scelte etiche difficilissime e il Juez Calderón è un uomo molto capace.»

«A lei piace, Inspector Jefe. Non l’avrei mai detto.»

«Ho lavorato con lui solo una volta… sul caso Raúl Jiménez. Ha agito veramente bene in quell’occasione. Ha agito veramente bene con me, quando io non ero in grado di svolgere un’indagine.»

«Il successo cambia le persone», affermò Montes. «Certa gente è destinata a raggiungerlo pienamente, altri, come me, arrivano a un certo punto e poi devono fermarsi, altrimenti impazziscono. Il Juez Calderón non ha ancora quarant’anni e ha già ottenuto successi che altri magistrati non raggiungono in un’intera carriera. È una posizione difficile da mantenere… da superare. Talvolta occorre forzare un pochino le situazioni per conservare alla propria stella tutta la sua lucentezza. La capacità di giudizio può essere influenzata dall’ambizione e si possono commettere errori. Le persone così, quando cadono, si fanno molto male. Lo sa perché, Inspector Jefe?»

«Perché agli altri piace vederle andare in pezzi», rispose Falcón.

«Credo che siano in molti ad aspettare proprio questo», disse Montes.

10

Giovedì 25 luglio 2002

Prima di uscire, Falcón si fermò a prendere il fascicolo di Sebastián Ortega per portarselo a casa. In ufficio Ramírez stava ancora battendo al computer il rapporto, con due dita tozze e impacciate. Cristina Ferrera aveva parlato con la compagnia telefonica e aveva scoperto che l’ultima telefonata ricevuta dai Vega era quella di Consuelo Jiménez, verso le undici di sera; aveva già scritto il rapporto ed era uscita. Falcón sedette di fronte a Ramírez, il quale fissava lo schermo come un critico che stesse inserendo commenti particolarmente velenosi in una recensione.

«C’è qualcosa che dovrei sapere sugli affari di Rafael Vega?»

«Impiegava manodopera russa e ucraina», rispose Ramírez. «Qualcuno legalmente, come Sergei, qualcun altro no.»

«Come ha fatto a sapere della manodopera illegale?»

«Non si sono presentati al lavoro oggi… o meglio, quando l’hanno fatto, sono stati mandati via, il che ha lasciato due cantieri con pochissimi muratori.»

«E gli uffici?»

«Vásquez non ha voluto farceli perquisire senza un mandato, ma su Sergei è stato molto accomodante.»

«Ha fatto commenti sulla manodopera?»

«Non lo riguarda, non si occupa dell’andamento quotidiano della Vega Construcciones, è solo il legale della società… senza poteri esecutivi nel consiglio di amministrazione: esecutivi lo sono diventati dopo la morte di Vega.»

«Ha parlato con il contabile, il signor Dourado?»

«Il ‘ragazzo d’oro’? Dourado? Sì, l’abbiamo visto. Ci ha spiegato la situazione della società e ci ha mostrato i libri contabili.»

«Ha spiegato come veniva giustificata la presenza della manodopera illegale nella contabilità?»

«Non siamo scesi in dettagli a questo punto dell’indagine. Abbiamo parlato in termini più generali della struttura, controllando che la società fosse solvibile, se vi fossero bombe a orologeria finanziarie o se gli utili fossero assorbiti da penali particolarmente gravose in qualche progetto.»

«Mi parli della struttura della società.»

«La Vega Construcciones è una holding che comprende una varietà di progetti separati. Ognuno di questi è una società a sé stante, con il suo consiglio di amministrazione comprendente un rappresentante della Vega Construcciones, un rappresentante degli investitori e un rappresentante dell’istituto che fornisce il supporto finanziario. Suppongo sia per impedire che un progetto finito male possa coinvolgere tutta la società», spiegò Ramírez. «Comunque sia, gli utili della holding sono stati discreti negli ultimi tre anni e non sembra che in qualche progetto le cose andassero male. Non c’era segno di una catastrofe imminente. Se è stato un problema di lavoro a causare la morte di Vega, è più probabile che abbia avuto a che fare con i soci nell’impresa.»

«Ha visto qualche nome?»

«Non ancora. E come è andata all’Instituto?» domandò Ramírez.

«Dia un’occhiata quando avrà finito. Non c’è niente di veramente consistente che possa convincere un magistrato a considerarlo un omicidio. Dovremo darci molto da fare per trovare un movente interrogando i tre vicini di Vega, che a quanto pare traevano un vantaggio dal loro rapporto con lui e che ieri notte dormivano tutti quanti nel loro letto, come prevedibile. Per questo dobbiamo trovare Sergei. È stato il più vicino alla scena del delitto. Se qualcuno ha visto qualcosa, quel qualcuno è lui.»

«Non ho ancora esaminato il passaporto, ma una persona assolutamente innocente non tiene un documento falso nel freezer», osservò Ramírez. «Ci sono quei tizi che sono passati davanti alla casa, Inspector Jefe, con una targa rubata. E l’odore dei russi è molto forte nella Vega Construcciones. Perciò sappiamo già che in questo caso c’è puzza di bruciato. Scopriamo qualcosa ogni giorno e alla fine una di queste cose ci darà un movente.»

«Devo andare», annunciò Falcón guardando l’orologio.

«Ah, già, è la sera della strizzacervelli. Forse dovrei andarci anch’io», disse Ramírez, sorridendo divertito. «Potrebbe aiutarmi a sciogliere qualche nodo qui dentro», soggiunse, battendosi un dito sulla tempia.

«Ancora nessuna notizia di sua figlia?»

«No, finché gli esami non saranno completati.»

Falcón si diresse a Calle Bailén: aveva bisogno di un’altra doccia e di rilassarsi prima di vedere Alicia Aguado. Entrando in casa ebbe la stessa sensazione di disagio della sera prima e di nuovo si scoprì a tendere le orecchie.

Buttò il fascicolo Ortega sulla scrivania dello studio e salì al piano superiore, fece la doccia e si infilò i jeans e una maglietta nera, poi scese in cucina e bevve un bicchiere d’acqua. Nello studio si sdraiò sulla chaise longue, fece qualche esercizio di respirazione e stava cominciando a sentirsi più disteso quando qualcosa sul pannello dietro la scrivania attrasse il suo sguardo, lasciandolo paralizzato dalla paura, qualcosa che non era lì qualche ora prima. Si alzò con movimenti cauti, come se muoversi furtivamente fosse importante, si avvicinò camminando curvo alla scrivania e vi si appoggiò. Sul pannello spiccava una fotografia di Inés. Vi era stata fissata con uno spillo dalla capocchia rossa di plastica. E lo spillo le perforava la gola.