Ai margini della visione ci fu un movimento, uno spostamento continuo. Una massa scura stava avanzando verso di lui. Sembrava sangue vecchio, di consistenza molliccia. Milioni di filamenti simili a lumache, composti di qualcosa che ricordava il fegato, si contorcevano in superficie. Il fronte della massa tremolava, esitava, si riversava sul pavimento. Pseudopodi sottili, tremuli, si protendevano da una mattonella all’altra. A volte si ritiravano, come di fronte a condizioni sfavorevoli; più spesso avanzavano, si ricoprivano di fluidi neri, e l’orribile poltiglia organica invadeva un’altra parte di pavimento. Redpath, imprigionato nell’immobilità gelida di chi sta sognando, avrebbe voluto costringersi a fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di spezzare la paralisi, pur di far capire all’intero universo che quella situazione gli ripugnava, che non aveva nessuna voglia di morire, che non si sarebbe lasciato inghiottire supinamente da… Da cosa?
Un conato di vomito prese a scuotergli piano il corpo; e in quel momento capì, sbalordito, che essere divorato da quella massa di sangue senziente non era l’orrore definitivo. Lo aspettava qualcos’altro. Qualcosa di molto peggio.
I suoi occhi si posarono su quattro mattonelle al centro del pavimento, che fino ad allora non avevano subìto metamorfosi. Mentre guardava, il quadro formato dalle mattonelle divenne sempre più scuro, e all’improvviso si trasformò in un coperchio trasparente che chiudeva un pozzo di buio assoluto. Al centro del rettangolo di tenebre nacque un puntino di luce. Divenne più luminoso, si divise in due. Adesso stava fissando un piccolo disco blu e bianco e una macchia di luminosità bianca, intensa come una stella.
Per un attimo gli sembrò che gli avessero tolto un peso dalle spalle. “È come guardare in un telescopio astronomico” pensò. “Santo cielo, quella potrebbe essere la Terra, e quell’altra…
Di colpo, senza preavviso, il fragile edificio dei suoi pensieri fu travolto da un torrente di emozioni primitive. La paura si mischiò all’odio e al disgusto; ma la paura era sempre predominante, era la sensazione principale, il torrente che trascinava con sé tutte le altre emozioni verso quel pozzo buio e pulsante. La paura, la paura, la paura…
No! L’urlo gli fece quasi esplodere il cervello. “No! No! No!”
Si svegliò nel freddo della camera da letto, scosso dai brividi, e per un attimo gli venne quasi da sorridere ai mobili così brutti, alla lampada di plastica, alla tappezzeria a fiori. Il bello degli incubi è che quando ci si sveglia ci si sente benissimo. Il mondo vero era quello, un mondo che poteva anche sembrare vuoto e inutile; ma per lo meno c’era il vantaggio che a tenersi ben saldi entro i confini di quel mondo non sarebbe mai successo niente di particolarmente straor…
“Leila!”
Redpath spalancò gli occhi, gemette. Tutta la sua vita era diventata un incubo, un incubo che non concedeva tregue, da cui non ci si poteva né svegliare né addormentare. Gettò da parte la trapunta, scese dal letto, si portò davanti al cassettone con lo specchio, appoggiò i gomiti sul ripiano di legno e si protese in avanti, a guardarsi. La cosa sorprendente della faccia che lo fissava dall’universo capovolto dello specchio era che si trattava sempre della sua faccia, della faccia che John Redpath possedeva da anni. Sì, era più pallido del solito, si vedevano di più le lentiggini, e i capelli erano in disordine; ma gli occhi, in particolare, erano gli occhi di un uomo sano di mente. Il che gli sembrava vagamente impossibile, e anche piuttosto ingiusto dopo tutto quello che gli era successo; gli sembrava quasi che lo avessero derubato di qualcosa che gli spettava di diritto. Scrutando solennemente quella faccia indifferente, estranea, che lo guardava dallo specchio, Redpath si sentì costretto a parlare, a controllare se le due paia di labbra agivano in sincronia. Ormai tutto era possibile, non esistevano più regole fisse. Nelle sue orecchie risuonava un ronzio, come se da qualche parte fosse in funzione un generatore elettrico.
— Te l’avevo detto — sussurrò in tono d’accusa, assumendo il ruolo del suo alter ego — che hai dimenticato di fare qualcosa.
— Cosa? Cos’ho dimenticato?
— Guardami bene. Non hai ancora capito?
Per un attimo Redpath si sentì perduto; poi si accorse che il suo umore e le sue percezioni erano cambiati. Provò un’esaltazione quasi religiosa. Attorno a lui, l’aria vibrava, si accendeva di luminosità strane.
— No — disse, distrutto. — Non quello.
Si tirò su, cercò di voltare le spalle allo specchio. L’elenco degli orrori della giornata non era ancora completo: travolto dagli incubi e dalla follia dell’omicidio, aveva dimenticato di prendere la solita dose di Epanutin. Però il suo giubbotto riposava su una sedia, e se la sua memoria era ancora degna di fede doveva avere in tasca la scorta d’emergenza di capsule al fenobarbitone. Mosse un passo verso la sedia, già conscio dell’inutilità del tentativo. Poi nel suo cervello si scatenò la tempesta elettrica dell’attacco epilettico, cancellando tutto, annullando la realtà, privandolo dei pesi tremendi e delle responsabilità dell’autocoscienza.
Precipitò nelle tenebre, e le tenebre erano dolorose, ma anche dolci.
Fu un miracolo modesto, ma significativo.
Un miracolo così minimo che nessuno se ne sarebbe accorto; ma i suoi effetti erano enormi, e Redpath ne fu profondamente felice.
Si svegliò, ed era perfettamente normale. Sapeva chi era, dove si trovava, cosa doveva fare, ed era una sensazione estremamente confortante.
Dapprima vide solo un rettangolo d’un grigio pallido, un trapezio di luce perlacea, e per un secondo temette di essere ancora nella realtà dell’ultimo incubo; poi la sua mente e il suo corpo tornarono a orientarsi. Si trovava sul pavimento della camera da letto, nella casa di Raby Street, e dalla finestra stavano filtrando le luci dell’alba. Il mondo, il mondo vero, lo aspettava, e niente gli impediva di riprenderne possesso. Forse gli avrebbero chiesto un prezzo molto alto, ma era pronto ad affrontare tutto. Sapeva che sarebbe riuscito a saldare i debiti, perché era in gioco la cosa più preziosa della sua vita: la tranquillità interiore.
Redpath provò a muovere gambe e braccia prima di alzarsi. I muscoli erano un po’ intorpiditi, però non sentiva dolore. Quindi si era trattato solo di un attacco di piccolo male, subito seguito dal sonno. Anche di questo doveva ringraziare la sorte. Si attaccò all’orlo del letto e si alzò. La lampada appesa al soffitto era ancora accesa, e nel conflitto fra luce naturale e luce artificiale la stanza acquistava una aggressività squallida. Sembrava l’ambiente più adatto per una commedia stile “gioco di massacro”.
Con una mano sulla fronte, scrutò a fondo la stanza. Cercava di capire quanto fosse sconfinata la follia che si era impossessata di lui il giorno prima. Quelle ventiquattro ore gli sembravano lontane, oscure. Anche lo spaventoso omicidio di Leila era solo un incubo. L’unica spiegazione possibile era che si fosse trattato di un effetto collaterale, estremamente drastico, del Composto Centottantatré. La polizia avrebbe dovuto tenerne conto; Henry Nevison avrebbe dovuto fornire tutti i particolari possibili, anche se questo significava la fine di uno dei progetti che gli stavano più a cuore.
Al pensiero di recarsi alla polizia, di denunciare il delitto, di veder tutto ridotto alle dimensioni di una pratica chiusa in archivio, Redpath provò il desiderio di andarsene dalla casa, di tagliare i ponti con quella gente assurda. Guardò l’orologio, vide che erano le cinque e trentatré e cercò di caricarlo senza toglierlo dal polso. Le sue dita continuavano a scivolare sulla rotellina sporgente, e allora si accorse di essere gelato. Prese il giubbotto, se lo infilò, tirò la cerniera lampo fin sotto il mento, per intrappolare il calore del corpo. Stava battendo i denti, e nel silenzio della stanza il rumore che facevano era terribilmente forte.