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Jon sentì l’orgoglio crescere. «Robb è un lanciere più bravo di me, ma io lo batto con la spada. E mastro Hullen dice che so cavalcare meglio di chiunque altro al castello.»

«Risultati notevoli.»

«Zio, quando farai ritorno alla Barriera, portami con te!» disse Jon con impeto. «Papà mi permetterà di andare, se sarai tu a chiederglielo. So che lo farà.»

Lo sguardo attento di Benjen rimase fisso nel suo. «La Barriera è un posto duro per un ragazzo, Jon.»

«Sono quasi un adulto, ormai» protestò Jon. «Al mio prossimo compleanno avrò quindici anni. E maestro Luwin dice che i bastardi crescono più in fretta degli altri ragazzi.»

«Questo è abbastanza vero.» Cera una strana piega all’angolo della bocca di Benjen. Afferrò la coppa di Jon, la riempì versando da una caraffa che era stata appena portata al tavolo e bevve con calma.

«Daeron Targaryen aveva solo quattordici anni quando conquistò Dorne» insisté Jon. Il Giovane drago era uno dei suoi miti.

«Conquista durata una sola estate» gli ricordò suo zio. «Il tuo re ragazzino perse diecimila uomini nell’assalto, e altri cinquantamila cercando di respingere il contrattacco. Qualcuno avrebbe dovuto dirgli che la guerra non è un gioco.» Bevve un altro sorso di vino. «Inoltre» aggiunse, asciugandosi le labbra «Daeron Targaryen morì a diciotto anni. O forse ti sei dimenticato di quella parte della storia?»

«Non mi sono dimenticato di niente» esclamò Jon. Tutto quel vino l’aveva reso spaccone. Si raddrizzò sulla panca, mettendocela tutta per apparire più alto. «Voglio servire nei Guardiani della notte, zio Ben.»

Era una cosa cui aveva pensato a lungo e intensamente durante troppe notti insonni, mentre i suoi fratelli dormivano attorno a lui. Un giorno Robb avrebbe ereditato Grande Inverno e quale protettore del Nord avrebbe cavalcato alla testa di grandi eserciti. Bran e Rickon, come suoi alfieri, avrebbero governato fortezze nel suo nome. Le sue sorelle Arya e Sansa sarebbero andate spose agli eredi di nobili, grandi Case e si sarebbero spostate al Sud, diventando signore di splendidi castelli. Ma quali speranze poteva nutrire un bastardo? Quale sarebbe stato il suo posto nel mondo?

«Jon, tu non hai la minima idea di che cosa stai chiedendo. Quella dei Guardiani della notte è una confraternita alla quale si presta solenne giuramento. Non abbiamo famiglia. Nessuno di noi sarà mai padre. La nostra moglie è il dovere, la nostra amante l’onore.»

«Anche un bastardo sa cos’è l’onore» dichiarò Jon. «E io sono pronto a prestare quel giuramento.»

«Sei un ragazzo di quattordici anni» obiettò Benjen. «Non sei ancora un uomo. E fino a quando non saprai che cos’è una donna, non puoi capire a che cosa rinunceresti.»

«Non m’importa!» replicò Jon con foga.

«Potrebbe importarti, se sapessi cosa significa» ribatté Benjen. «Se realmente ti rendessi conto di qual è il prezzo di quel giuramento, forse, figliolo, saresti molto meno incline a pagarlo.»

Jon sentì la rabbia montargli dentro. «Non sono il tuo figliolo!»

«Un peccato.» Benjen Stark gli mise una mano sulla spalla. «Torna da me dopo aver messo al mondo a tua volta un po’ di bastardi. Vedremo allora se sarai della stessa idea.»

«Io non metterò mai al mondo dei bastardi.» Jon adesso tremava per l’ira. «Mai!» L’ultima parola gli venne fuori in un sibilo, come un soffio velenoso.

Su quel tavolo pieno di risate e di vino scese il silenzio, gli occhi di tutti si puntarono su di lui. Jon sentì le lacrime aprirsi la strada tra le palpebre. In qualche modo, si alzò in piedi.

«Credo sia opportuno che io mi ritiri» disse con gli ultimi frammenti di dignità.

Girò su se stesso e schizzò via prima che potessero vedere che stava piangendo. Ma il vino gli era andato alla testa molto più di quanto non si fosse reso conto. Barcollò per ritrovare l’equilibrio, finendo malamente addosso a una delle serve. La caraffa di vino che la ragazza trasportava le sfuggì di mano, disintegrandosi a terra in una sonora esplosione liquida, alla quale fece seguito un’ancora più sonora esplosione di risate. Jon sentì lacrime roventi scendergli lungo le guance. Qualcuno cercò di aiutarlo a tenersi in piedi. Lui si svincolò dalla presa e corse verso la porta, la vista offuscata, la testa in fiamme.

Spettro gli tenne dietro, e uscì assieme a lui nella notte.

Tutto era immobile, là fuori. Tutto era vuoto.

Un’unica, solitaria sentinella stava immobile sul camminamento più alto della muraglia interna, una nera figura avvolta nella cappa per proteggersi dal freddo. Da solo, nel buio e nel gelo, raccolto su se stesso, l’uomo appariva intirizzito e annoiato a morte eppure, da come si sentiva in quel momento, Jon Snow avrebbe preso il suo posto senza pensarci un attimo. Tutt’attorno la fortezza era deserta e tenebrosa. Molto tempo prima, Jon aveva visto un castello abbandonato, un luogo desolato, battuto dal vento, la memoria di chi l’aveva abitato perduta nelle pietre inerti. Quella notte, Grande Inverno era sinistramente simile all’antica rovina.

La musica e le risate del banchetto continuavano a riversarsi da una finestra aperta alle sue spalle. Erano gli ultimi suoni che avrebbe voluto udire. Si asciugò le lacrime con la manica della tunica, inferocito con se stesso per averle versate, quindi si girò per andarsene.

«Ehi, ragazzo.» Jon si voltò verso la sorgente della voce.

Tyrion Lannister, folletto trasformatosi in doccione, era seduto sul cornicione al disopra del portale che conduceva nella sala grande. «Quel tuo animale» proseguì il nano con una smorfia «è un lupo?»

«Un meta-lupo. Si chiama Spettro.» Jon osservò l’ometto, e tutta la sua rabbia, tutta la sua disperazione svanirono come foschia scacciata da un vento improvviso. «Che ci fai lassù? Perché non sei alla festa?»

«Bah. Troppo caldo, troppo frastuono. E troppo vino che di sicuro manderei giù. Ho imparato da un pezzo che fare una bella vomitata addosso al proprio fratello non è un gesto annoverato fra le buone maniere. Quel tuo… meta-lupo… posso dargli un’occhiata più da vicino?»

Jon ebbe un’esitazione. Alla fine annuì cautamente. «Scendi tu o porto una scala io?»

«Ah, alla malora la scala.» Il piccolo uomo saltò nel vuoto, letteralmente. Jon soffocò un’esclamazione all’idea di cosa stava per accadere. Poi rimase a bocca aperta nell’osservare Tyrion Lannister avvolgersi a palla a mezz’aria, toccar terra su entrambe le mani e infine saltare all’indietro atterrando sulle gambe.

Spettro, improvvisamente guardingo, arretrò.

«Le mie scuse.» Il nano rise, dandosi una teatrale spolverata. «Si direbbe che abbia fatto paura al tuo lupo.»

«Non gli hai fatto paura.» Jon s’inginocchiò. «Spettro: vieni qui, da bravo ecco, così.»

Ai suoi comandi, il cucciolo di lupo tornò ad avanzare, spingendo il muso contro il viso di Jon ma continuando a tenere d’occhio Tyrion Lannister. E quando il Folletto allungò cauto una mano per accarezzarlo, Spettro indietreggiò nuovamente, scoprendo le zanne in un ringhio silenzioso.

«Spettro, seduto» comandò Jon. «Così. Fermo.» Guardò il nano. «Adesso puoi toccarlo. Non si muoverà finché non glielo dirò io. L’ho addestrato in questo modo.»

«Vedo» commentò Tyrion. Arruffò la pelliccia bianca di Spettro fra le orecchie e disse: «Simpatico, questo lupo».

«Se non ci fossi io, ti aprirebbe la gola» affermò Jon. Non era ancora successo niente di simile, ma avrebbe potuto.

«In tal caso, è meglio che non ti allontani troppo.» Il nano inclinò la testa di lato; i suoi occhi asimmetrici studiavano Jon. «Sono Tyrion Lannister.»

«Lo so.» Jon si rimise in piedi. Era nettamente più alto del Folletto, il che lo fece sentire stranamente a disagio.

«Sei il bastardo di Ned Stark, giusto?»

Jon sentì il gelo tornare dentro di lui. Strinse le labbra, rimanendo in silenzio.