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— Ma anche gli altri due simulacri devono non rispondere a qualcuno dei loro atti — obiettò Peter. — Perché non potrebbero aver commesso quei delitti?

— Dovresti domandarlo a loro. Peter corrugò le sopracciglia.

— Ambrotos, sei ancora qui?

— Sì.

— Tu non hai commesso il fatto. Ma senza dubbio sai bene quanto Control d’essere soltanto una simulazione software. Hai provato il desiderio di uccidere Hans?

Ci fu una pausa, come se Ambrotos stesse raccogliendo le idee. — No. Io vedo le cose sulla lunga distanza. Mi lascerò alle spalle Cathy e i suoi tradimenti. Forse non in un anno né in dieci, forse neppure in cento. Ma alla fine dimenticherò. Quella faccenda è solo parte di una vasta serie di relazioni, e di una lunga vita.

— Spirito, e tu cosa mi dici? Perché non potresti esser stato tu a uccidere Hans?

— Ciò che è accaduto fra Hans e Cathy è stato un atto biologico. — Il sintetizzatore pronunciò l’ultima parola con disgusto. — Lei non amava Hans, e Hans non amava lei. Era soltanto sesso. Io sono lieto di poter dire che Cathy amava noi, e che continua ad amare solo noi.

Sarkar aveva in mano la scheda di memoria rossa, quella etichettata «Control.» Il suo sguardo cercò quello di Peter. Stava aspettando un cenno d’assenso, il permesso di procedere. Ma lui non riusciva a decidersi.

D’un tratto Sarkar scese dallo sgabello, attraversò il laboratorio portando con sé la scheda rossa, sedette davanti a un computer già collegato con Internet… e si mise in tasca la scheda rossa. Poi tirò fuori una scheda identica di colore nero…

Peter balzò in piedi. — No!

Sarkar inserì la scheda nera nella fessura della CPU e batté un comando sulla tastiera davanti a lui.

— Cosa sta succedendo? — domandò una voce dal sintetizzatore.

Peter corse alla consolle usata dall’amico e premette il pulsante d’eiezione per far uscire la scheda.

— Troppo tardi — disse Sarkar. — È già stato inviato. Peter tirò fuori la scheda e la scaraventò dall’altra parte della stanza, irritato. L’oggetto colpì la parete e rotolò al suolo.

— Accidenti a te, Sarkar! — gridò. — Io avevo dato la mia parola!

— Quei… quelle cose che abbiamo fatto non sono vive, Peter. Non sono persone. Non hanno anima.

— Ma…

— È inutile discuterne ancora, Peter. Ho rilasciato la versione iniziale del virus. I simulacri possono già considerarsi distrutti. Sarkar lo guardò a denti stretti e sbuffò. — Cerca di capire questo semplice fatto: il rischio è troppo grande. E questa cosa deve finire.

— Non finirà — disse una voce dall’altro terminale. Peter tornò alla consolle. — Chi ha parlato? — chiese.

— Quello che voi chiamate Spirito. Forse avrai notato… e in caso contrario te lo faccio notare io, che ho avuto qualche difficoltà a far ricorso a quelle che un tempo erano le mie capacità deduttive, anche se tali facoltà erano allora un’esigua frazione di ciò che attualmente sono… e tuttavia, per il semplice motivo d’essere scorporizzato, e grazie al fatto che il mio pensiero non è più un lento processo elettrochimico, io sono in realtà assai più lucido e intelligente di prima, probabilmente di una decina di volte. Temo dunque che tu sopravvaluti molto te stesso, caro Sarkar, quando supponi di poter precedere il mio pensiero, anche se ammetto che ci sono state volte in cui hai dato dei punti al Peter Hobson di carne e ossa. Nel momento stesso in cui hai menzionato l’esistenza del tuo piccolo virus, io ho ottenuto accesso alla lista dei suoi codici sorgenti (da te registrati nel disco rigido chiamato Drive F, nella workstation Sun Optima del tuo laboratorio, lì alla Minor Image) e ho quindi sviluppato un anti-virus elettronico che distruggerà le capacità di nuocere del virus prima che questo danneggi me ed i miei due consimili. Conoscendoti, infatti, sospettavo che tu non ti saresti accontentato di cancellare il colpevole; adesso vedo che ero nel giusto.

— Impossibile. Ho dovuto lavorare due giorni per scrivere quel virus — sbottò Sarkar.

— A me sono bastati pochi secondi per renderlo inoffensivo. Tu non puoi superare la mia intelligenza, come un bambino non può superare quella di un adulto.

Sarkar sembrava stordito. Si passò una mano sulla faccia, poi grugnì: — Un sacco di risate, eh?

— Proprio così — disse Spirito. — Un sacco di collegamenti, anche. Collegamenti che eludono le tue capacità mentali.

Peter si mise a sedere con aria abbacchiata. — E così il simulacro Control la passerà liscia. — Scosse il capo. — Control, razza di bastardo… sei tu quello che ha minacciato Cathy?

— Sì.

Lui agitò un pugno, furibondo. — Che Dio ti maledica. Io non avrei mai potuto farle del male.

— No, naturalmente — disse con calma Control. — E infatti Cathy non è mai stata davvero in pericolo… ha fatto una doccia fuori programma, tutto qui. Volevo solo che tu sbattessi il naso sui veri sentimenti che provi per lei, e capissi quant’è importante per te.

— Sei un bastardo — ringhiò Peter.

— Non posso negarlo — disse Control. — Dopotutto, ho preso da te.

Capitolo quarantacinquesimo

Ora che aveva letto i ricordi di lui come fossero suoi, Sandra Philo capiva Peter Hobson, capiva l’intreccio degli avvenimenti che avevano fatto finire lei nel reparto terapia intensiva di un ospedale, moribonda e quasi incapace di parlare e di muoversi. Ora conosceva Peter meglio di quanto avesse conosciuto i suoi genitori o il suo ex marito o sua figlia. E poiché lo capiva così bene, e lo conosceva così a fondo, scoprì che non poteva odiarlo…