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Poiché, là non c’erano né robusti maschi guerrieri, nessuna femmina fertile e vigorosa, ma due mani o giù di lì d’infanti che si agitavano debolmente. Le loro madri dovevano essersi rese conto, giusto all’ultimo momento, che lui e Wesel avevano avuto ragione, e c’era soltanto un modo di tener lontana la morte soffocante. Ma non erano state capaci di salvare anche se stesse.

Ma cresceranno, si disse Shrick. Non ci vorrà molto prima che possano reggere saldamente una lancia per il Signore dell’Esterno, e prima che le femmine possano partorire i suoi figli.

Vincendo la sua ripugnanza, li raccolse e li portò fuori. C’era un’intera mano d’infanti femmine, tutte vive, e una mano di maschi. Tre maschi erano morti. Ma Shrick seppe che, quelli che erano sopravvissuti, costituivano il nucleo d’un esercito col quale avrebbe ristabilito il suo dominio sul mondo, all’Interno come all’Esterno.

Ma prima, dovevano essere nutriti.

Ora si accorse della sua bella lama, lì vicino. L’afferrò e cominciò a tagliare a pezzi i tre maschi senza vita. L’odore del loro sangue lo constrinse ad accorgersi che anche lui era affamato. Ma soltanto quando tutti i piccoli, ora acquietati, masticarono felici, tagliò una porzione per sé.

Quand’ebbe finito, si sentì molto meglio.

Ci volle qualche tempo prima che Shrick riprendesse le sue visite nell’Interno. Doveva dedicare ogni sua cura ai meschini resti del suo Popolo, per condurli alla maturità, e inoltre non c’era nessuna necessità di depredare le scorte di cibo dei giganti. Essi stessi gli avevano fornito sostentamento in abbondanza, molto più di quanto lui fosse in grado di calcolare. Era anche conscio che sarebbe stato assai inopportuno far sì che i suoi nemici scoprissero che c’erano stati dei sopravvissuti al cataclisma che essi stessi avevano provocato. La morte soffocante… lui era sopravvissuto, sì, ma non era detto che i giganti non disponessero di qualche altra arma per completare l’opera.

Ma, col passare del tempo, crebbe in lui il desiderio di osservare ancora una volta la strana vita che si svolgeva al di là della Barriera. Adesso che aveva ucciso un gigante, provava una strana affinità con quegli esseri mostruosi. Pensava a Magro, a Forte-Voce, a Testa-Clava e al Piccolo Gigante quasi come a dei vecchi amici. A volte, con sua viva sorpresa, provava rincrescimento al pensiero di doverli uccidere tutti. Ma sapeva che soltanto in questo stava l’unica speranza di sopravvivenza per sé e il suo Popolo.

Infine, giunse il momento in cui si sentì sicuro di poter lasciare che i piccoli se la cavassero da soli. Anche se lui non fosse più tornato dall’Interno, se la sarebbero cavata. Senza-Dita, la più matura delle piccole femmine, si era già dimostrata una balia capace.

Così, Shrick vagò una volta ancora nel dedalo di caverne e gallerie che costeggiavano la Barriera. Attraverso le porte e ogni altro spioncino, studiò la vita luminosa e affascinante del Mondo Interno. Spaziò dalla Caverna-dei-Tuoni — anche se nessuno del Popolo aveva mai saputo il perché di quel nome — al Luogo-delle-Piccole-Luci. Passarono molti nutrimenti, ma non era obbligato a tornar sempre al suo magazzino di cibo, poiché i cadaveri del Popolo erano sparsi dappertutto. Era vero che cominciavano a puzzare un po’, ma come tutti quelli della sua razza. Shrick non era mai stato troppo schizzinoso.

E continuò a osservare i giganti mentre svolgevano la strana, sempre uguale attività, che riempiva la loro vita. Spesso fu molto tentato di farsi vedere e urlar loro la sua sfida. Ma quell’esibizione doveva restare nel regno dei suoi desideri, poiché lui sapeva benissimo che, in tal modo, avrebbe causato una nuova, fulminea catastrofe.

Poi, infine, si presentò l’occasione che lui aveva tanto aspettato. Era stato nel Luogo-delle-Piccole-Luci a guardare il Piccolo Gigante che svolgeva le sue misteriose e impegnative faccende. Avrebbe tanto desiderato di poterne capire il significato, di poter chiedere al Piccolo Gigante, nella sua propria lingua, cosa stava facendo, giacché, sin dalla morte di Wesel, non c’era più stato nessuno con cui fosse possibile una comunione delle menti. Sospirò, così forte che il gigante l’udì.

Questi trasalì e, perplesso, alzò gli occhi dal lavoro che stava facendo in quel momento. Shrick si ritrasse in tutta fretta nella sua galleria. Per molti battiti di cuore rimase li, sbirciando fuori di tanto in tanto. Ma l’altro era ancora sul chi vive, doveva essersi reso conto, in qualche modo, di non esser solo. E così, alla fine, Shrick se ne andò, piuttosto che correre il rischio di attirare su di sé, un’altra volta, la potente collera dei giganti.

La sua ritirata, fatta a casaccio, lo condusse a una porta usata di rado. Sull’altro lato si apriva un’immensa caverna, nella quale non c’era niente che avesse un vero interesse o valore. Qui, di regola, uno dei giganti dormiva, mentre gli altri erano impegnati in qualcuno dei loro incomprensibili passatempi.

Questa volta non udì nessun profondo brontolio di conversazione, non c’era nessun tipo di movimento. Le orecchie acute di Shrick poterono distinguere il respiro di tre diversi dormienti. Il Magro era là, la sua respirazione, come la sua persona, era scadente. Forte-Voce era forte perfino nel sonno. Testa-Calva, il capo dei giganti, respirava con tranquilla autorità.

Mentre il Piccolo Gigante, unico fra quelli del suo popolo, era vigile e sveglio nel Luogo-delle-Piccole-Luci.

Shrick seppe che sarebbe stato adesso, o mai più. Qualunque tentativo di affrontare i giganti uno per volta avrebbe certo portato la grande luce rovente presagita da Tre-Occhi; adesso, invece, con un po’ di fortuna, lui avrebbe potuto affrontare i tre dormienti, e poi aspettare in agguato il Piccolo Gigante.

E costui, colto di sorpresa, senza nessun sospetto, sarebbe stato una vittima non impossibile, anche affrontato da sveglio, come Pancia-Grassa.

Eppure — non voleva farlo.

Non era paura; era sempre quell’indefinibile sensazione di affinità, la consapevolezza che, malgrado tutte le immense disparità fisiche, i Giganti e il Popolo erano un tutt’uno. Giacché la storia dell’Uomo, anche se Shrick questo non poteva saperlo, è la storia di un animale che accende il fuoco e si serve di utensili.

Poi, Shrick si costrinse a ricordare Wesel e Grosse-Orecchie, e lo sterminio in massa di quasi tutta la sua razza. Ricordò le parole di Tre-Occhi: Ma questo ti posso dire, il Popolo è condannato. Niente che tu o loro possiate fare li salverà. Ma tu ucciderai coloro che ci uccideranno, e questo è bene.

Ma tu ucciderai coloro che ci uccideranno…

Ma se uccidessi tutti i giganti, prima che uccidano noi, pensò, allora il mondo, tutto il mondo, apparterrà al Popolo…

Ma continuò a trattenersi.

Soltanto quando il Magro, che doveva essere in preda a un brutto sogno, bofonchiò qualcosa e si agitò nel sonno, Shrick uscì fuori dalla sua porta. Teneva stretta in entrambe le mani la lama luccicante e affilata con cui aveva trucidato Pancia-Grassa. Si lanciò addosso all’inquieto dormiente. La sua arma tagliò soltanto una volta — quella scena, quanto l’aveva vista e rivista nella sua mente! — e per il Magro il brutto sogno ebbe termine.

Come sempre, l’odore del sangue fresco lo eccitò. Gli ci volle tutta la sua forza di volontà per trattenersi dal tagliare e squarciare il gigante morto. Ma si ripromise di farlo più tardi. E balzò dal corpo del Magro fin là, dove Forte-Voce russava sonoramente.