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Il ronzio dei giroscopi cessò.

Prima che il silenzio si prolungasse, un nuovo suono aggredì le orecchie di Shrick. Era il ruggito del motore principale.

Una forza spaventosa lo afferrò e lo sbatté giù sul ponte. Sentì le proprie ossa scricchiolare per l’accelerazione. Da vero figlio della caduta libera, tutto questo aveva per lui del soprannaturale. Per un po’, giacque laggiù, dimenandosi debolmente e piagnucolando un po’. Il navigatore abbassò lo sguardo su di lui e scoppiò a ridere. Fu questo suono che, più di ogni altra cosa, spinse Shrick a compiere il suo ultimo, supremo sforzo. Non avrebbe voluto muoversi. Avrebbe voluto soltanto giacer là sul ponte, cacciando via da sé un po’ per volta, a colpi di tosse, la sua vita. Ma la derisione del Piccolo Gigante gli fece attingere a insospettate riserve di energie fisiche e morali.

Il navigatore tornò ai suoi calcoli, maneggiando i suoi strumenti per l’ultima volta con una sorta di disperata euforia. Sapeva che la nave non sarebbe mai arrivata a destinazione, e neppure il carico di frumento. Ma non sarebbe andata — e questo aveva più importanza di ogni altra considerazione — eternamente alla deriva tra le stelle portando dentro il suo scafo il seme della distruzione dell’uomo e di tutte le sue opere.

Sapeva che — se non avesse scelto quella via d’uscita — prima o poi avrebbe dovuto dormire, e allora sarebbe giunta anche per lui, inevitabilmente, la morte per mano dei mutanti. E con la nave in totale controllo dei mutanti, avrebbe potuto accadere qualunque cosa.

La decisione che aveva preso era la migliore.

Inosservato, un lento passo dopo l’altro, Shrick avanzò lungo il ponte. Finché, protendendo la mano libera, avrebbe potuto toccare il piede del gigante. Nell’altra, impugnava ancora la sua lama, alla quale si era tenuto aggrappato come all’unica cosa certa e sicura in quel pazzo mondo.

Poi trovò un appiglio sulla pelle artificiale che copriva la gamba del gigante. Cominciò ad arrampicarsi, malgrado ogni più piccolo movimento fosse per lui pura agonia. Non vide il gigante che portava la mano alla bocca, e inghiottiva le pallottoline che stringeva fra le dita.

Fu così che quando, molto tempo dopo, raggiunse la gola liscia e indifesa del gigante, il gigante era morto.

Era un veleno ad azione fulminea.

Per un po’, Shrick rimase aggrappato lassù. Avrebbe dovuto sentirsi euforico per la morte dell’ultimo dei suoi nemici… ma provò invece la sensazione d’essere ingannato, defraudato. C’erano tante cose che avrebbe voluto sapere, tante cose che soltanto i giganti avrebbero potuto dirgli. Inoltre… avrebbe dovuto essere stata la sua lama a conquistare la vittoria finale. Sapeva che, da qualche parte, il Piccolo Gigante in quel momento stava ridendo di lui.

Attraverso gli oblò schermati di azzurro-scuro, ardeva il sole. Perfino a quella distanza, perfino con quei filtri interposti, la sua energia, il suo calore erano fin troppo evidenti. E a poppa i motori ruggivano ancora, e avrebbero continuato a ruggire fino a quando l’ultima briciola di propellente non fosse stata data in pasto al famelico motore principale.

Shrick si tenne aggrappato al collo del gigante morto, e fissò a lungo, con occhi bramosi di desiderio, gli strumenti luccicanti, le levette, i pulsanti, le spie luminose, il cui scopo non avrebbe mai capito… per azionare i quali avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, quelle forze che gli stavano rapidamente venendo meno. Guardò la fiammeggiante condanna davanti a lui, e seppe che si trattava proprio di ciò che gli era stato predetto.

Se nella sua lingua fossero esistite le metafore, Shrick si sarebbe detto che lui, e i pochi sopravvissuti del Popolo, erano stati presi come topi in trappola. Ma neppure i giganti avrebbero usato quella frase in senso metaforico. Giacché, proprio questo era il Popolo: topi in una trappola.