«È meglio essere giusti che gentili, ma solo i buoni giudici possono essere giusti; che coloro che non possono essere giusti siano gentili.
«Nella capitale, visse chiedendo l’elemosina.
A questo punto, non potei fare a meno d’interrompere. Dissi a Foila che era meraviglioso che potesse comprendere così bene il significato di ciascuna delle frasi fatte dell’Asciano una volta inserita nel contesto della storia, ma che era incomprensibile come ci riuscisse… come faceva, per esempio, a capire che la frase relativa alla gentilezza ed alla giustizia significava che l’eroe della storia era diventato un mendicante?
— Ecco, supponiamo che qualcun altro, per esempio Melito, stesse raccontando la storia, e che ad un certo punto protendesse la mano e si mettesse a chiedere qualche aes. Tu capiresti cosa intende dire, vero?
Convenni che avrei capito.
— Qui è esattamente la stessa cosa. Qualche volta, troviamo soldati Asciani che sono troppo affamati o malati per rimanere uniti agli altri, e, quando capiscono che non abbiamo intenzione di ucciderli, ci rifilano quella frase a proposito della gentilezza e della giustizia. In Asciano, naturalmente. Quella frase, è ciò che i mendicanti dicono ad Ascia.
— Coloro che gridano più a lungo — riprese l’Asciano, — saranno uditi, e sarà loro fatta giustizia.
«Questa volta, l’uomo dovette attendere a lungo prima di essere ammesso a palazzo, ma alla fine lo fecero entrare ed ascoltarono quello che aveva da dire.
«Coloro che non serviranno la popolazione saranno costretti a servire la popolazione.
«Essi dissero che avrebbero messo gli uomini cattivi in prigione.
«Che ci sia acqua limpida per coloro che lavorano, che ci siano per essi cibo caldo ed un letto pulito.
«Egli tornò a casa.
«Nessuno deve ricevere più di cento colpi.
«Venne battuto ancora.
«Dietro i nostri sforzi, che ci siano ancora altri sforzi.
«Ma egli non si arrese. Ancora una volta, partì per la capitale per protestare.
«Coloro che combattono per la popolazione combatteranno con mille cuori. Coloro che combattono contro di essa, senza nessuno.
«Adesso gli uomini cattivi avevano paura.
«Che nessuno si opponga alle decisioni del Gruppo del Diciassette.
«Essi si dissero: “È andato al palazzo più volte, ed ogni volta deve aver detto ai governanti che noi non abbiamo obbedito ai loro ordini precedenti. Certamente, questa volta manderanno i soldati per ucciderci.
«Se le loro ferite sono nella schiena, chi arresterà il loro sangue?
«Gli uomini cattivi fuggirono.
«Dove sono coloro che, nel passato, si sono opposti alle decisioni del Gruppo del Diciassette?
«Essi non furono mai più rivisti.
«Che ci sia acqua limpida per coloro che lavorano, che ci siano per essi cibo ed un letto pulito. Allora canteranno mentre lavorano, ed il loro lavoro sarà per essi leggero. Poi canteranno al raccolto, ed il raccolto sarà abbondante.
«L’uomo giusto tornò a casa e da allora visse per sempre felice.
Tutti applaudirono a quella storia, commossi dalla trama, dall’ingenuità del prigioniero Asciano, dalla breve inquadratura che essa aveva fornito della vita su Ascia, e, soprattutto, credo, dalla delicatezza e dall’arguzia che la traduzione di Foila aveva dato alla narrazione.
Io non ho modo di sapere se tu, che alla fine leggerai questa cronaca, ami o meno le storie. Se non le ami, indubbiamente avrai girato queste pagine senza prestare loro attenzione. Io confesso di amarle. In effetti, molto spesso mi sembra che, fra tutte le cose buone che ci sono al mondo, le uniche che l’umanità possa reclamare per se stessa siano le storie e la musica; il resto, pietà, bellezza, sonno; acqua pulita e cibo caldo (come avrebbe detto l’Asciano) sono tutte opere dell’Increato. Pertanto, le storie sono effettivamente cose davvero piccole nello schema dell’universo, ma è difficile non amare di più ciò che è nostro… difficile per me, almeno.
Da questa storia, sebbene fosse la più breve e la più semplice di tutte quelle che ho registrato in questo libro, sento di aver appreso parecchie cose di una certa importanza. Prima di tutto, quanta parte del nostro linguaggio, che noi crediamo coniato di fresco dalle nostre bocche, consista invece di locuzioni. L’Asciano sembrava parlare soltanto per mezzo di frasi imparate a memoria, anche se, fino a quando non le usava per la prima volta, noi non le avevamo mai sentite. Foila sembrava parlare come comunemente fanno le donne, e se mi fosse stato chiesto se lei utilizzasse a sua volta simili frasi fatte, avrei risposto di no… eppure, con quanta frequenza si poteva predire la fine delle sue frasi dal modo in cui esse iniziavano!
In secondo luogo, ho appreso quanto sia difficile eliminare la necessità di esprimersi. La gente di Ascia era ridotta a parlare soltanto con la voce del suo padrone, eppure, era riuscita a fare di essa una nuova lingua, e, dopo aver ascoltato l’Asciano, non avevo il minimo dubbio che con quella lingua potessero esprimere tutto quello che volevano.
E, in terzo luogo, avevo appreso ancora una volta come la narrazione di un racconto sia una cosa dalle molte sfaccettature. Nessuno, certamente, avrebbe potuto essere più semplice dell’Asciano, eppure, cosa aveva questi inteso dire? Era forse sua intenzione levare lode al Gruppo del Diciassette? La semplice menzione del suo nome era stata sufficiente a far nascere il terrore nel cuore dei malvagi. Era forse intesa invece a criticarlo? I membri del Gruppo avevano udito le lamentele dell’uomo giusto, ma non avevano fatto altro che dargli il loro sostegno verbale, e non c’era stata la minima indicazione che avrebbero fatto qualcosa di più.
Tuttavia, non avevo appreso quelle cose che maggiormente mi stavano a cuore, mentre ascoltavo l’Asciano e Foila. Qual era stato il motivo di Foila nell’acconsentire a che l’Asciano partecipasse alla competizione? Semplice cattiveria? Potevo facilmente crederlo osservando i suoi occhi ridenti. O forse si sentiva davvero attratta da lui? Trovavo quella supposizione più difficile da accettare, ma non era certo una cosa impossibile. Chi c’è che non abbia visto donne attratte da uomini privi di qualsiasi qualità? Foila aveva chiaramente avuto molto a che fare con gli Asciani, e quell’Asciano non era certo un comune soldato, dal momento che gli era stata insegnata la nostra lingua. Sperava forse di strappargli qualche segreto?
E che dire di lui? Melito ed Hallvard si erano accusati a vicenda di raccontare le loro storie con un secondo fine. Aveva l’Asciano fatto lo stesso? E se lo aveva fatto, era certamente stato per dire a Foila… ed anche al resto di noi… che non avrebbe mai ceduto.
XII
WINNOC
Quella sera, ricevetti ancora una visita: si trattava di uno degli schiavi dalla testa rasata. Io ero seduto e stavo tentando di parlare con l’Asciano quando egli si sistemò accanto a me.
— Ti ricordi di me, Littore? — chiese. — Il mio nome è Winnoc.
Scossi il capo.
— Sono stato io a lavarti ed a prendermi cura di te la notte del tuo arrivo. Ho atteso che ti sentissi abbastanza bene da poter parlare. Sarei venuto la notte scorsa, ma eri già immerso in una profonda conversazione con una delle nostre postulanti.
Chiesi a proposito di cosa desiderasse parlarmi.
— Un momento fa, ti ho chiamato Littore, e tu non lo hai negato. Sei davvero un littore? Eri vestito come tale, la notte del tuo arrivo.
— Sono stato un littore — spiegai, — e quelli sono i soli abiti che posseggo.