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Era inginocchiata con la schiena rivolta verso di me. Era sempre stata snella, ma ora le sue spalle mi fecero pensare alla spalliera di una sedia cui fosse stato appeso un vestito da donna. I capelli, simili all’oro più pallido, erano gli stessi, immutati dalla prima volta che l’avevo vista nel Giardino del Sonno Eterno. Il corpo del vecchio che aveva sospinto la sua barca sulle acque di quel giardino giaceva in una bara dinnanzi a lei, la schiena così diritta, il volto, nella morte, così giovane che quasi non lo riconobbi. Sul pavimento accanto a lei c’era un canestro, non grande ma neppure piccolo, ed un’olla d’acqua, chiusa.

Non dissi nulla, e, dopo aver guardato per qualche tempo, mi allontanai. Se Dorcas si fosse trovata lì da parecchio, l’avrei chiamata e l’avrei abbracciata, ma era appena arrivata, e compresi che una cosa del genere era impossibile. Tutto il tempo che io avevo impiegato ad andare da Thrax al Lago Diuturna, e dal lago alle montagne dove si combatteva, e tutto il tempo durante il quale ero stato prigioniero di Vodalus ed avevo risalito il Gyoll, lei lo aveva impiegato per tornare in quel luogo, dove aveva vissuto quarant’anni prima ed anche più, anche se ora era caduto in rovina. Proprio come avevo fatto io, un antico ronzante per l’antichità come un cadavere ronza per le mosche. Non che la presenza della mente di Thecla e del vecchio Autarca e delle cento menti contenute nella sua mi avessero reso vecchio. Non erano i loro ricordi ad invecchiarmi, bensì i miei, mentre pensavo a Dorcas che rabbrividiva accanto a me sul sentiero marrone di carici galleggianti, entrambi gelati e gocciolanti, intenti a bere dalla fiaschetta di Hildegrin come i due neonati che effettivamente eravamo stati.

Non prestai alcuna attenzione a dove andavo. Scesi lungo una strada viva di silenzio, e, quando essa terminò, svoltai a caso. Dopo qualche tempo raggiunsi il Gyoll e vidi la Samru all’ancora al luogo convenuto: se un basilosauro fosse uscito nuotando dal mare, non mi sarei stupito maggiormente.

Nel giro di pochi minuti mi trovai circondato da marinai sorridenti. Il capitano mi strinse la mano, dicendo:

— Avevo paura che fossimo arrivati troppo tardi. Con gli occhi della mente mi pareva di vederti lottare per la tua vita nei pressi del fiume, mentre noi eravamo ancora ad una lega di distanza.

Il nostromo, un uomo così abissalmente stupido da ritenere che il suo capitano fosse un condottiero d’uomini, mi diede un colpetto sulla schiena e gridò:

— La tua sarebbe stata una gran bella lotta!

XXXIII

LA CITTADELLA DELL’AUTARCA

Anche se ogni lega che ci separava da Dorcas mi lacerava il cuore, era una cosa più bella di quanto possa esprimere essere tornato sulla Samru, dopo aver visto il vuoto e silenzioso sud.

I ponti della nave avevano quel bianco impuro ma adorabile del legno tagliato di fresco, lavato quotidianamente con un grosso straccio chiamato l’orso… una sorta di stuoia fatta di vecchio cordame intrecciato ed appesantita con i voluminosi corpi dei due cuochi, e che l’equipaggio doveva trascinare sull’ultimo tratto di ponte prima di colazione. Le crepe fra le travi erano sigillate con la pece, cosicché i ponti sembravano terrazze pavimentate con un audace e fantastico disegno.

La nave aveva la prua alta che si ripiegava all’indietro. Due occhi, ciascuna pupilla grande come un piatto e con un’iride azzurro cielo dipinta del colore più brillante che fosse possibile ottenere, aiutavano la Samru a trovare la strada, e l’occhio sinistro piangeva l’ancora.

Più avanti sulla prua, c’era, sostenuta da un supporto triangolare anch’esso lavorato, dorato e dipinto, la figura distintiva della nave, rappresentante l’uccello dell’immortalità. La sua testa era quella di una donna, il volto lungo ed aristocratico, gli occhi piccoli e neri, la sua mancanza d’espressione una magnifica raffigurazione della cupa tranquillità di coloro che non conosceranno mai la morte. Penne di legno dipinto sporgevano dal cranio per rivestirle le spalle e circondare i seni circolari. Le braccia erano ali sollevate in alto ed all’indietro, le punte che s’innalzavano oltre la parte terminale della prua, le penne primarie d’oro e di porpora che oscuravano in parte il sostegno triangolare. L’avrei ritenuta una creatura assolutamente fiabesca, come senza dubbio facevano i marinai… se non avessi avuto modo di vedere le anpiels dell’Autarca.

Un lungo bompresso passava a tribordo della prua, fra le ali della Samru.

L’albero di prua, di poco più alto del bompresso, sorgeva dal castello di prua. Era inclinato in avanti in modo da dare alla vela il massimo spazio, anche se era stato mandato fuori squadra dall’albero di trinchetto e dal fiocco. L’albero principale sorgeva dritto come il pino che un tempo era stato, mentre l’albero di mezzana era inclinato all’indietro, per cui le cime dei tre alberi erano considerevolmente più separate delle loro basi. Ciascun albero sorreggeva un pennone inclinato, ottenuto legando insieme due pali affusolati che erano stati un tempo un alberello intero. Ciascuno di quei pennoni reggeva a sua volta una singola vela color ruggine.

Lo scafo era dipinto di bianco al di sotto del livello dell’acqua e di nero al di sopra, salvo che per la figura e gli occhi di cui ho già parlato, ed anche per il parapetto del cassero, a simboleggiare sia l’alta condizione del capitano sia il suo passato sanguinario. Quel cassero non occupava in effetti più di un sesto della lunghezza della Samru, ma su di esso c’erano la ruota del timone e l’abitacolo, ed era di là che si vedeva il panorama migliore, salvo quello fornito dalle alberature. L’unico effettivo armamento della nave, un cannoncino ruotante non più grande di quello di Mamillian, era collocato là, pronto sia per eventuali pirati che per un ammutinamento. Appena a prua del parapetto, due pali di ferro, delicatamente inclinati come le corna di un grillo, reggevano lanterne sfaccettate, una di un rosso pallido, e l’altra di un verde vivo come quello della luce lunare.

La sera successiva, mi trovavo vicino a quelle lanterne, intento ad ascoltare il tonfo del tamburo, il morbido sciacquio dei remi ed il canto dei rematori, quando scorsi le prime luci lungo la riva. Questo era il confine morente della città, la dimora dei più poveri fra i poveri… il che significava soltanto che qui c’era il confine vivente della città, che qui terminava il dominio della morte. Qui c’erano esseri umani che si stavano preparando a dormire, che forse stavano ancora dividendo il pasto che contrassegnava la fine della giornata. Vidi un migliaio di scene gentili in ciascuna di quelle luci, ed udii un migliaio di storie narrate vicino al focolare. In un certo senso, ero tornato a casa, e lo stesso canto che mi aveva spinto avanti in primavera, mi riportava ora indietro:

Remate, fratelli, remate! La corrente è contro di noi. Remate, fratelli, remate! Eppure Dio è con noi. Remate, fratelli remate! Il vento è contro di noi. Remate, fratelli, remate! Eppure Dio è con noi.

Non potei fare a meno di pensare a chi stava partendo quella notte.

Ogni lunga storia, se narrata sinceramente, conterrà tutti gli elementi che hanno contribuito al dramma umano fin da quando la prima rozza astronave raggiunse le spiagge lunari: non solo nobili azioni e tenere emozioni, ma cose grottesche, goffe discese dal sublime al ridicolo, e così via. Io mi sono sforzato di esporre qui la verità senza abbellimenti, senza la minima preoccupazione che tu, lettore, potessi trovare alcune parti improbabili ed altre insipide. E se le montagne dove c’era la guerra erano teatro di grandi imprese (compiute più da altri che da me) ed il mio imprigionamento da parte di Vodalus e degli Asciani un periodo di orrore, ed il viaggio sulla Samru un interludio di tranquillità, adesso eravamo arrivati all’intervallo della commedia.