Ci avvicinammo a quella zona della città di cui fa parte la Cittadella… che è il lato meridionale ma non quello più a sud di tutti… navigando a vela e durante il giorno. Osservai con estrema attenzione la riva orientale dorata dal sole, e mi feci depositare dal capitano su quegli stessi scivolosi gradini dove un tempo avevo nuotato e lottato. Speravo di passare attraverso il cancello della nostra necropoli ed entrare così nella Cittadella attraverso la breccia nel muro di cinta, vicino alla Torre di Matachin, ma il cancello era chiuso a chiave, e non arrivò nessun gruppetto di volontari che mi facesse entrare. Pertanto, fui invece costretto a camminare per parecchie catene lungo il confine della necropoli, e per parecchie altre lungo il muro, fino al barbacane.
Là, incontrai un numeroso drappello di guardie, che mi condusse dinnanzi all’ufficiale di turno, il quale, quando gli dichiarai che ero un torturatore, suppose che io fossi uno di quei miseri che molto spesso, all’avvicinarsi dell’inverno, cercano di essere ammessi nella corporazione. Egli decise (molto saggiamente, se la sua supposizione fosse stata esatta) di farmi frustare, e, per evitare la cosa, fui costretto a spezzare il pollice a due dei suoi uomini ed a richiedere, mentre lo tenevo nella stretta che chiamiamo del gattino e della palla, di essere condotto dal suo superiore, il castellano.
Ammetto che ero alquanto intimorito al pensiero d’incontrare quel personaggio, che avevo sia pur raramente intravisto negli anni in cui ero stato apprendista nella fortezza che egli comandava. Scoprii che era un vecchio soldato, con i capelli argentei e zoppo quanto me. L’ufficiale spiegò balbettando quali erano le accuse mentre io attendevo vicino a lui: avevo assalito ed insultato (questo non era vero) la sua persona, malmenato due dei suoi uomini, e così via. Quando ebbe finito, il castellano spostò lo sguardo da lui a me e viceversa, quindi lo congedò e mi offrì di sedermi.
— Non sei armato — osservò, con voce rauca ma morbida, come se fosse stata a lungo sforzata nel gridare ordini.
Ammisi che lo ero.
— Ma hai partecipato ai combattimenti e sei stato nelle giungle a nord delle montagne, dove non si sono più combattute battaglie da quando il nemico ha fatto ripiegare il nostro fianco attraversando l’Uroboros.
— Questo è vero — convenni. — Come fai a saperlo?
— La ferita sulla tua coscia è stata causata da una delle loro lance, ne ho viste abbastanza da saperle riconoscere. Il raggio ha attraversato la carne ed è stato deviato dall’osso. Potevi trovarti su un albero ed essere stato colpito da un hastato a terra, suppongo, ma è più probabile che facessi parte della cavalleria e stessi attaccando un corpo di fanteria. Non un corpo di catafratti, altrimenti non ti avrebbero colpito così facilmente. Le demilance?
— Solo gli irregolari leggeri.
— Dovrai parlarmi di questo più tardi, perché dall’accento tu sembri un uomo di città, mentre gli irregolari sono per lo più eclettici e simili. Hai anche una doppia cicatrice sul piede, bianca e pulita, con i segni distanti mezza spanna fra loro. Quello è il morso di un pipistrello vampiro, e quelle bestie non diventano tanto grosse se non nelle nere giungle lungo la cintura del mondo. Come ci sei arrivato?
— Il nostro velivolo è precipitato e sono stato fatto prigioniero.
— E sei fuggito?
Ancora un momento e sarei stato costretto a raccontare di Agia e dell’uomo verde e del mio viaggio dalla giungla alla bocca del Gyoll, e quelli erano fatti importanti che non desideravo rivelare in maniera così casuale. Invece di rispondere, pronunciai le parole di autorità applicabili alla Cittadella ed al suo castellano.
Poiché l’uomo era zoppo, avrei voluto che rimanesse seduto, ma egli balzò in piedi, salutò, poi s’inginocchiò e mi baciò la mano. In questo modo era il primo, anche se non poteva saperlo, a rendermi omaggio, una distinzione, questa che dà diritto ad un’udienza privata una volta all’anno… udienza che non ha mai richiesto e forse non richiederà mai.
Adesso era per me impossibile procedere vestito com’ero. Il vecchio castellano avrebbe avuto un collasso se avessi avanzato una simile pretesa, ed era talmente preoccupato per la mia sicurezza che se anche avessi tentato di mantenere l’incognito mi avrebbe fatto seguire da almeno un plotone di alabardieri. Ben presto mi trovai vestito di una tunica cosparsa di lapislazzuli, di un coturnio e di uno stefane, il tutto accompagnato da un bastone d’ebano e da un voluminoso manto damascato e ricamato con perle ormai fatiscenti. Tutti quegli abiti erano incredibilmente antichi, perché erano stati prelevati da una riserva risalente ai tempi in cui la Cittadella era la sede degli autarchi.
Così, invece di rientrare nella nostra torre, com’era mia intenzione, con lo stesso mantello che portavo quando l’avevo lasciata, vi feci ritorno come un essere irriconoscibile, abbigliato in modo cerimoniale e bizzarro, magro come uno scheletro, zoppo ed orrendamente sfregiato. Fu in questo modo che entrai nello studio del Maestro Palaemon, e sono certo che dovetti spaventarlo a morte, dato che gli era stato annunciato solo pochi istanti prima che l’Autarca si trovava nella Cittadella e desiderava conversare con lui.
Mi parve che fosse molto invecchiato da quando ero partito, ma forse perché io lo ricordavo non com’era al momento del mio esilio, ma come lo avevo visto nella nostra piccola aula quando ero bambino. Eppure, mi piace pensare che fosse preoccupato per me, e non è veramente troppo improbabile che lo fosse: io ero sempre stato il suo migliore allievo ed il suo preferito, ed era stato senza dubbio il suo voto a contrastare quello del Maestro Gurloes ed a salvarmi la vita. Era stato lui a darmi la sua spada.
Comunque, che si fosse preoccupato molto o poco, il suo volto era più profondamente segnato di quanto fosse mai stato, ed i suoi radi capelli, che avevo pensato fossero grigi, erano adesso di quella pallida tonalità di giallo che si nota nel vecchio avorio. S’inginocchiò a baciarmi le dita, e rimase più che sorpreso quando lo aiutai ad alzarsi e lo invitai a sedere nuovamente dietro il suo tavolo.
— Sei troppo gentile, Autarca — esclamò, e poi aggiunse, usando una vecchia formula: — La tua pietà si estende da sole a sole.
— Non ti ricordi di noi?
— Sei stato confinato qui in passato? — Mi sbirciò attraverso un curioso insieme di lenti che era l’unica cosa che ancora gli permettesse di vedere, e compresi che la sua vista, già consumata sui registri della corporazione molto tempo prima che io nascessi, doveva essersi deteriorata ulteriormente. — Hai subito una tortura, vedo, ma è un lavoro troppo rozzo, spero, perché sia opera nostra.
— Non è stata opera vostra — replicai, toccandomi le cicatrici sulla guancia. — Nondimeno, noi siamo stati rinchiusi qui per un certo tempo, nella segreta sotto questa torre.
Egli sospirò, il basso respiro di un vecchio, ed abbassò lo sguardo sul grigio strato di carte che aveva dinnanzi. Quando parlò, non riuscii a sentire le sue parole, e dovetti chiedergli di ripeterle.
— È successo — spiegò. — Sapevo che sarebbe accaduto, ma speravo che sarei stato sepolto e dimenticato. Ci congederai, Autarca? Oppure ci affiderai qualche altro compito?
— Non abbiamo ancora deciso cosa faremo di te e della corporazione cui appartieni.
— Non servirà. Se ti offendo, Autarca, ti chiedo indulgenza in nome della mia età… ma non servirà lo stesso. Alla fine, scoprirai di aver bisogno di uomini che facciano quello che noi facciamo. Puoi definirlo un’attività di guarigione, se vuoi, come è stato detto spesso. Oppure un rituale, come è anche stato detto. Ma scoprirai che la cosa stessa diventa ancora più terribile sotto il suo travestimento. Imprigionerai coloro che non meritano la morte? Scoprirai di avere così un possente esercito in catene, di trattenere prigionieri la cui fuga sarebbe una catastrofe, e di aver bisogno di servi che insegnino la giustizia a coloro che hanno fatto morire nell’agonia dozzine di persone. Chi altro lo farà?