Accesi la luce. Lo studio.
Era tutto disordinato e pieno di roba, e c’era un’aria greve e afosa. La luce centrale era una semplice lampadina, molto potente. C’erano due scrivanie, uno scrittoio e una branda con delle lenzuola aggrovigliate, uno scaffale, due tavoloni ricoperti di bottiglie di vario tipo e attrezzature da laboratorio di chimica. Nell’angolo, dentro un lavandino, c’erano dei tubetti di reagenti, altre boccette e una serpentina di raffreddamento. Si sentiva un odore come di ammoniaca. Mi voltai, sporsi la testa nel corridoio e rimasi in ascolto. Si sentiva solo il russare lontano di mio padre. Sfilai la chiave e richiusi la porta dall’interno.
Appena mi allontanai dalla porta notai un oggetto. Era una provetta, appoggiata sullo scrittoio, proprio dietro alla porta: se questa fosse stata aperta non l’avrei neanche vista. Nella provetta c’era del liquido trasparente. Alcol, pensai. Nell’alcol c’era un bel paio di minuscoli genitali maschili un po’ malridotti.
Rimasi a fissarli, con la mano ancora stretta sulla chiave che avevo girato, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sentii qualcosa alla gola, qualcosa di molto profondo, e gli occhi e il naso mi si inondarono fino a esplodere. Mi misi a piangere, lasciando che le lacrime salate mi rigassero le guance fino alla bocca. Mi colava il naso, tirai su e singhiozzai, col petto ansimante e i muscoli della mascella in preda a tremiti incontrollabili. Mi dimenticai completamente di Eric, di mio padre, di tutto il resto, tranne che di me e della mia perdita.
Mi ci volle un po’ per ricompormi, e ci riuscii senza perdere le staffe e senza dirmi che non dovevo comportarmi come una stupida ragazza, mi calmai e basta, normalmente. Sentivo dentro di me come un peso che dalla testa mi scendeva fino allo stomaco. Mi asciugai il viso con la camicia e mi soffiai il naso senza far rumore, poi cominciai a perquisire la stanza a tappeto, lasciando perdere la provetta sullo scrittoio. Forse era quello l’unico segreto di quel posto, ma volevo accertarmene.
C’erano un sacco di schifezze. Schifezze e robe chimiche. I cassetti dello scrittoio erano pieni di vecchie carte e fotografie. C’erano delle lettere, degli appunti, bollette, moduli, certificati, polizze assicurative (nessuna riguardava me, e comunque erano scadute da un pezzo), pagine di un orribile racconto o romanzo (riguardava degli hippy in una comune nel deserto che entravano in contatto con gli alieni) che qualcuno aveva battuto con una macchina per scrivere sgangherata, ed era tutto segnato di correzioni. C’erano dei fermacarte di vetro, guanti, spillette psichedeliche, vecchi singoli dei Beatles, qualche copia di Oz e IT, biro scariche e matite spezzate. Porcherie, tutte porcherie.
C’era una parte dello scrittoio chiusa a chiave. Proprio sotto l’anta scorrevole arrotondata, con una serratura vicino al bordo superiore. Tirai via le chiavi dalla porta. Una di quelle più piccole entrava nella toppa, proprio come mi aspettavo. L’anta si abbassò e io estrassi i quattro cassettini che vi erano nascosti, appoggiandoli sul piano dello scrittoio.
Guardai con gli occhi sbarrati quel che c’era lì dentro, finché le gambe non presero a tremarmi e dovetti sedermi sulla piccola seggiola traballante mezza nascosta dallo scrittoio. Mi strinsi la testa tra le mani, senza smettere di tremare. Cos’altro ancora avrei dovuto subire nel corso di quella notte?
Infilai le mani in uno dei cassettini e tirai fuori una scatola azzurra. Erano dei tampax. Con le dita tremanti estrassi dal cassetto un’altra scatola. C’era un’etichetta con la scritta “Ormoni maschili”. All’interno trovai dei contenitori più piccoli, ordinatamente catalogati a biro nera, con date progressive di lì a sei mesi. In un altro cassetto c’era una scatola etichettata “KBr”, scritta che mi fece scattare qualcosa di molto vago nei recessi più profondi della mente. I restanti due cassetti contenevano rotoli di banconote da cinque e da dieci sterline e sacchetti di cellofan con dentro dei quadratini di carta. Non mi rimanevano forze sufficienti per cercare di capire cosa fosse quella roba. Il mio cervello stava vorticando attorno a un’idea spaventosa che avevo appena elaborato. Restai sulla sedia a pensare, con lo sguardo fisso nel vuoto e la bocca aperta. Non guardai la provetta.
Pensai a quel viso delicato, a quelle braccia ricoperte di peluria sottile. Cercai di ricordare se avessi mai visto mio padre nudo al di sotto della cintola, ma non vi riuscii. Il segreto. Non poteva essere. Scossi la testa, ma non mi fu possibile scacciare quell’idea. Angus. Agnes. Su tutto ciò che era accaduto avevo solo la sua parola. Non sapevo quanto fosse affidabile la signora Clamp, né che tipo di complicità ci fosse tra loro due. Ma non poteva essere! Era una cosa mostruosa, terrificante! Mi alzai di scatto, facendo ribaltare all’indietro la sedia, che andò a sbattere contro le assi scoperte del pavimento. Afferrai la scatola dei tampax e quella degli ormoni, presi le chiavi, aprii la porta e partii alla carica. Mi avviai su per le scale, dopo aver infilato le chiavi in tasca e tirato fuori il coltello dalla custodia. «A Frank non si sfugge» sibilai tra i denti.
Irruppi in camera di mio padre e accesi la luce. Lui era steso sul letto, con i vestiti ancora addosso. Gli si era sfilata una scarpa ed era caduta sul pavimento proprio in corrispondenza del piede scalzo e penzolante dal bordo del letto. Era disteso sulla schiena e russava. Si agitò gettandosi un braccio davanti al viso per proteggersi dalla luce. Mi fiondai su di lui, gli spostai il braccio e gli diedi due schiaffi. Fece uno scatto con la testa e lanciò un urlo. Aprì un occhio, poi l’altro. Gli puntai il coltello in faccia e vidi il suo sguardo da ubriaco che stentava a metterlo a fuoco. Puzzava come un caprone.
«Fraang?» disse con voce flebile. Gli feci scivolare la lama sulla fronte, fermandomi all’altezza del naso.
«Bastardo» sputai. «Che diavolo è questa roba?» Con l’altra mano brandii i tampax e gli ormoni sventolandoglieli in faccia. Lui gemette e chiuse gli occhi. «Dimmelo!» urlai, continuando a schiaffeggiarlo col dorso della mano con cui stringevo il coltello. Cercò di rotolare via da me, dall’altra parte del letto, verso la finestra aperta, ma io lo tirai indietro, tenendolo lontano dalla notte afosa e calma.
«No, Frang, n-no» disse scuotendo la testa e cercando di respingere le mie mani. Feci cadere le scatole e lo afferrai ben stretto per un braccio. Lo tirai a me e gli puntai il coltello alla gola.
«Cristo santo, vuoi dirmelo o…» Lasciai le parole sospese a mezz’aria. Allentai la presa sul braccio e scesi con la mano fino ai pantaloni. Slacciai la cintura sfilandola dai passanti. Lui cercò di fermarmi in modo maldestro, ma io gli scostai violentemente le mani e lo stuzzicai alla gola con la punta della lama. Sbottonai i pantaloni e tirai giù la lampo senza staccargli gli occhi di dosso, e intanto cercavo di non pensare a ciò che avrei potuto trovare là sotto, a ciò che avrei potuto non trovare. Aprii i pantaloni e tirai fuori la camicia. Lui mi guardava, steso sul letto con gli occhi rossi e luccicanti, e scuoteva la testa.
«Che u-uoi fa-a-re, Frang? M-mi d-dispiàscie, sì, sì, mi dispiascie u-ueraménde. Un e-espe-e-riméndo. Solo un espee-ri-mén… Nommi fa-a-re gniénde, ti p-prego, Frang, pe’ fauo-o-re, Frang…»
«Puttana! Sei una puttana!» urlai, con la voce tremante e gli occhi che iniziavano ad annebbiarsi. Gli/le tirai giù le mutande strappandogliele di dosso con furore perverso.