«E i fenomeni quantistici, per la loro stessa natura, danno luogo a una molteplicità di risultati» continuò Louise. «Quella fluttuazione quantistica, o qualunque cosa fosse, potrebbe aver attivato la consapevolezza nell'Homo sapiens, o anche nell'altra specie umana esistente quarantamila anni fa, l'uomo di Neandertal. Il primo sdoppiamento dell'universo sarebbe quindi avvenuto per un caso fortuito, un colpo di fortuna quantistico. Nel nostro mondo, le capacità di pensiero e di cognizione si attivarono in un nostro progenitore, nel mondo di Ponter in un suo avo. Ho letto che i Neandertal sono comparsi sulla terra circa duecentomila anni or sono, è vero?»
Mary annuì.
«Ed erano dotati di una calotta cranica superiore alla nostra?»
Mary annuì di nuovo.
«Ma nella nostra versione del mondo, nel nostro percorso evolutivo, la scintilla della consapevolezza nei cervelli dei Neandertal non si è mai accesa. Nei nostri invece sì, e questo ci conferì quel margine di superiorità — ingegnosità e conoscenza della realtà circostante — che ha determinato il nostro trionfo sulla loro specie, rendendoci padroni del mondo.»
«Ah! Ma nel mondo di Ponter…»
Louise annuì. «Nel mondo di Ponter è avvenuto l'esatto contrario: sono stati i Neandertal ad acquisire la consapevolezza e a sviluppare la cultura, l'arte e… l'ingegnosità. Lì sono stati loro a compiere il grande salto in avanti, mentre la nostra specie è rimasta allo stato semi-selvaggio come nei sessantamila anni precedenti.»
«Be', è un'ipotesi plausibile» disse Mary. «Potrebbe scriverci un bel saggio.»
«Anche qualcosa di più» replicò Louise mandando giù un sorso di caffè. «Se questa ipotesi fosse esatta, il nostro amico potrebbe tornare a casa.»
«Cosa?» esclamò Mary sentendosi mancare.
«L'ipotesi si basa in parte su quanto mi ha detto Ponter, in parte sulle nostre conoscenze fisiche. Supponiamo che l'universo non si sdoppi come fosse un'ameba, dove la cellula madre cessa di esistere, ma con un processo simile a quello che presiede la riproduzione dei vertebrati: cioè, l'universo originale continua a vivere anche dopo la creazione di un nuovo universo.»
«E questo cosa comporterebbe?»
«Be', se così fosse gli universi non avrebbero la stessa età. Apparirebbero perfettamente identici, ma l'uno avrebbe dodici miliardi di anni, e l'altro… be', poche ore di vita, e pur essendo giovanissimo dimostrerebbe anch'esso dodici miliardi di anni.»
Mary aggrottò la fronte. «Uhm, Louise, qualcosa mi dice che lei non crede alla teoria della creazione, eh?»
«Oui?» fece la ragazza, che poi scoppiò a ridere. «No, no, capisco a cosa allude, ma la mia è un'argomentazione prettamente fisica.»
«Se lo dice lei. Ma se tutto ciò fosse vero, Ponter come potrebbe tornare a casa?»
«Be', mettiamo che questo universo, quello in ci troviamo in questo momento, sia quello originale, che quindi sia stato l'Homo sapiens a sviluppare la consapevolezza; allora tutte le altre miriadi di universi abitati da Homo sapiens dotati di consapevolezza sono figli o nipoti o pronipoti del nostro.»
«È un'ipotesi un po' troppo ardita» opinò Mary.
«Lo sarebbe se non avessimo prove. Ma abbiamo la dimostrazione che il nostro universo è speciale: il fatto che Ponter sia finito proprio qui, anziché in altri mondi. Quando il suo computer quantistico ha processato tutte le altre versioni di se stesso esistenti in altri universi, cosa ha fatto? Be', ha individuato tutti gli universi diversi dal suo, e ha selezionato proprio quello che in origine si era separato dagli altri, quello cioè che quarantamila anni prima aveva intrapreso una strada diversa, con un tipo di umanità diversa. Ma non appena raggiunto un universo dove non esisteva un computer quantistico, esattamente nello stesso posto dove era stato tentato l'esperimento, il processo di fattorizzazione è fallito, e il contatto tra i due mondi si è interrotto. Ma se la gente di Ponter ripetesse esattamente l'esperimento che lo ha proiettato qui, penso che ci sarebbe una reale possibilità di ricreare il passaggio tra i due universi.»
«In queste sue ipotesi ci sono troppi se» rifletté Mary. «E comunque, se potessero davvero ripetere l'esperimento, perché non l'hanno già fatto?»
«Non lo so» si arrese Louise. «Ma se ho ragione, il varco verso il mondo di Ponter potrebbe aprirsi di nuovo.»
Mary sentì una fitta allo stomaco — non erano certo le patatine che aveva mangiato -, disorientata dal marasma di sensazioni che quell'ipotesi le scatenava.
43
Adikor Huld osservò con attenzione il robot minerario che Dern gli aveva procurato. Era un aggeggio dall'aria triste: un semplice assemblaggio di ruote dentate, pulegge e pinze automatiche, vagamente somigliante a un pino tozzo e spoglio. Sul metallo, qua e là, si vedevano chiaramente tracce di bruciato. In effetti, circa quattro mesi prima nella miniera era scoppiato un incendio. Alcuni dei componenti si erano fusi, altre parti erano rimaste danneggiate, e nell'insieme la macchina appariva annerita e fuligginosa. Dern gli aveva detto che quell'unità doveva essere demolita, quindi nessuno avrebbe indagato se fosse scomparsa.
Non fu semplice capirne il funzionamento. I robot dotati di intelligenze artificiali erano molto costosi. Quell'esemplare era azionato da un telecomando, ma i segnali radio avrebbero potuto interferire con i registri quantistici, annullando il tentativo di Adikor di riprodurre l'esperimento che aveva causato la scomparsa di Ponter. Per questo Dern aveva deciso di legare un cavo di fibra ottica al dorso del robot e collegarlo a una piccola scatola di comando, sistemata su una consolle nella sala di controllo del laboratorio. Posizionarono il robot sulla sommità del registro 69, in modo da evitarne le vibrazioni, come già aveva fatto Ponter, usando due joystick per manovrarne le mani.
«Tutto a posto?» si sincerò Adikor.
Dern annuì.
Entrambi guardarono Jasmel, che assisteva all'esperimento. «Pronti?»
«Pronti.»
«Dieci» cominciò il conto alla rovescia Adikor, in piedi accanto alla sua unità di controllo. Gridava forte i numeri, come aveva fatto la prima volta, anche se nella sala dei registri non c'era nessuno che potesse sentirlo.
«Nove.» Sperava disperatamente che l'esperimento riuscisse: per Ponter, ma anche per lui.
«Otto. Sette. Sei.»
Lanciò un'occhiata a Dern.
«Cinque. Quattro. Tre.»
Fece un sorriso di incoraggiamento a Jasmel.
«Due. Uno. Zero.»
«Ehi!» urlò Dern.
La scatola di comando cadde dalla consolle, sbatté sul pavimento e prese a scivolare, come se qualcuno avesse improvvisamente tirato con forza il cavo di fibra ottica a cui era legata.
Adikor sentì una forte ventata irrompere nella sala, ma non così violenta da fargli avvertire il contraccolpo nelle orecchie, non essendosi verificata una significativa variazione di pressione. Era come se ci fosse stato un semplice ricambio d'aria…
«Non ci posso credere» disse Jasmel, ma il vento coprì le sue parole.
Dern si fiondò per bloccare la scatola di controllo, fermando il cavo con un piede, mentre Adikor si precipitava verso l'apertura che affacciava sul piano sotterraneo dove si trovavano i registri, per controllare cosa fosse successo.
Il robot era scomparso, ma…
…ma il cavo a cui era fissato era completamente teso lungo il pavimento, dalla porta della sala di controllo a…
Scompariva accanto alla colonnina del registro 69, come nel buco di un muro invisibile, nell'aria fine.
I tre si guardarono, smarriti. Si precipitarono verso il monitor, che avrebbe dovuto mostrare quello che stava riprendendo la telecamera del robot. Ma lo schermo era vuoto, un quadrato nero.
Jasmel fu la prima a parlare: «Il robot si è disintegrato. Proprio come mio padre.»