«Forse. Ma penso che Trehearne capirebbe!» Si guardò le mani, aggrottando la fronte, assorto, e poi disse: «Non importa che lo si sappia ora. Io violai la proibizione. Sposai una donna di un altro mondo, una non-Vardda. Ebbi un figlio. Voleva volare tra le stelle. Mi supplicava di portarlo a bordo della mia astronave. Dopotutto era mio figlio, era semi-Vardda. Era convinto di farcela. Si nascose nella mia cabina e… il sangue dei Vardda non era passato genuino in lui.» Lanciò una rapida occhiata a Trehearne. «Non aveva ancora diciott’anni. Dopo questo non viaggiai più.»
Si alzò, rovesciando con un calcio la bottiglia vuota. «Penso che per questo offrii subito a Trehearne la possibilità di volare. Mi pareva di riparare in certo qual modo a…»
S’interruppe improvvisamente. «Bene, è cosa passata e conclusa. Abbiamo altro a cui pensare e non rimane molto tempo a nostra disposizione. Trehearne, avete scombussolato gravemente i miei piani, portando qui la signorina Lanciafiamme.»
«Non era nelle mie intenzioni.» Si avvicinò a Joris. «È vero allora? Intendete liberare Edri?»
«Intendo tentare. Vedete, è una cosa che mi è possibile fare soltanto una volta. Sono rimasto qui per anni a vedere tanta brava gente partire per Thuvis, ad aspettare, ad aspettare l’occasione in cui un’azione da parte mia potesse avere veramente il suo peso. Ora ci sono.» Si volse e gettò una vivida occhiata a Shairn. «Il problema principale è: che cosa ne facciamo di te?»
Ella rispose con rabbia, senz’ombra di paura: «Qualunque cosa farai vivrai abbastanza per pentirtene!»
«Mhmm» fece Joris. «Legatela ancora, Trehearne.»
Lo fece con immenso piacere. Questa volta si servì di lacci più resistenti e si diede un gran da fare con i nodi.
Joris passeggiava avanti e indietro, immerso nei propri pensieri. «Mi ripugna il dirlo ma so soltanto un luogo dove non c’è pericolo che la trovino prima che noi partiamo. Ed è a bordo dell’astronave.»
La guardia osservò: «Non ci sarà tempo di portarla fuori.»
«Lo so» ammise Joris cupo. «Così pare che avremo un passeggero in più.»
Trehearne aveva finito di imbavagliare Shairn. La guardò. Gli occhi le ardevano e il viso era bianco al di sopra del bavaglio. Joris le gettò il suo mantello sulle spalle. «Portala da basso con il mio ascensore privato» disse alla guardia. «Il settore e già stato sfollato così non avrai guai di nessun genere laggiù. Portala a bordo e assicurati che non possa uscirne.»
La guardia annuì. Prese quella specie di grande fagotto avvolto nel mantello e se lo caricò sulla spalla. Il segnale del videofono vibrò improvvisamente. Joris fece cenno all’uomo di affrettarsi, attese che se ne fosse andato per rispondere. Trehearne si appiattì contro la parete per essere fuori dal raggio di riflessione dello schermo.
La voce di Kerrel disse: «Joris, tra un quarto d’ora esatto portiamo giù Edri. È tutto pronto?»
Joris annuì. «Il settore è libero, le guardie sono al loro posto e l’astronave è pronta per partire.»
«Bene. La cosa ha fatto molto scalpore e non vogliamo avere guai.»
«Ho provveduto personalmente a tutto» gli rispose Joris.
Lo schermo si oscurò. «Che porco!» disse Joris. «Fa solo quello che crede giusto, ma è così dannatamente fanatico. Agente del Consiglio. Bah!»
Di scatto prese Trehearne per le spalle in una stretta poderosa che quasi lo spezzò.
«Sono contento che tu sia con noi. Sei armato?»
«Sì.»
«Vieni, allora. Questa è la fine della mia lunga attesa. Ritorno allo spazio, Trehearne! Intendo fare quanto mi proposi di fare un giorno, fin da quando vidi morire mio figlio. Vieni dunque… Andiamo!»
Discesero nel minuscolo ascensore privato e uscirono dall’edificio avviandosi verso un settore sorvegliato, dove le luci splendevano su astronavi silenti, dove non vi erano folle formicolanti di opera; non-vardda, non frastuono di macchine o sibilo di carrelli in corsa, ma soltanto le piattaforme deserte dei grandi docks e gli spazi vuoti tra l’uno e l’altro.
Cammin facendo Joris spiegò a Trehearne che cosa doveva fare. «Soltanto le guardie al cancello e le quattro che si occuperanno degli uomini di Kerrel appena si faranno vivi, sono ai miei ordini. Le altre speriamo saranno troppo lontane per interferire. Ma non avremo tempo per indugiare.»
«Dov’è la nave-prigione?»
«So che si trova al limite estremo del settore. E troveranno i generatori fulminati quando tenteranno di inseguirci. Gli Orthisti hanno grande autorità tra i non-Vardda. I meccanici sono stati ben contenti di rendermi questo piccolo servizio!»
Joris parlò brevemente di Trehearne alle guardie che fecero un cenno di saluto. «In una decina di minuti» disse Joris. «La ragazza è a bordo?»
«Tutto è a posto signore.»
«Bene. Andiamo, Trehearne.» Oltrepassò due dei giganteschi docks. Quando raggiunsero il terzo si trovarono fuori portata di vista e di udito rispetto ai cancelli. In questo terzo dock c’era ancora una lunga astronave dalla forma slanciata, non illuminata, avvolta nel più profondo silenzio. Tutti gli sportelli chiusi tranne quello della camera di compressione.
«Ecco la Mirzim, la nave su cui dobbiamo imbarcarci» disse Joris. «Un mercantile leggero per lunghe distanze, costruito per le grandi velocità. Bene, ne avremo bisogno. Appartiene, ti dirò, a un mio buon amico. Dovrà rifarsi sui due buoni cargo che io lascio a Llirdis.» Soggiunse: «L’equipaggio attende a bordo, ora. Si tratta in realtà solo di mezzo equipaggio, non molti fra i navigatori e i tecnici sono Orthisti fidati.»
Fece cenno a Trehearne di appostarsi nell’ombra all’angolo della piattaforma. «Li aggrediremo qui. Cerca di non uccidere nessuno. Non appena Edri sarà libero corri alla Mirzim.»
«Bene.» Trehearne si ritirò nella chiazza d’ombra, fuori dalla vista di chiunque potesse passare per lo spiazzo. Teneva pronto in mano un disgregatore. Joris se ne era già andato avviandosi al cancello.
Trehearne ascoltava i rumori della base. Il vento portava l’aspro odore del mare; in lontananza si scorgevano le torri splendenti della città. Pensò che era forse l’ultima volta che vedeva Llirdis. Sentì un’acuta fitta di rimpianto e poi, proveniente dal cancello udì il passo cadenzato di circa una dozzina di uomini che si dirigevano rapidamente alla sua volta. Fu contento che l’attesa fosse finita.
Non si mosse, ma il suo corpo fremette, preparandosi.
C’era Joris che precedeva gli altri con Kerrel. C’erano quattro uomini senza uniforme. C’era un quinto uomo e accanto a lui Edri con il polso destro assicurato a quello sinistro dell’altro. Vi erano altri quattro uomini senza uniforme, poi le quattro guardie di Joris. La testa della piccola colonna superò l’angolo del terzo dock. Le quattro guardie ruppero le file e sfoderarono i loro disgregatori, dirigendone le pallide scariche con mira precisa in modo da non colpire Edri.
Trehearne balzò fuori dall’ombra e si unì a essi.
Tre degli uomini di Kerrel caddero a questo primo assalto. Due avevano perduto i sensi, ma uno era ancora in grado di usare il suo disgregatore. Joris aveva preso Kerrel di sorpresa e l’aveva steso a terra servendosi semplicemente di quel gran martello del suo pugno. Poi estrasse la propria arma e si lanciò nella mischia.
Si iniziò una lotta all’ultimo sangue, una rissa violenta che aveva Edri per centro. Edri si accapigliò con la sua guardia e caddero entrambi, lottando, impacciati dalle manette.
Da tutte e due le parti si rinunciò a usare le armi. La lotta era troppo serrata, ormai, un orribile e cieco garbuglio di mani e di piedi, uomini che rotolavano l’uno sull’altro, avventando colpi, nella fretta, contro i loro compagni, cadendo, rialzandosi, chiamando aiuto, imprecando, sbalorditi, furenti.
Trehearne, nel tentativo di arrivare a Edri colpì un uomo con tale violenza da spaccargli la faccia e ne lasciò un altro barcollante. Poi fu mandato a gambe all’aria e preso a calci mentre cadeva. Si trovò steso sopra a Edri, che mugolò e lo colpì, poi ansimò: «Oh, sei tu; la chiave è nella sua cintura.»