— Immagino che… sia così — disse Cole, incerto.
— Non mi credi? — Il viso di città si allargò sullo schermo, finché restarono solo gli occhiali, la fronte, e il ponte del naso.
Scosso, Cole piegò la testa all’indietro. — Certo che ti credo… Però non sono proprio sicuro che questa faccenda del grande villaggio renderà, uhm, le cose più facili al crimine. Col decentramento dovranno sparpagliarsi anche loro, lasciare pochi uomini in ogni località. Io ho la sensazione che i terminali multipli possano essere in competizione con il Tif, e…
Città chiese: — Vuoi tradirmi un’altra volta?
Cole rabbrividì all’accusa, distolse gli occhi. — Ehi, guarda che non volevo…
— Con quella donna. Sei scappato. Te ne sei andato in un’altra città. Potevo aver bisogno del tuo aiuto. Hai creduto a quello che ti diceva lei. Cosa farai per noi?
E in quel momento Cole avvertì la presenza della città, meravigliosamente schifosa, dolcemente squallida, flessibile ma infrangibile. Le cianografie dietro le palpebre, i grovigli di energia e i punti di riunione della gente: tutto ardeva nel buio mentale. E, travolto da un senso profondo, indicibile, di appartenenza allo stato puro, di indiscutibile identità, Cole disse: — Daremo battaglia.
Doveva essere una bomba. Esistevano certi punti all’interno di Città che lui poteva a stento raggiungere, così come un uomo non può controllare il funzionamento di ognuno dei suoi organi interni. Città poteva aprire le porte che conducevano al computer, ma non era in grado di distruggerlo. Non come poteva far esplodere una strada o abbattere un lampione. Ma Cole era le mani di Città.
Città gli aveva fornito la bomba. Cole l’aveva trovata in una cassetta di sicurezza di una stazione dell’autobus. Come forma e dimensione sembrava una scatola di cioccolatini, ed era avvolta in carta marrone. Gli stava alla perfezione sotto il braccio. In un angolo la carta era ritagliata, e da lì sporgeva in fuori una manopola nera. Sulla manopola era incisa una lineetta bianca. Girando la manopola in modo che la lineetta risultasse parallela alla X nera disegnata sulla carta, la bomba era innescata per esplodere entro un minuto.
Una bomba piccola ma potente, gli aveva assicurato Città.
Cole si chiese per un attimo chi, quale agente umano l’avesse preparata e chi l’avesse depositata nella cassetta di sicurezza.
Adesso Cole si trovava davanti a un tozzo edificio in pseudogranito nero: la centrale direttiva del Centro Distribuzione Dati del Tif. Per lealtà a Città, nello sforzo di criminalizzare il Tif e di mettere a tacere i propri dubbi, Cole visualizzò il grande computer che si trovava lì sotto come una gigantesca vedova nera artificiale, acquattata tra i cavi del terminale che erano la sua ragantela…
Immaginò di sentire, attraverso l’asfalto sotto i suoi piedi, l’enorme computer che ronzava. Fermo sul marciapiedi, era a pochi metri dal lato sud dell’edificio quasi informe. Si guardò attorno. Indossava un giubbotto di pelle nera, jeans lucidi e scarpe da ginnastica. Niente maschera: sapevano già chi era. All’ombra di un lampione spento, attendeva.
Il marciapiedi si squarciò. La città gli si offriva. Il cemento del marciapiedi si era spezzato con un crac secco ma breve, e adesso il foro si allargava. Frammenti di cemento scivolavano giù, verso il buio, risuonavano su una superficie sconosciuta. Il crepaccio si allargò ancora di più, un altro strato di pavimentazione cedette, e un raggio di luce gialla arrivò all’esterno. Cole si infilò la bomba in tasca, accanto alla pistola (quella pistola che aveva giurato di non toccare mai più). E, dopo aver controllato la strada deserta (erano le due di notte), si mise carponi, si infilò nell’apertura, si lasciò cadere verso la luce gialla della zona proibita. Atterrò in piedi, girò freneticamente la testa, fece per estrarre la pistola. Ma non c’era nessuno. Guardò in su, sorpreso da uno stridio che veniva dall’alto. Il foro nel soffitto si chiuse. S’incamminò lungo il corridoio, verso l’edificio di granito e il centro computer sotterraneo.
Il corridoio era ampio e illuminato a giorno; Cole si sentiva esposto. Ma in giro non c’era nessuno.
Proseguì, si accucciò d’istinto, anche se il fatto di essere accucciato non lo rendeva meno rumoroso o individuabile. Giunto a un incrocio, sporse con cautela la testa dietro i due angoli; e scoprì corridoi deserti.
Luci gialle e pavimenti di mattonelle sulla sinistra, luci gialle e mattonelle sulla destra. Da che parte? Come in risposta, a sinistra si mise a lampeggiare una luce. “Grazie, Città.” Svoltò a sinistra, estraendo la pistola.
Sentiva la città vibrare tutt’attorno, fra risonanze incapsulate e amplificate dal passaggio sotterraneo. — Sono sotto la sua pelle — disse fra sé. E quell’intimità lo ubriacava. Per cui, non si chiese: “Cosa diavolo ci faccio qui?”. Non in quel momento.
Un altro bivio. Una luce gialla lampeggiò a destra. Un cartello alla parete diceva: Cctif; sotto, una freccia rossa puntava a destra. Prese da quella parte. E fece tre passi. E si fermò serrando la mano sulla pistola.
L’autoguardiano correva direttamente verso di lui, leggermente proteso in avanti, con le braccia a stantuffo che si agitavano pigramente. — Città? — disse Cole. L’automa continuò ad avanzare. — Città?
L’autoguardiano lo sfiorò dolcemente e proseguì il cammino. Cole lasciò andare il fiato. — Grazie.
In fondo al corridoio, una massiccia porta di metallo, gli sbarrava la strada. In alto, una finestrella di vetro antiproiettile ricoperto da una rete metallica. Cole affacciò il viso alla finestrella, guardò dall’altra parte, e si maledì per l’eccessiva fiducia in se stesso. Una guardia, con una specie di berrettino grigio da baseball in testa, stava estraendo la pistola dalla fondina. Il viso dell’uomo lo fissava dall’altro lato del vetro.
La porta si mosse, rientrò piano nella parete. Quando la finestrella scomparve, Cole lesse sorpresa sul viso della guardia. Città aveva aperto la porta, e l’uomo era rimasto confuso, stupefatto. Città avrebbe impedito alla pistola della guardia di sparare.
E Cole avrebbe dovuto ammazzare immediatamente quello sconosciuto… Cole esitò, in un’agonia d’indecisione.
La porta era rientrata completamente nella parete. La guardia fissava la propria pistola con stupore raddoppiato: l’arma non funzionava. Dietro l’uomo, un lungo corridoio di metallo e luci: il computer.
Ci fu un attimo di calma assoluta, mentre i due uomini, incerti, si soppesavano. Il corridoio vibrava, ma non c’era nessun vero ronzio. I computer a stato solido non usavano più relè. Erano mostruosamente sileziosi. Banchi sterminati di cromo: silenziosi, freddi, e sicuri di sé. Il silenzio non è d’oro è di cromo.
L’uomo fece un balzo, e Cole puntò la pistola. Ma non sparò: la guardia non gli si era lanciata addosso. Aveva saltato di lato, probabilmente per azionare un allarme. Un allarme che non funzionava. E, quando se ne accorse, la guardia disse: — Merda! — ma non sembrava più sorpresa.
— La mia pistola funziona — disse Cole, puntando l’arma sul petto dell’altro.
La guardia indietreggiò. Fissava la pistola respirando pesantemente. Cole ebbe il tempo di notare che era giovane, robusto e abbronzato; probabilmente nel tempo libero si dedicava al surf. Sembrava anche forte. Socchiudendo minacciosamente gli occhi, l’uomo gli chiese: — Cos’è questa storia? Cosa vuoi fare?
Cole si morse le labbra. Al suo fianco, invisibile, Città ripeteva: uccidilo uccidilo uccidilo uccidilo uccidilo…