Non aveva più trovato la porta chiusa, e aveva pensato ben poco a quella possibilità. In un certo senso, la causa doveva essere stata la ragazza. Era accaduto perché lei era lì, e per questo lei aveva potuto annullarlo, passando insieme a lui dall’altra parte. Di tanto in tanto pensava a lei, con apprensione eppure con rimpianto. Se non fosse stata così piena d’odio e di rabbia, forse avrebbero potuto parlare. Aveva lasciato che la ragazza gli desse ordini, era stata colpa sua. Lei avrebbe potuto dirgli qualcosa di quella terra. A quanto sembrava, la conosceva da più tempo e meglio di lui. Se anche non viveva lì, conosceva coloro che ci vivevano.
Se quegli altri esistevano davvero. Hugh vi pensava spesso, durante le soste silenziose nel luogo dei salici. Tutto quello che la ragazza aveva detto era qualcosa come «Tu non conosci la lingua,» e poi, quando lui aveva chiesto se c’era gente che viveva lì, aveva detto di sì, ma dopo aver esitato, e con un tono falso o forzato. Aveva cercato di spaventarlo. E l’idea era minacciosa. Essere lì solo era la gioia più grande. Essere solo, non essere costretto a cercare di tenere a bada gli altri, le loro esigenze, le loro pretese, i loro comandi.
Ma coloro che vivevano lì, come potevano essere? Che lingua parlavano? Lì nulla parlava. Nessun uccello cantava mai. Dovevano esserci animali nei boschi, ma erano sfuggenti, silenziosi. Lì non c’era bisogno che qualcuno desse fastidio a qualcun altro.
Hugh pensava a queste cose mentre stava seduto in silenzio accanto al fuocherello vivace in riva all’acqua, sotto i salici. Lì, un pensiero poteva occupare la sua mente per lungo tempo, trovare lo spazio per espandersi ed esaurirsi. Hugh non aveva mai ritenuto di essere particolarmente stupido, e a scuola s’era fatto abbastanza onore nelle materie che gli piacevano, ma sapeva che la gente lo giudicava stupido perché non era svelto. La sua mente non funzionava affrettatamente, precipitosamente. Poteva venire lì e pensare con calma, e questo giustificava in gran parte il senso di libertà che provava. L’alternanza tra due vite completamente diverse, l’attraversamento ripetuto della soglia tra Kensington Heights e la terra crepuscolare, avrebbero potuto confonderlo e sfinirlo, se non fosse stato per la forza che acquisiva nelle soste in riva al ruscello. Se ne stava tranquillo, semplicemente e completamente preso dalle sue attività, camminare, nuotare, dormire, pensare, usare i sensi; e quella quiete totale sostituiva la sensazione di venire sospinto precipitosamente attraverso la vita, senza il tempo di chiedere cosa stava facendo o dove avrebbe dovuto essere, senza il tempo di vedere che c’erano possibilità di scelta, e di scegliere. Anche là, se si aggrappava alla quiete che trovava qui, anche là riusciva a pensare un poco.
Da quando aveva detto che sua madre era malata, e aveva sentito la propria voce pronunciare quella parola, era stato costretto ad affrontare l’idea anziché fuggire e nascondersi; costretto a cercare di considerare con fermezza quanto lei era malata, e quale era la sua malattia.
E questo era difficile. Comportava una comparazione: come se lei non fosse stata sua madre, ma una donna qualunque, chiunque. Chiunque fosse malato.
Durante la frequenza delle ultime due scuole superiori, Hugh aveva conosciuto ragazzi avviati fino in fondo sulla strada delle droghe dure. E in decima classe (non era un ricordo che lui amava riesumare) la ragazza che qualche volta copiava i suoi compiti d’inglese, non ne ricordava il nome… lo faceva sempre sentire colpevole perché era così umile… si chiamava Cheryl, e un giorno, la settimana prima della fine delle scuole, si era chiusa nel gabinetto delle ragazze e aveva cercato di infilarsi dentro a una toeletta. Lui aveva sentito le urla, e aveva visto nel corridoio una ragazza che rideva in modo orribile e convulso, e poi aveva visto portar fuori Cheryl, piegata in due, con l’acqua rossastra che le sgocciolava dai capelli, urlante con una voce alta e acuta, e lui e tutti gli altri ragazzi erano rimasti lì a guardare, mentre la gente saliva correndo le scale per vedere. Nessuno aveva saputo come parlarne, dopo; nessuno di coloro che avevano sentito le urla. Quella era la cosa peggiore che gli fosse mai capitata; ma lavorando in un supermercato vedevi tanta gente che inveiva contro i funghi, e pazzi come il taccheggiatore che cercava di cavarsela con un tentativo di corruzione, o il tizio che aveva minacciato Donna con un coltello quando lei aveva rifiutato di accettargli un assegno senza vedere la sua carta d’identità; e persone che facevano cose che potevano avere una ragione ma sembravano molto strane, come acquistare quarantotto boccette di spray germicida e una scatola di castagne d’acqua. Tutto ciò che quegli individui avevano in comune, a quanto poteva capire lui, era una specie di sfasamento, di discronia. Il motore faceva rumore, ma l’energia non arrivava alle ruote. Erano bloccati. Non approdavano a niente. Negli ultimi sette anni, sua madre aveva cambiato casa tredici volte, era vissuta in cinque stati diversi; e più spesso si muove, pensava Hugh, e più non approda a niente.
Eppure, anche se era come quelli che inveivano contro i funghi e come quelli che compravano lo spray germicida, sua madre non era ridotta come i drogati o Cheryl. Era bloccata, ma non impantanata. La società dei prestiti, un’azienda enorme che aveva filiali in tutto il paese, le aveva già concesso due trasferimenti, e le dava anche aumenti di stipendio. Lei si lamentava molto del lavoro, ma non mancava mai un giorno. E in quell’ufficio s’era fatta finalmente un’amica, Durbina, e aveva trovato un interesse nuovo, quella faccenda delle vite anteriori, che la stava affascinando. Era pazzesco? Hugh non voleva giudicarlo, in un senso o nell’altro. Quello che gli diceva sua madre gli sembrava piuttosto sciocco. Ricordavano sempre di essere state principesse o somme sacerdotesse, nelle vite precedenti; e lui si domandava chi aveva lavorato, allora, nelle società di prestiti e nei supermercati dell’antico Egitto. Ma no, senza dubbio c’era la tendenza a ricordare le cose più importanti. Era un’eccentricità, ma non più della maggior parte delle cose cui s’interessava la gente: i risultati del baseball, il futuro dell’alluminio, gli antichi vasi da farmacia, la proliferazione nucleare, Gesù, la politica, i cibi della salute, il violino. La gente faceva cose molto strane. La gente era estremamente strana. Lo erano tutti. Non potevi giudicare la malattia mentale dalla stranezza, altrimenti sarebbero stati tutti malati. Si era malati quando si guidava la macchina tenendola in folle. Il luogo da cui sua madre non poteva allontanarsi era la casa, e più la lasciava e più era bloccata; non sopportava di essere sola in casa, non poteva rientrare di sera e trovare la casa vuota, viveva nel terrore di svegliarsi la notte e di non trovare nessuno. E questa tendenza era peggiorata. Sua madre era peggiorata… Ma io lo so, pensò Hugh. A che serve saperlo? Non posso far nulla. Lei non ha altri che me. E devi avere qualcuno, anche se nessuno dei due può far nulla. Non c’è nessun altro. Lui.
Stava aspettando Hugh all’angolo, di fronte alla scuola. — Andiamo a vedere le gare d’atletica al campo d’allenamento dell’università — disse, e Hugh, tredici anni, con la camicia verde che aveva ricevuto in dono per il compleanno il giorno prima, si accorse che gli altri ragazzi notavano suo padre, un uomo grande e grosso e biondo, alto, con il petto ampio, bello in una giacca di tela jeans sbiancata alle cuciture. Era venuto lì con il camion Ford, ed erano andati al campo dell’università a vedere i velocisti, i saltatori in lungo, i saltatori con l’asta nella foschia dorata del pomeriggio d’aprile. Parlarono delle ultime Olimpiadi, delle tecniche del salto con l’asta. Suo padre gli batté gentilmente la mano sulla spalla e disse: — Sai, Hughie, ho molta fiducia in te. Lo sai? Su te posso contare. Sei più solido di tanti uomini fatti che conosco. Continua così. Tua madre ha bisogno di qualcuno su cui contare. Può contare su di te. Per me, saperlo è molto importante. — Hugh non poteva baciare la grossa mano coperta da una peluria dorata; l’unico modo in cui gli uomini potevano toccarsi era colpirsi. Non poteva neppure sfiorare il polsino sfrangiato della giacca di tela jeans. Restò seduto nell’improvvisa, esaltante luce solare di quella lode. Il giorno dopo, quando tornò a casa da scuola, in cucina c’era Joanna, la loro vicina, con le labbra contratte. La madre di Hugh era sdraiata, e dormiva sotto l’effetto dei sedativi; suo padre se ne era andato con il camion Ford e aveva lasciato un biglietto per dire che aveva trovato un lavoro in Canada e che secondo lui era venuto il momento buono per rompere.