Tentando di mantenere in equilibrio la pila di dischetti che le ingombrava le braccia, Melanie scartò troppo bruscamente sulla sinistra, e i primi dieci volumi della Storia delle Civiltà si sparpagliarono sul pavimento della biblioteca scolastica, seguiti a ruota dalla borsetta, dalla giacca e dal portadischi. Mel chinò lo sguardo sul mucchio scomposto che giaceva ai suoi piedi, e si lasciò sfuggire un sospiro sconsolato.
«Non potresti stare più attenta?» l’apostrofò la bibliotecaria, fulminandola con un’occhiataccia dal monitor installato nell’angolo vicino alla porta.
Mel si sentì avvampare. Cercò con gesto impacciato di scansarsi la frangetta dagli occhi. La bibliotecaria la odiava. Pur senza muoversi dalla sua postazione non la perdeva d’occhio un solo istante, e la odiava.
«Certo, Ryton, che per essere una mutante sei parecchio maldestra. Perché, dico io, invece di camminare non pigli su la tua roba e non te ne svolazzi via di qui… magari fino a Base Marte?» Era stato Gary Bregnan, terzino dei Piedmont Eagles, a sussurrarle quella frase in tono beffardo. Due compagni di squadra, seduti lì accanto, ridacchiarono sotto i baffi. Poi, istigati da Bregnan, presero a salmodiare sottovoce: «Mutosa, mutosa, mutosa…» Brucianti lacrime di frustrazione incominciarono a colmare gli occhi di Mel. Tutti la odiavano. Ma se era per questo, anche lei li odiava. E anche lei li avrebbe spediti in blocco su Base Marte, se avesse potuto.
Raccattò dischi e oggetti personali e andò a cercarsi una cabina-computer libera. La pioggia di aprile tamburellava contro i vetri del lucernario con fredda, deprimente insistenza. Mel sentiva Bregnan che non la smetteva di riderle dietro. Dunque odiava i mutanti, eh? Benissimo, di lì a poco avrebbe dovuto scegliersi un altro bersaglio, per il suo odio. Nel frattempo, il minimo che poteva fare era restituirgli il suo disprezzo. Certo, la mamma glielo diceva sempre di cercare di comprendere i normali. Ma la mamma non aveva da misurarsi ogni giorno con Gary Bregnan e i suoi degni compari.
Mel trascorse tre quarti d’ora a prendere appunti per la sua tesina di ammissione dal titolo «Confrontate l’impatto dei viaggi per mare sull’antica Spagna con quello dei viaggi spaziali sull’America contemporanea». Ristette infine qualche istante a stropicciarsi gli occhi, stanca del lungo fissare i caratteri bianchi sullo schermo.
Sia lode al cielo per Kelly McLeod, pensò. Se non avesse accettato di lavorare con lei a quella relazione, per Mel sarebbe divenuto un vero incubo. Kelly aveva suggerito l’inserimento di carte geografiche e persino la realizzazione di tavole sinottiche. Senza il suo intervento, Melanie si sarebbe limitata a un piatto resoconto di un paio di minuti. Secondo lei l’impero spagnolo aveva prosperato per merito della propria superiorità navale, ed era poi stato distrutto dalle conseguenze delle grandi navigazioni. Non le pareva che fosse il caso di trarre analoghe conclusioni dalla situazione attuale. Melanie sbadigliò, fece una copia su dischetto e spense il personal. Meno male che aveva smesso di piovere.
Nell’avviarsi all’uscita sostò davanti allo schedario principale. La risata di Bregnan continuava a riecheggiarle nelle orecchie. Scorrendo il catalogo si soffermò su Storia delle perversioni sessuali e Malattie veneree, chiedendo in prestito entrambi i testi a nome di Bregnan. Non ci voleva nulla a contraffarne l’identicarta facendola passare per buona all’esame degli ottusi sensori di cui disponeva quel vecchiume di computer. Strada facendo, non lontano da scuola, gettò i due dischi dentro una cassetta dell’Esercito della Salvezza. Ben gli sta a Bregnan se gli tocca ripagarli, pensò. Priva di poteri mutanti, d’accordo, ma mica poi del tutto sprovveduta…
«Mel, aspetta un momento!»
Melanie s’immobilizzò, raggelata dal terrore. L’avevano scoperta. Possibile che non le riuscisse nemmeno di vendicarsi impunemente? In preda alla disperazione, si volse a fronteggiare l’accusatore.
Vide Jena Thornton affrettarlesi incontro. «Ciao! Ti cercavo.»
«Ah, sì?» balbettò Melanie con voce tremante. Che Jena l’avesse veduta sbarazzarsi dei dischi?
«Eh già. Ti volevo parlare. Ti va di andare a bere qualcosa?» Jena sorrideva, con i lunghi capelli biondi che le danzavano attorno al viso scompigliati dal vento. A Melanie non parve che la guardasse con sospetto.
Il galoppo forsennato del suo cuore prese pian piano a placarsi. Scampato pericolo. Ma cosa voleva, Jena, da lei? Ai convegni del clan, più che un cenno col capo era difficile che le facesse. A scuola, poi, fosse dipeso dalle attenzioni che Jena le tributava, Melanie avrebbe anche potuto essere invisibile. E gli stessi giocatori che canzonavano e tormentavano lei, ogni volta che Jena passava ancheggiando non mancavano mai di fischiarle la loro ammirazione.
«Di cos’è che vuoi parlare?»
«Oh, be’, roba di scuola, cose del clan… Vieni, andiamo a farci un frullato di alghe.» Prese Melanie per un braccio e la condusse verso un localino lì nei pressi.
Una volta dentro, Jena ordinò al robocameriere due frappé e due polpette di riso al tonno.
«Lo studio come ti va?» s’informò.
«Bene», rispose Melanie, dopo aver trangugiato una bella forchettata della sua porzione. «Salvo imprevisti mi dovrei diplomare il mese prossimo. Come ore di frequenza ci sono.»
«Poi ti iscrivi all’università?»
«Non lo so. I miei vorrebbero. Ma potrei anche restare a lavorare con mio padre.»
Jena sorrise. «Ha messo in piedi davvero una bella ditta. E Michael lavora con lui?» Parve soffermarsi su quel nome, assaporarlo.
«Esatto. Sono appena rientrati da un viaggio a Washington, dove si sono incontrati con Eleanor Jacobsen.»
Jena rabbrividì. «Che donna in gamba. Al solo pensiero mi vien da levitare.» E si sollevò a fluttuare alcuni centimetri sopra la sua sedia, poi ridiscese, ridacchiando. «Mi piacerebbe tanto conoscerla. Chissà, forse Michael mi parlerà di lei, al prossimo convegno del clan.»
«Chiediglielo.» Melanie incominciava a sentirsi a disagio. Dove voleva andare a parare, Jena?
«Senti, il diciassette darò una festa. Mi chiedevo se tu e tuo fratello gradireste partecipare.»
«Sicuro. Cioè, a me andrebbe, ma a Michael bisognerà che tu lo chieda personalmente.»
«D’accordo, lo farò. Puoi portarti il ragazzo, se vuoi. E anche Michael può venire in compagnia. Scommetto che arriverà con Kelly McLeod. Sarà interessante avere alla festa una nonmutante.»
«Perché dici così?»
Gli occhi di Jena erano grandi, innocenti. «Be’, li ho visti al cinema insieme, la scorsa settimana. Si frequentano, vero?»
«Non saprei.»
«Comunque farebbero meglio a stare attenti», insisté Jena, mentre il sorriso le andava smorendo sulle labbra. «Se il clan lo viene a sapere, Michael potrebbe pentirsene.»
«È una minaccia, forse?» domandò Melanie irrigidendosi.
«Ma no, figurati», le assicurò Jena in tono mellifluo. «Semplicemente una considerazione. Tutto sommato credo che sarà una bella esperienza, per tuo fratello, gustare il frutto proibito.» E si lasciò andare a una risata aspra, tagliente.
«Senti, Jena, si sta facendo tardi…»
«Conosci Stevam Shrader?»
«È il cugino di Tela, mi pare.»
«Esatto. Ultimamente usciamo insieme, io e lui. Bei muscoli.» Jena ridacchiò. Poi diede un’occhiata al suo cronometro da polso. «Mio Dio, bisogna che scappi. Ho promesso di riportare a casa il libratore, e fra un’ora devo incontrarmi con Stevam. Resta qui tranquilla e finisci. Ci vediamo il diciassette.» Uno svolazzo di capelli biondi, il guizzo di una tuta azzurra, e se ne andò come il vento.
Melanie recuperò il portadischi. I discorsi di Jena l’avevano innervosita. Che intenzioni aveva, con Michael e Kelly? A volte, ridletté, i mutanti erano difficili da capire quanto i nonmutanti. Per il momento, comunque, non aveva alcuna voglia di continuare a preoccuparsi.