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— No — disse l'alieno. — Conosceremo ogni volta la nostra destinazione. Non c'è bisogno di tuffarsi nell'ignoto. Possiamo seguire delle carte.

— Da dove vengono quelle carte?

— Da un passato remoto, da molto lontano.

— Le avete viste? Le avete adesso con voi?

— Non c'è bisogno di possederle fisicamente o di vederle. Fanno parte della mia mente, sono una mia componente genetica, che mi è stata trasmessa dai miei padri.

— Vi riferite alla memoria ancestrale?

— Sì, certo — disse l'alieno. — Pensavo che lo capiste. Memoria ancestrale, intelligenza e conoscenze ancestrali, la conoscenza di ciò che è entrato nella rete, o che deve entrarci…

— E voi affermate che questa vostra rete può fare molte cose meravigliose?

— Le meraviglie che può fare — disse l'alieno — non le conosco neppure io. Tempo e spazio non significano niente per la rete…

— Il tempo — ricordò Enid. — A questo volevo arrivare. Ho perso un amico nella corrente del tempo. Conosco il fattore temporale, ma non quello spaziale.

— Non è un problema — disse Muso di Cavallo. — È una questione molto semplice.

— Ma vi dico che non conosco…

— Voi credete di non conoscerlo — la rassicurò l'alieno. — Ma è probabile che lo conosciate. Sarà sufficiente che parliate alla rete. Permettetele di spiare in voi. Può trovare ciò che avete dimenticato.

— Ma come posso parlare alla rete? — domandò Enid.

— Voi non potete parlare alla rete. È la rete che parla con voi.

— E per farle sapere che voglio comunicare con lei? Per essere sicura che ci sia comunicazione tra me e la rete?

— Voi avete pensato verso di me, anche se temevate di non essere in grado di farlo, e avete pensato verso il nodo…

— Adesso che la cosa è fatta, e che avete la vostra amata rete, potete spiegarmi che cosa ho fatto? Non c'era nessun nodo, e non c'era nessun dito.

— Mia cara — disse l'alieno — non ho modo di spiegarvelo. Se potessi farlo, vi spiegherei tutto, ma davvero non posso. Probabilmente avete fatto entrare in gioco un'abilità che non sapevate di possedere, e che io stesso non ero sicuro di trovare in voi. Quando ho parlato di appoggiare il dito, non ero del tutto certo che la cosa funzionasse. Speravo che potesse funzionare.

— Lasciamo perdere. Non riesco ad avere da voi una risposta sensata. Desidero ritrovare il mio amico, e voi dite che per farlo devo parlare con la rete. Per favore, spiegatemi come si fa.

— Sarò lieto di spiegarvelo — disse l'alieno. — Tutto a tempo debito. Ma prima ho una missione da compiere, e una volta compiuta quella…

Allungò il braccio e afferrò uno dei tubi spuntati sulla rete. — Abbassate la testa e tenetevi stretta — disse.

Non successe niente, e infine Enid si decise ad alzare la testa e ad aprire gli occhi. Il pianeta aveva dei colori che andavano dal rosa al violetto, e il cielo era verde oro.

— Visto! — esclamò Muso di Cavallo, trionfalmente. — Siamo arrivati, e non ci è successo niente!

Enid tirò un respiro, dapprima con cautela, e poi a pieni polmoni. L'aria sembrava a posto. Non la fece tossire; non la soffocò. Non aveva neppure cattivi odori.

— Che cosa avete? — le domandò l'alieno. — Siete malata?

— Niente affatto — disse Enid. — Ma il cielo non può avere colori come questi. Non esiste un cielo verde. Il colore del terreno è già abbastanza brutto, anche se niente gli vieta di essere rosa e violetto, ma il cielo non può essere verde…

E invece lo era, pensò. Lei era viva, e tutto era a posto: con l'unica lacuna che non sapeva dov'era.

Muso di Cavallo scese lentamente lungo la rete, che con la sua parte più bassa sfiorava il livello del suolo.

— Non mi occorrerà molto tempo — le disse. — Ritornerò subito. Aspettatemi qui. Non allontanatevi. Restate vicino alla rete.

Il terreno era rosa e viola. C'erano alberi viola e alberi rosa, e a dispetto del suo colore, l'area era brulla e priva di connotati: lo giudicò il paesaggio più noioso che avesse incontrato. Si stendeva da tutti i lati fino a raggiungere un orizzonte velato dalla foschia: un orizzonte che aveva un colore malaticcio, una mescolanza di rosa, verde, oro e viola. A parte qualche albero e un certo numero di montagnole sparse qua e là, il territorio era vuoto. Non c'era niente che si muovesse, né un uccello né una farfalla. Pareva che qualcuno l'avesse svuotato di tutto, per ripicca.

— Dove siamo? — domandò a Musò di Cavallo.

— La sola denominazione di questo luogo — disse l'alieno — è un simbolo su una cartina. Non ho idea di come si pronunci il simbolo. Forse è un nome che non dev'essere pronunciato.

— Ma come siamo giunti qui, senza accorgerci di niente e in un tempo così breve?

— Siamo stati traslati qui — spiegò l'alieno. Raggiunse il suolo e voltò la schiena a Enid, senza più parlare. Si avviò dondolando sul terreno, e la sua ombra grottesca continuò a dondolargli attorno, un po' sfumata ai bordi.

Il sole rosso e rigonfio, sospeso nella foschia verde del cielo, non illuminava le cose in misura sufficiente a dare ombre vere e proprie. L'intero pianeta, pensò Enid, era un po' troppo pacchiano, non dimostrava buon gusto.

Scese un poco più in basso e osservò attentamente il paesaggio. Muso di Cavallo era scomparso in lontananza, e lei era rimasta sola. Sotto di sé non riusciva a distinguere segno di vita, a parte l'erba e gli alberi. C'erano solo il terreno digradante e le rade montagnole.

Scivolò a terra e, con sorpresa, si accorse che il terreno sotto i suoi piedi era solido. Dall'aspetto, Enid aveva pensato che fosse cedevole. Si allontanò dalla rete e si diresse verso la montagnola più vicina. Era molto piccola e aveva l'aspetto di un mucchio di sassi. Lei aveva già visto mucchi come quello nei campi della Terra, dove i contadini ammucchiavano le pietre trovate nei terreni da dissodare. Ma i mucchi visti da Enid erano di pietre opache e di grosse dimensioni, mentre i sassi del pianeta alieno erano piccoli, luccicanti, coloratissimi.

Quando giunse alla montagnola, vi si inginocchiò accanto e prese una manciata di sassolini. Sollevò la mano e la aprì in modo che i sassolini rimanessero posati sul palmo, e se la portò davanti agli occhi. La luce del sole, riflessa dai sassolini, la abbagliò.

Trattenne per un attimo il respiro; poi si rilassò. Non conosceva le gemme, non era in grado di distinguere un pezzo di quarzo da un diamante. Eppure, le pareva incredibile che, con quel fuoco e quella luminosità i sassolini fossero semplici pezzi di roccia. Una delle pietre, grossa come un uovo di gallina, di colore rosso, mandava lampi di luce da uno degli spigoli, dove si era staccata una minuscola scheggia. Poi c'era un sassolino spaccato in due che pareva pulsare di bagliori violacei. Altri avevano uno splendore verde, rosa, ametista, giallo.

Inclinò la mano e lasciò cadere le pietre, che scintillarono come una cascatella. Se si trattava davvero di gemme, dovevano valere una fortuna in certi periodi dello sviluppo dell'umanità. Ma non nell'epoca da cui era fuggita la sua famiglia. A quell'epoca le cose rare, quelle preziose e quelle antiche avevano perso il loro valore. Non c'erano gemme, non c'era il denaro.

Si chiese se Muso di Cavallo conoscesse l'esistenza di quelle montagnole di gemme, accumulate con tanta indifferenza, e in così grande quantità, da gente ignota. Certamente no, concluse poi. Muso di Cavallo cercava qualcosa laggiù, ma non le pietre.

Si avviò verso un'altra montagnola, senza fermarsi a guardarla. C'era un mucchio di montagnole dello stesso tipo, tutte simili tra loro a parte la mole. Adesso sapeva che cos'erano e che cosa contenevano. Forse le conveniva allontanarsi leggermente.

Anche se all'inizio non se n'era accorta, Enid presto capì che la zona in cui si trovava era in leggera salita, poiché giunse all'improvviso in una zona in discesa, coperta di strane formazioni: pareti verticali di terra nuda, canaloni profondamente erosi, un gruppo di piramidi con gli spigoli rettilinei e i vertici appuntiti.