L’uomo aggrotta la fronte e legge lo scontrino protetto dalla bustina di plastica. «È un nostro scontrino» dice.
«Ottima deduzione, Watson» lo prende in giro Marino. «Questo Pogue è un uomo basso di statura, grasso, con i capelli rossi» spiega poi, non facendo nulla per metterlo a suo agio. «Fra i trenta e i quarant’anni. Lavorava alla morgue, in fondo alla strada.» Fa segno in direzione di Fourteenth Street. «Un tipo un po’ bizzarro.»
L’uomo color fumo lancia un’occhiata al berretto di Marino, con la scritta LAPD. È pallido, nervoso. «Non vendiamo sigari cubani» dice.
«Scusi?» chiede Marino, accigliandosi.
«Se è a questo che allude, intendo. L’uomo di cui parla me li ha chiesti, ma noi non ne vendiamo.»
«Le ha chiesto sigari cubani?»
«Era molto deciso, almeno l’ultima volta che l’ho servito» spiega nervosamente l’uomo, agitato. «Non vendiamo né sigari cubani né nulla di illegale.»
«Non la sto accusando di questo, stia tranquillo» replica Marino. «Non me ne frega un corno, se anche li vende sottobanco.»
«Non vendo niente sottobanco. Glielo assicuro.»
«Voglio solo trovare questo Pogue. Mi parli di lui.»
«Sì, credo di sapere di chi parla» risponde l’uomo, sempre più color fumo. «Mi ha chiesto sigari cubani. Cohiba, per la precisione. Non quelli dominicani, che abbiamo. Voleva quelli cubani. Gli ho detto che non vendiamo sigari cubani perché sono illegali. Lei non è di qui, vero? Non ha l’accento di qui.»
«No, non sono di qui» replica Marino. «Cos’altro le ha detto questo Pogue? E quando è venuto nella sua tabaccheria l’ultima volta?»
L’uomo guarda lo scontrino posato sul bancone. «Probabilmente in ottobre. Mi sembra che venisse una volta al mese, più o meno. Un uomo strano, molto strano.»
«In ottobre, dice? Okay. E che cosa le ha detto?»
«Che voleva questi sigari cubani, che era disposto a pagarli qualsiasi cifra. Io gli ho risposto che non li vendevamo, che lo sapeva già perché me li aveva già chiesti, anche se non con tanta insistenza. Un uomo strano, le dico. Sì, me li aveva già chiesti, ma l’ultima volta ha insistito tantissimo. Non mollava. Diceva che il tabacco cubano non fa male ai polmoni e assurdità del genere. Diceva che, purché uno fumi tabacco cubano, può fumare quanto vuole che non gli fa male. Anzi, gli fa bene, perché è tabacco puro e ha proprietà medicinali, curative.»
«E lei? Mi dica la verità, per favore. Non me ne frega niente se anche gli ha venduto dei sigari cubani. Non sono dell’ATF. Se è così convinto che quella roba faccia bene ai polmoni, da qualche parte se la sarà procurata.»
«Sì, lo credo anch’io. Era certamente deciso a mettere le mani su quei sigari cubani. Non mi chieda perché» continua l’uomo, fissando lo scontrino. «Ci sono un sacco di ottimi sigari non cubani. Non capisco perché si intestardisse così. Mi faceva venire in mente quelli che vogliono a tutti i costi l’erba magica, la marijuana, le iniezioni di oro fuso, ha presente? Superstizioni. L’ho mandato in un altro negozio e l’ho pregato di non chiedermi mai più di vendergli merce illegale.»
«Quale negozio?»
«Be’, veramente è un ristorante. Ho sentito dire che al bar del ristorante li vendono, o comunque sanno indirizzare a gente che li vende. Non solo sigari, credo. L’ho sentito dire, non lo so per certo. Io non ci vado. Non ho niente a che fare con loro.»
«Dov’è questo posto?»
«Non lontano da qui» risponde l’uomo color fumo. «Nello Shockhoe Slip.»
«Sa chi vende sigari cubani nel Sud della Florida? Gli ha consigliato qualche posto anche in quella zona?»
«No» risponde lui. «Non ne conosco. Chieda lì, forse loro lo sanno.»
«Okay. Mi dica: lei ha indirizzato Pogue a questo posto nello Slip dove poteva trovare i sigari cubani?» chiede Marino rimettendosi in tasca la bustina di plastica con lo scontrino.
«Gli ho detto che so di gente che li compra lì» replica l’uomo.
«Come si chiama questo posto?»
«Stripes. È in fondo a Cary Street. Non volevo che tornasse qui. È un uomo strano, gliel’ho detto. L’ho sempre pensato, che era un uomo strano. Taciturno, scontroso» continua l’uomo. «Ma l’ultima volta che è venuto — a ottobre, direi — era più strano del solito. Aveva una mazza da baseball in mano. Gli ho chiesto come mai, e lui non mi ha risposto. Non era mai stato così insistente, invece l’ultima volta mi ha fatto una testa così, con la storia dei sigari cubani.»
«E questa mazza da baseball era bianca, rossa e blu?» domanda Marino, pensando a Kay Scarpetta, ai resti di cremazione e a tutto quello che gli ha raccontato dopo essere stata da Philport.
«Può darsi» risponde l’uomo, facendo una faccia strana. «Mi spiega di che cosa si tratta?»
56
Nei boschi intorno ad Aspen le ombre sono lunghe e fa freddo. Gli alberi sono spogli ma fitti e Lucy e Henri camminano nella neve scostandosi i rami dalla faccia. Non ci sono orme di scarponi da nessuna parte, eccetto le loro.
«Perché stiamo facendo questa sfacchinata?» protesta Henri. «È un’idiozia!»
«Avevamo bisogno di prendere una boccata d’aria» risponde Lucy. Affonda nella neve fino alla coscia. «Wow! Guarda! È bellissimo!»
«Non saresti dovuta venire» dice Henri, fermandosi e guardando Lucy nella neve. «Ho superato il peggio, ma ne ho abbastanza. Torno a Los Angeles.»
«Fai come credi: è la tua vita.»
«Dici così, ma non lo pensi. Ti vedo già crescere il naso, Pinocchio!»
«Andiamo ancora un po’ avanti» le propone Lucy, riprendendo a camminare e scostando i rami perché non le arrivino in faccia. In realtà si meriterebbe un bel ramo sulla faccia, pensa. «Ho visto un tronco per terra, dal sentiero. Potremmo sederci un attimo lì.»
«Moriremo di freddo» replica Henri, rimettendosi a camminare. Il respiro le si condensa davanti alla bocca.
«Hai freddo adesso?»
«No, ho caldo.»
«Okay. Se ci viene freddo, torniamo a casa.»
Henri non risponde. È molto più debole, rispetto a prima dell’influenza e dell’aggressione. A Los Angeles, quando Lucy l’ha conosciuta, Henri era in forma fisica perfetta. Snella ma molto tonica, era in grado di fare più flessioni sulle braccia della maggior parte delle donne della sua età e correva il miglio in sette minuti. Adesso fa fatica a camminare. In meno di un mese, Henri ha perso l’allenamento e non solo: sembra non sapere più perché sta al mondo. Forse non lo sapeva neanche prima, riflette Lucy. Forse è solo animata dalla vanità, i cui fuochi ardono e si spengono molto rapidamente.
«Eccolo» esclama Lucy. «Vedi quel tronco enorme? Dietro dev’esserci un ruscello ghiacciato. Quello laggiù è il centro sportivo.» Lo indica con la racchetta da sci. «Sarebbe bello, se dopo ci andassimo a fare un bagno turco.»
«Ho il fiatone» ribatte Henri. «Da quando ho avuto l’influenza, respiro male.»
«Hai avuto la polmonite, te lo sei scordato?» dice Lucy. «Hai preso l’antibiotico per una settimana. Eri ancora in cura, quando è successo quel che è successo.»
«Quando è successo quel che è successo» ripete Henri. «Non riusciamo nemmeno più a chiamarlo per nome.» Si ferma, sudata e affaticata. «Mi bruciano i polmoni.»
«E qual è il suo nome?» Lucy raggiunge il tronco e comincia a togliere la neve per potersi sedere. «Come ti esprimeresti tu?»
«Sfuggire alla morte per un pelo.»
«Vieni, siediti.» Lucy posa la mano sul tronco, vicino a dove si è seduta lei. «Si sta benissimo.» Ha la faccia gelata. «Ti senti come se fossi sfuggita alla morte per un pelo?»
«Sì.» Henri resta in piedi, nervosa, e si guarda intorno. Le ombre si stanno allungando e dietro i rami si vedono le luci accese nelle case e nel centro sportivo. Dai camini si alzano sbuffi di fumo.