Scaglia Blu si chinò e recuperò la spada laser. E la donna? Scaglia Blu probabilmente non aveva nessuna intenzione di trasportarla di persona, pensò Dev. Quindi la resistenza di Skywalker aveva salvato almeno lei. Con solo Dev a disposizione per trasportare i prigionieri, gli Ssi-ruuk non sarebbero andati a cercarla. Avrebbero perfino lasciato lì il loro compagno decapitato.
Scaglia Blu passò attraverso le porte della cucina, lasciando che rimbalzassero indietro dopo il suo passaggio e colpissero Dev. Dev perse l’equilibrio e stava per far cadere il suo fardello su una superficie di cottura bollente. I capelli di Skywalker furono strinati dal calore intenso. Quando Dev ebbe riacquistato l’equilibrio scoprì che la lama verde era scomparsa. Scaglia Blu depositò l’impugnatura della spada, ora silenziosa, nella sua bisaccia, che tornò ad appendersi al collo, riprendendo a farsi strada fra i macchinari della cucina con il proiettore ionico spianato. Firwirrung inciampò contro Dev. Dev cercò di farsi venire in mente una reazione appropriata. «Le fa male, padrone?» chiese piano.
L’alieno grugnì.
Scaglia Blu tenne la porta sul retro aperta per Firwirrung. Fuori, sotto il velo di polvere, era la navetta imperiale. I soldati che ora giacevano storditi l’avevano condotta fino alla Shriwirr e poi avevano accompagnato tutti loro sul pianeta. La sirena aveva avuto il suo effetto; la piattaforma dodici e le altre piattaforme che circondavano il posto di ristoro sembravano quasi deserte. Due guardie P’w’eck erano vicino alla navetta, nascoste a occhi indiscreti sotto le ali abbassate della nave.
«Aiutate Dev a legare il prigioniero», ordinò Scaglia Blu. Dev zoppicò su per la rampa. Il droide cilindrico del Jedi tentò di seguirli lungo il piano inclinato, insultandoli in lingua ssi-ruuvi. Due P’w’eck lo spinsero giù dalla rampa. Atterrò con un rumore sordo e un’ultima impotente minaccia. Dev trascinò Skywalker fino a un sedile sul retro, ripetendosi che non tutte le speranze erano perdute. I P’w’eck assicurarono un paio di manette ai polsi del Jedi poi gli legarono una cintura di sicurezza attorno al corpo. Per il momento nessuno badava a Dev, che scandagliò di nuovo la Forza in cerca di segni di vita. Anche nell’incoscienza, la mente di Skywalker sembrava più calda, più luminosa, più forte di quella degli altri umani.
Che cosa fare? Se gli Ssi-ruuk imponevano il loro volere a Skywalker, l’umanità era condannata.
Dev strinse i pugni, causando una fitta di dolore parossistico lungo il suo braccio sinistro. Era ancora abbastanza forte da riuscire a strangolare il Jedi mentre Firwirrung e Scaglia Blu cercavano di manovrare la navetta umana?
Forse sì, ma l’idea lo ripugnava. Era un trucco da Ssi-ruu.
Skywalker era tutto quello che Dev avrebbe sognato di diventare, se sua madre fosse sopravvissuta e avesse potuto trovargli un maestro per istruirlo. Non poteva uccidere Skywalker... se non all’ultimo momento, per evitare che gli Ssi-ruuk lo assorbissero.
E in quel caso, Dev non avrebbe dovuto piangere a lungo la presa di Skywalker. Gli Ssi-ruuk lo avrebbero ucciso all’istante.
Eppure l’umanità avrebbe potuto vivere libera, se solo lui e Skywalker fossero morti. Tormentato dai dubbi, Dev si assicurò al sedile.
«Come va lassù?» chiese Leia a bassa voce.
«Ci siamo quasi.» Han era appollaiato sulla sedia a repulsione che lei aveva riprogrammato e che ora flottava proprio sopra il letto. Tenendo il vibrocoltello con delicatezza in una mano, stava tagliando un grosso ovale dal soffitto di legno.
Una pioggerella chiara di segatura dall’odore dolciastro cadeva sul copriletto bianco, scintillando. «Ecco!» esclamò. Colpì l’ellisse con entrambe le mani e la fece rientrare verso l’alto, facendo piovere altra segatura che gli cadde addosso.
«Sei sicuro di riuscire a passarci?» chiese Leia.
La sedia si alzò. La testa e le spalle di Han scomparvero, seguite dal resto di lui. Un momento dopo la testa e le braccia ricomparvero. «Quassù sembra tutto a posto», disse. «Stai indietro.» Trafficò con i controlli della sedia.
Il sedile cadde violentemente sul letto. Leia afferrò il fulminatore che si era sistemata nella cintura e attese che una guardia aprisse la porta sul corridoio, ma non successe niente. Allora salì sul letto, rimise la sedia dritta e la riaccese. Salì con grazia regale verso il buco che Han aveva praticato, poi afferrò le sue braccia e lasciò che la tirasse su. Lasciarono la sedia a galleggiare a mezz’aria.
Un’intercapedine alta quanto bastava perché ci si potesse strisciare dentro attraversava l’edificio da un lato all’altro, come il tetto che spioveva su entrambi i lati. Un polveroso raggio di sole illuminava una grande stanza vuota a un’estremità. «Ci sono dei lucernai sul tetto», mormorò Han. «Gli speeder sono parcheggiati là fuori, dietro l’angolo alla nostra destra.» Indicò la luce. «Cammina piano, o ti sentiranno.»
«No! Dici davvero?» chiese Leia con voce carica di sarcasmo. Aprì la strada, strisciando sui gomiti e sulle ginocchia stando attenta a spostare il peso silenziosamente da una trave all’altra. Girò a destra dietro un grosso pilastro di legno, poi salì verso il lucernaio. «Coltello?» sussurrò voltando la testa.
Han tirò fuori il vibrocoltello e tagliò con cautela le cerniere che tenevano chiuso il lucernaio. «Tu tira da quella parte», ordinò. «Tira verso di te.»
Leia infilò le unghie fra il lucernaio e l’infisso finché non cedette abbastanza da essere afferrato con le dita, poi insieme lo tirarono verso l’interno e lo appoggiarono silenziosamente nella polvere accanto a un mucchietto di resti disseccati di insetti. Han si accucciò mettendo la testa fuori dalla nuova apertura, quasi invisibile con la sua pittura mimetica di fuliggine nera. Leia si accucciò vicino a lui.
Diversi speeder erano parcheggiati a metà strada tra la casa e il muro perimetrale, con cinque soldati che montavano di guardia. Leia si spostò di lato in modo da poter guardare fuori e puntare il fulminatore contemporaneamente. Han fece lo stesso. «Pronto?» chiese.
«Ora», sussurrò lui. Leia premette il grilletto. Uno, preso. Due. Un altro caduto. Il quarto e il quinto si gettarono dietro uno speeder.
«E qui viene il bello.» Han si tuffò fuori. Ci fu una pioggia di colpi di fulminatore. Leia vide il soldato che stava sparando a Han e lo mise fuori combattimento. L’altro teneva la testa bassa. Han corse verso lo speeder più vicino e saltò dentro. Un lampo di luce colpì il suo piede sinistro.
Leia saltò fuori, rotolò per togliere forza alla caduta, poi scartò di lato. Un altro colpo di fulminatore bruciò il terreno dove era appena atterrata. Si girò e rispose al fuoco, ma il soldato aveva già tirato giù la testa.
Il ruggito dello speeder attirò la sua attenzione. Corse zigzagando verso il veicolo e saltò a bordo, afferrandosi a una ringhiera. Si sentiva odore di cuoio bruciato. Immediatamente Han spinse al massimo l’acceleratore e i getti di sollevamento. Si alzarono sopra il muro dell’installazione.
«Ti hanno colpito?» gridò Leia sopra il rumore del vento mentre una romantica foresta verde scuro passava sotto di loro. A sud la vista si poteva spingere oltre le colline, le città e le pianure color smeraldo, fino a una sfumatura blu che poteva essere l’oceano. Del fumo si levava in più punti dalla città.
«Non credo che abbia passato la suola», rispose lui a labbra strette. Leia osservò la sua faccia fuligginosa e percossa dal vento e riconobbe i segni del dolore.
Non poteva fare niente finché non avessero raggiunto il Falcon. Era ovvio che se la stava cavando. «Certo che la vita con te non è mai noiosa.» Gli accarezzò il mento ruvido.
Han riuscì a tirar fuori un sorriso. «Non lo permetterei mai», ammise. Il vento portò le sue parole alla foresta.
Leia si guardò attorno. Il ruggito dello speeder era cambiato di tono. No, se ne era aggiunto un altro. «Han...»
«Abbiamo compagnia», interruppe lui. «Di là.»