Aramset mi stava aspettando lungo il parapetto della nave.
— Torna da me a Wast, Orion — disse.
— Lo farò se posso, Altezza.
Nonostante la nuova dignità di vero principe con tanto di esercito al suo comando, era pieno di curiosità. — Non mi hai mai detto perché vuoi entrare nella tomba di Khufu.
Sorrisi tra me. — È la più grande meraviglia del mondo. Voglio ammirarne le bellezze.
Ma non era tipo da accontentarsi così facilmente. — Tu non sei un ladro che cerca di depredare i tesori sepolti con il grande Khufu. Le meraviglie che cerchi devono essere altro che oro e gioielli.
— Cerco un dio — risposi onestamente. — E una dea.
I suoi occhi lampeggiarono. — Amon?
— Forse è quello che voi chiamate così. In altre terre ha diversi nomi.
— E la dea?
— Anche lei ha molti nomi. Non so come venga chiamata in Egitto.
Aramset sorrise, e il ragazzo che era in lui fece capolino attraverso la sua serietà da principe. — Per gli dèi! Sono mezzo tentato di venire con te! Mi piacerebbe vedere quello che cerchi.
— Vostra Altezza ha affari più importanti alla capitale — dissi gentilmente.
— Sì, questo è vero — ammise lui con un cipiglio di disappunto.
— Essere l’erede al trono è una pesante responsabilità — dissi. — Solo un vagabondo senza soldi è libero di avere delle avventure.
Aramset scosse la testa fingendo rammarico. — Orion, cosa mi hai fatto? — Il rammarico non era del tutto simulato, mi accorsi.
— Tuo padre ha bisogno di te. Questo grande regno ha bisogno di te.
Lui assentì, con riluttanza, e ci separammo. Vidi Menelao che sbirciava dal ponte mentre scendevo la scala di corda sino alla barca in attesa. Lo salutai con la mano più allegramente possibile. Lui fece un cupo cenno con la testa.
Uno dei vantaggi di una burocrazia gigantesca come quella dell’amministrazione egiziana è che, una volta che si è messa in moto per te, può portarti alla tua meta con la velocità di una macchina ben oliata. Il principe della corona aveva dato un ordine ai burocrati di Menefer: conducete Orion da Hetepamon, Sommo Sacerdote di Amon. E questo fecero, con non comune efficienza.
Fui accolto al molo da un gruppo di quattro uomini, abbigliati con una veste rigida e con il medaglione di rame dei funzionari minori. Mi condussero a un carro trainato da cavalli e ci avviammo per la strada coperta di ciottoli dalla riva del fiume sino al distretto dei templi, nel cuore della vasta città.
I quattro, che per tutto il tragitto scambiarono a malapena qualche parola con me e tra loro, mi guidarono attraverso un labirinto di cortili e di corridoi, finché alla fine mi introdussero, da una porticina, in una stanza di dimensioni modeste, allegramente illuminata dalla luce del sole.
— Il Sommo Sacerdote ti raggiungerà tra poco — disse uno di loro. Poi mi lasciarono solo.
Rimasi a disagio per qualche momento. Non c’erano altre porte nella stanza. Solo tre piccole finestre in fila sullo stesso muro. Mi sporsi dal davanzale di quella centrale, e vidi che c’era un dislivello di circa cento metri dal giardino sottostante. Sulle pareti erano dipinte scene che ritenni a carattere religioso: figure umane dalla testa animale che ricevevano offerte di grano da esseri umani più piccoli. I colori erano brillanti e allegri, come se appena stesi o rinfrescati da poco. C’erano molte sedie intorno ad un tavolo sgombro che sembrava di legno di cedro. Per il resto, la stanza era vuota.
La porta, infine, si aprì, ed io rimasi senza fiato per lo stupore quando l’uomo enormemente obeso entrò ciondolando. Nekoptah! Mi avevano teso una trappola! Il sangue mi pulsava nelle orecchie. Avevo lasciato la mia spada, e persino il pugnale sulla nave. Tutto quello che avevo con me era il medaglione di Amon intorno al collo e l’anello di corniola di Nekoptah, infilato nella cintura.
Lui mi sorrise. Un sorriso piacevole, che sembrava sincero. Poi notai che non portava anelli, né collane, né nessun altro gioiello. Il suo viso non era truccato. Aveva un’espressione amichevole, aperta, e curiosa; come se mi vedesse per la prima volta, come se fossi un estraneo.
— Sono Hetepamon, Sommo Sacerdote di Amon — disse. Anche la voce sembrava quasi la stessa. Ma non del tutto.
— Io sono Orion — risposi, quasi intontito per la sorpresa e lo stupore. — Ti porto i saluti del principe Aramset.
Era grasso quanto Nekoptah. Gli somigliava così tanto che avrebbe potuto essere…
— Stai pure comodo — disse Hetepamon. — Questo è un incontro informale. Non c’è bisogno di cerimonie.
— Tu… — Non sapevo come dirlo senza apparire sciocco. — Tu rassomigli…
— Al Sommo Sacerdote di Ptah. Sì, lo so. È normale: siamo gemelli. Io sono il più vecchio, di qualche battito cardiaco.
— Fratelli? — E compresi che era vero. Lo stesso viso, gli stessi lineamenti, lo stesso corpo orribilmente elefantino. Ma mentre Nekoptah trasudava oscura e intrigante malvagità, Hetepamon sembrava in pace con se stesso, innocente, sereno, quasi gioviale.
Il Sommo Sacerdote mi stava sorridendo. Ma quando mi avvicinai mi scrutò in viso, stringendo forte gli occhi. La sua espressione amichevole si affievolì. Sembrava preoccupato.
— Per favore, spostati dal sole in modo che possa vederti meglio. — La sua voce tremava leggermente.
Io mi spostai, e lui mi venne più vicino. I suoi occhi si spalancarono, e una sola parola gli uscì in un sussurro dalla bocca aperta.
— Osiride!
42
Hetepamon cadde in ginocchio e premette la fronte sulle mattonelle del pavimento.
— Perdonami, grande signore, per non averti riconosciuto prima. La tua sola figura avrebbe dovuto essere un indizio sufficiente, ma i miei occhi mi stanno abbandonando e so di non essere degno di trovarmi alla tua divina presenza…
Continuò a balbettare per vari minuti prima che riuscissi a farlo alzare e a metterlo a sedere. Sembrava sul punto di svenire: il viso era color cenere, le mani tremanti.
— Io sono Orion, un viaggiatore di una terra lontana. Servo il principe della corona. Non so niente di un uomo di nome Osiride.
— Osiride è un dio — disse Hetepamon ansimando, le mani paffute premute sul petto che si sollevava. — Ho visto il suo ritratto nelle antiche incisioni all’interno della piramide di Khufu. È il tuo viso!
Pian piano lo feci calmare e feci in modo che si rendesse conto che ero un essere umano, non un dio venuto a punirlo per qualche immaginaria mancanza. La sua paura svanì, a poco a poco, mentre insistevo che, se somigliavo tanto al ritratto di Osiride, significava che gli dèi desideravano che lui mi aiutasse.
Hetepamon mi ascoltò, poi mi spiegò che Osiride, dio della vita, della morte e del rinnovamento, prendeva spesso forma umana.
Era stato il primo re del genere umano, mi disse, colui che l’aveva liberato dalla barbarie e aveva insegnato le arti del fuoco e dell’agricoltura. Vecchi ricordi si agitavano dentro di me: vidi una misera manciata di uomini e donne lottare contro il freddo perpetuo di un’era glaciale; vidi una banda di cacciatori del neolitico imparare penosamente a piantare le messi. Ero stato io. Io avevo dato loro il fuoco e l’agricoltura.
— Osiride, nato dalla Terra e dal Cielo, fu slealmente assassinato da Tifone, il signore del male — continuava Hetepamon con voce uniforme e leggermente sussurrante, quasi come in trance. — Sua moglie Aset, che lo amava oltremisura, si adoperò per riportarlo alla vita.
Ero vissuto lì in un’età precedente? Non ne avevo alcun ricordo, però poteva essere accaduto.