Ancora un passo soltanto e le sue mani avrebbero potuto finalmente serrarsi attorno alla gola scarna. Un passo soltanto.
Ma i soldati continuavano ad avanzare, marciando in ordine perfetto, e il fetore delle loro ossa bruciate oscurava il cielo plumbeo e lo soffocava. Adesso i caduti formavano un grande cerchio, più alto della piccola collina e lui doveva puntare il fulmine di guerra verso l’alto per abbattere le sagome che con passo leggero facevano capolino sulla cresta… tranne quando doveva abbassarlo rapidamente per finire uno scheletro mezzo carbonizzato che, sopra il mucchio di ossa, cercava ancora di trascinarsi verso di lui.
Era arrivato alla scrivania. Le sue mani di marmo stavano per stringersi attorno alla sua nera caricatura.
Ma anche l’esercito degli scheletri si stava stringendo attorno a lui. In ondate continue, incessanti. E lui sudava, ansimava e soffocava.
Ogni volta che girava il fulmine di guerra, le schiere dei soldati che falciava erano sempre più vicine. E alle sue spalle, uno scheletro annerito era riuscito a trascinarsi fino a lui e a ghermirgli debolmente la caviglia con le falangi carbonizzate.
Le sue mani si chiusero intorno alla gola dell’obbrobrio peloso. Ma era come se portasse un collare di plastica trasparente… le sue dita non riuscivano a toccare il suo pelo nero. Ancora un ultimo sforzo…
Ma mentre l’ennesima falange di scheletri si disintegrava davanti alla bocca della sua potente arma, mani fatte di ossa lo afferrarono alle spalle e, in un parossismo di terrore e di supremo rimorso, Jarles urlò: — Mi arrendo! Mi arrendo!
In quello stesso istante, una scossa più forte di qualsiasi scarica elettrica straziò i suoi nervi. Il suo cervello rimbombò, si contorse e vibrò. La nausea gli serrò la gola.
La sua mente prese a vorticare come una trottola impazzita per poi arrestarsi all’improvviso, come se qualcuno gli avesse sferrato una violento colpo alla testa, stordendolo.
Fu sul punto di perdere conoscenza, ma non svenne. I fili sottili della memoria si tesero fino al punto di rottura, ma non si spezzarono. I suoi occhi, che si erano serrati nel momento supremo, si riaprirono.
Era Jarles. Il vecchio Jarles. L’Armon Jarles che da solo aveva sfidato la Gerarchia.
Ma quella scoperta non gli procurò alcun sollievo. Anzi, segnò l’inizio di un nuovo tormento, ancor più straziante di quello che aveva appena sopportato. Perché la sua memoria era intatta. Ricordava perfettamente ogni azione compiuta dalla sua seconda personalità: il tradimento della Stregoneria, il rapimento di Sharlson Naurya, lo scherno con cui aveva umiliato l’Uomo Nero e, sopra ogni altra, l’uccisione di Asmodeo. Lui aveva compiuto quelle azioni. Lui ne era responsabile.
Con il respiro strozzato dall’incredulità e dall’orrore, allontanò immediatamente le mani dalla gola del piccolo demone e si aprì la veste, pronto a dirigere contro se stesso il Dito dell’Ira.
Ma nemmeno quella liberazione gli fu concessa.
— Prima devi espiare, Armon Jarles! Devi espiare! — lo riprese severamente la voce. — Devi prima riparare alla tua colpa.
In quello stesso istante, un secondo demonietto si arrampicò agilmente sulla scrivania. Aveva il pelo ramato e i tratti distorti del suo musetto affilato ricordavano quelli dell’Uomo Nero. Anche la sua voce era un’eco stridula di quella del suo gemello.
— Sono Dickon, Armon Jarles. Sono io che ti ho parlato attraverso la mente del tuo fratellino, seguendo le istruzioni di mio fratello grande. Le nostre tre menti sono state in contatto.
“Ma non c’è tempo da perdere. Devi salvare mio fratello. Devi farlo uscire subito dalla sua cella!
Un terzo demone balzò sulla scrivania e, a quel punto, la sconcerto di Jarles fu totale. La terza creatura, color della pece, assomigliava in modo inequivocabile a Goniface.
Per un attimo, nella sua mente balenò il pensiero che, per qualche incredibile sortilegio, tutte le creature viventi fossero state trasformate in minuscoli fantocci pelosi e che lui, l’unico uomo rimasto, fosse loro prigioniero e loro schiavo, un gigante costretto a eseguire i loro ordini.
— Svelto! Svelto! — lo sollecitò Dickon, tirandogli la veste. Jarles obbedì e, dopo pochi istanti, stava già divorando a lunghi passi i corridoi grigi e tetri delle cripte. Qualche persona superstiziosa delle epoche passate l’avrebbe facilmente scambiato per uno zombie, tanto cereo era il suo volto, tanto risoluto il suo sguardo e rigidi e meccanici i suoi movimenti.
Oltre le spesse sbarre metalliche dell’imponente porta che dava accesso alla prigione secondaria, il capo-carceriere lo scrutò e, quando riconobbe in lui uno dei principali agenti di Goniface, lo fece entrare. La porta scivolò di lato, e appena Jarles ebbe varcato la soglia, si richiuse rapidamente alle sue spalle. Jarles si voltò verso il gabbiotto. Il secondino aprì la bocca per chiedergli che cosa desiderasse, ma prima che riuscisse a finire la frase, Jarles aveva già puntato contro di lui e il suo aiutante il raggio paralizzante.
Quindi si protese in avanti e da una minuscola scatola quadrata, che il secondino portava legata alla cintura, estrasse l’attivatore delle serrature.
Il secondino rimase immobile, come una statua di cera, le labbra dischiuse a formulare una domanda che restò muta. Dietro di lui, il suo aiutante rimase seduto a fissare il vuoto, un sopracciglio inarcato in un’espressione di spontanea curiosità.
In fondo al corridoio, Jarles si diresse verso l’unica cella visibile dal gabbiotto. I due diaconi che la piantonavano avevano assistito alla scena, ma ne avevano male interpretato il significato. Riconobbero il sacerdote del Quarto Circolo che si stava avvicinando; era già venuto parecchie volte a sostenere sarcastiche conversazioni con il loro prigioniero. Così, finsero un’espressione di ossequioso rispetto, e in quell’atteggiamento furono raggelati dal raggio paralizzante.
Quindi Jarles azionò l’attivatore e, sbloccata dalle emanazioni elettriche, la serratura si aprì.
La porta della cella scivolò lentamente di lato. Dapprima si vide solo una mano: una mano che si appoggiava incerta la parete metallica, come se la persona a cui apparteneva stesse cercando di farsi forza per affrontare una terribile delusione. Poi, a poco a poco, si palesò l’intera figura.
Le ferite fisiche e la tortura psicologica avevano duramente provato l’Uomo Nero. Era molto pallido e il suo corpo smagrito si perdeva nella sua tunica grigia di prigioniero. Aveva la mente annebbiata e la sua capacità intellettiva era ridotta ai lumicino. Quando vide Jarles pensò che fosse venuto per farsi beffe di lui, una volta di più; e lo sguardo freddo e spento del sacerdote sembrava confermarlo. Inoltre, le guardie erano sedute fuori al loro posto, come al solito.
— Ho ucciso Asmodeo — disse Jarles e per l’Uomo Nero quelle parole suonarono come una sentenza di morte. Con la forza della disperazione, fece appello alle poche energie che gli restavano per tuffarsi verso il corridoio. La sua mente vacillò… Doveva mettere fuori gioco Jarles… doveva impadronirsi di una verga dell’ira…
Poi, un’ombra color del rame che correva verso di lui e, prima ancora di rendersi conto di quel che stava accadendo, Dickon gli stava pizzicando gentilmente il viso, appeso alla sua tunica.
— Fratello, oh fratello — cinguettava la vocina sottile. — Dickon ha eseguito i tuoi ordini. E adesso il fratello di Dickon è libero, libero!
E mentre lui cercava di afferrare il significato di quelle parole, udì Jarles ripetere, con lo stesso tono formale di poco prima, come se stesse rendendo testimonianza di fronte a un tribunale della Gerarchia: — Ho ucciso Asmodeo…
L’Uomo Nero non riusciva a capire. Per un attimo si domandò se non si trattasse di uno stratagemma di Fratello Dhomas per farlo uscire definitivamente di senno. Ma poi Jarles aggiunse: — …che, come tu sai, era l’arciprete Sercival, il capo dei Fanatici.