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— Questi alberi ucciderebbero chiunque non mostrasse il proprio salvacondotto, costituito dalle radiazioni emesse da questa scatola — spiegò Zhde Patasz. — Una volta, i piantatori organizzavano delle spedizioni per danneggiarsi a vicenda, e perciò era necessaria la presenza di alberi sentinella. Ora le cose sono cambiate, ma noi siamo conservatori, e ci teniamo a mantenere in vita le antiche usanze.

Farr si guardava intorno, senza nascondere la propria curiosità, mentre Zhde Patasz lo osservava divertito.

— Quando sono venuto a Iszm — disse finalmente Farr — speravo che mi si offrisse un’occasione come questa, ma confesso che non ci contavo troppo. Perché mi fate vedere queste cose?

Zhde Patasz, impassibile come sempre, aspettò un momento prima di rispondere. — La vostra domanda non ha ragion d’essere — dichiarò. — Vi ho condotto qui perché così usa fare un proprietario con un ospite di riguardo.

— Può darsi che sia così — ammise Farr sorridendo — ma forse esistono anche altri motivi, o sbaglio?

— Sbagliate. La scorreria dei Thord continua a turbarci e siamo ansiosi di saperne di più in proposito. Ma non preoccupiamoci di questo, oggi. Essendo un botanico, suppongo che vi interesseranno i ritrovati miei e di Uder Che.

— Sicuramente. — Nelle due ore successive Farr esaminò case con baccelli a contrafforte costruite per i mondi a forte attrazione gravitazionale di Cleo 8 e di Martinon’s Fort, e case leggere coi baccelli che sembravano palloni per Fei dove la gravità era notevolmente inferiore a quella di Iszm. C’erano alberi costituiti da un grosso tronco a colonna con quattro enormi foglie che partivano dalla sommità e s’inarcavano fino a terra in modo da formare degli atri a cupola, attraverso cui filtrava una luce verde. C’erano alberi dal tronco massiccio che sorreggevano un unico baccello a torre, con foglie lanceolate che spuntavano tutt’intorno alla base: si trattava di torri di guardia per le tribù feudali di Eta dello Scorpione. In un area recintata crescevano alberi capaci di muoversi in diverso modo, e di sentire.

— Si tratta di una nuova area di ricerche, molto avventurosa — dichiarò Zhde Patasz. — Ci stiamo gingillando con l’idea di creare alberi capaci di svolgere determinate mansioni, come turni di guardia, esplorazione mineraria, cura di macchine. So che sull’atollo di Duroc, il mastro piantatore ha creato un albero che prima produce fibre colorate, poi le intreccia per fabbricare stuoie dai disegni caratteristici. Anche noi siamo riusciti a far qualcosa di bizzarro: per esempio, sotto quella cupola siamo riusciti a creare una fusione che parrebbe impossibile da ottenere se non si conoscono le basi dell’adattamento.

Farr espresse educatamente la propria meraviglia e curiosità. Aveva notato che Omon Bozhd e Uder Che prestavano un’attenzione rispettosa alle parole del piantatore, come se celassero un significato portentoso. E d’improvviso Farr capì che, qualunque fosse il motivo della cerimoniosa ospitalità di Zhde Patasz, esso stava per essergli rivelato.

Con la cadenza acuta degli aristocratici iszici, Zhde Patasz stava intanto continuando: — Il meccanismo, se così si può dire, di questa congiunzione, non è difficile, in teoria. Il corpo animale per vivere necessita di cibo e ossigeno, oltre a qualche altro elemento ausiliario. Il sistema vegetale, come sapete, produce tali sostanze, e rielabora gli escrementi e i rifiuti del corpo animale. Era una tentazione per noi trovare un sistema che riunisse i due, coll’unico aiuto di una fonte esterna di nutrimento. Quanto abbiamo raggiunto, anche se per voi sarà sbalorditivo, è tuttavia ancora rozzo, sinora non abbiamo ottenuto una vera e propria fusione dei tessuti: tutti gli interscambi avvengono attraverso membrane semipermeabili che isolano i fluidi animali e quelli vegetali. Cionondimeno, è già qualcosa. — Parlando, Zhde Patasz si era diretto alla volta di un emisfero giallo-verdino su cui pendevano e si agitavano fronde gialle. Omon Bozhd e Uder Che si tenevano discretamente in disparte. Farr li guardò incerto.

— Come botanico, sono certo che resterete affascinato dal risultato da noi ottenuto — dichiarò Zhde Patasz.

Farr non sapeva cosa pensare. Che cosa volevano mostrargli gli Iszici?… Era pericoloso? Veramente, non avevano bisogno di ricorrere a un sotterfugio per avere la meglio su di lui, e inoltre Zhde Patasz era legato dalle eterne leggi dell’ospitalità. No, non poteva esserci pericolo. Farr si decise, ed entrò sotto la cupola. Al centro, c’era un’aiuola rialzata di terriccio fertile, su cui posava una bolla, una sacca di gomma gialla. La superficie della sacca era venata di lucidi filamenti bianchi e di tubicini membranosi che ne emergevamo alla sommità per formare un tronco color grigiastro, il quale, a sua volta, sorreggeva una corona simmetrica di rami e di foglie verde scuro a forma di cuore. Ciò fu quanto Farr vide alla prima occhiata, ma osservando poi l’interno della bolla vide che conteneva il corpo denudato di un Thord. I piedi posavano su un sedimento giallo alla base della sacca, la testa era posta direttamente sotto il tronco, le braccia erano spalancate e non terminavano con le mani, ma con globi bernoccoluti di fibra grigia dai quali si dipartivano funi che andavano a infilarsi nel tronco. La calotta cranica, scoperchiata, metteva a nudo l’ammasso di sferule arancione che costituiva il cervello del Thord, su cui pendeva una specie di nuvoletta, che, vista più da vicino, si rivelò per un groviglio di filamenti quasi invisibili, che s’intrecciavano formando una fune unita al tronco. Gli occhi erano coperti dalle membrane spesse, marroni, che costituivano le palpebre dei Thord.

Farr trasse un profondo sospiro, dominando a stento il senso di repulsione e di pietà, misto a uno strano bisogno di portar soccorso che non riusciva a definire. Gli occhi doppi dei tre Iszici erano fissi su di lui.

— Lo riconoscete? — domandò Zhde Patasz con un crudele sorriso.

Farr scosse la testa. — L’ho appena visto. Appartiene a un’altra razza e non riesco a distinguerlo dai suoi simili. — Guardò meglio nell’interno della sacca. — È vivo?

— Fino a un certo punto.

— Perché mi avete portato qui?

La domanda turbò Zhde Patasz, meglio, lo fece addirittura andare in bestia. Farr si domandava quale astuto piano non avesse funzionato. Guardò ancora nella sacca. Si era mosso, il Thord? Omon Bozhd, che stava alla sua sinistra, doveva aver notato anche lui quell’impercettibile contrazione muscolare, perché osservò: — I Thord possiedono enormi risorse fisiche.

— Mi avevate detto che era morto — disse Farr rivolgendosi a Zhde Patasz.

— Infatti lo si può considerare tale. Non è più Chayen, Quattordicesimo di Tente, Barone del Castello di Binicristi. La sua personalità è scomparsa. Ora è un organo, un nodulo, attaccato a un albero.

Farr tornò a osservare il Thord. Gli occhi si erano aperti, e il viso aveva assunto un’espressione strana. Chissà se era in grado di sentire e di capire. Farr si accorse che Omon Bozhd era teso e perplesso.

Con una rapida occhiata, vide anche che gli altri due Iszici erano tesi e, rigidi, fissavano il Thord. D’un tratto, Uder Che si mise a imprecare in iszico, accennando al fogliame. Farr sollevò lo sguardo, e vide che le foglie tremavano; eppure non c’erano correnti d’aria sotto la volta della cupola. Tornando a guardare il Thord, scoprì che teneva gli occhi fissi su di lui, aveva il viso tirato e i muscoli vicino alla bocca portati in fuori. Farr non riusciva a distogliere lo sguardo. Poi la bocca si aprì e le labbra tremarono, mentre i rami sovrastanti vibravano con sinistri scricchiolii.

— È impossibile — disse con voce strozzata Omon Bozhd. — Non è la reazione giusta!