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Poi era accaduta la cosa terribile. L’arma si era puntata vomitando la sua energia mortale, ed era cominciata una fuga forsennata.

Vennero a trovarsi nello squallore di un quartiere periferico della Città.

Rik gemette: «Non ce la faccio più a correre.»

«Ma dobbiamo correre.»

«No. Ascoltami.» La paura stava scomparendo. Disse: «Perché non proseguiamo e non facciamo quel che il Fornaio ci ha detto di fare?»

Valona replicò: «Come fai a sapere che cosa voleva che facessimo?»

«Dovevamo fingere di essere di un altro mondo e ci ha dato questi» disse Rik, in preda a una viva emozione, e aggiunse: «È un passaporto.»

«Che cosa vuol dire?»

«Una cosa che serve per andarcene di qui.» Ne era certo. La parola “passaporto” gli era venuta in mente all’improvviso, così. «Non capisci? Voleva che noi lasciassimo Florina su una nave. Obbediamogli.»

«No. Non possiamo, Rik, non possiamo. L’hanno ucciso!»

Ma Rik sentiva l’urgenza del momento. Prosegui quasi balbettando: «Ma è la cosa migliore che ci resti da fare. Non se lo aspettano, da noi. Ma noi non andremo sulla nave dove lui avrebbe voluto farci salire, perché quella sarà certamente sorvegliata. Però potremmo salire su un’altra, su una nave qualsiasi.»

Una nave. Una nave qualsiasi. Quelle parole gli rintronavano nelle orecchie come altrettanti colpi di maglio.

«Ti prego, Lona!»

«E va bene! Se proprio lo vuoi. So dove si trova l’astroporto. Da ragazza ci sono andata diverse volte nei giorni di riposo a osservare da lontano le navi che partivano.»

Si rimisero a camminare e ai limiti della coscienza di Rik batteva ora soltanto una lieve, vaga inquietudine, un ricordo non del passato lontano bensì di quello immediato, qualcosa che avrebbe dovuto ricordare e che non riusciva, non riusciva in alcun modo ad afferrare.

Il floriniano addetto alla custodia del cancello d’ingresso era molto emozionato, quel giorno. Gli erano giunte le voci più assurde di assalti contro pattugliatori e di fughe audacissime, verificatisi la sera innanzi, ma quella mattina le voci si erano ancora ingrandite e si parlava addirittura di pattugliatori uccisi.

Non si occupò quasi neppure della coppia che gli stava davanti, evidentemente a disagio e tutta sudata negli abiti di foggia esotica che li distingueva immediatamente come forestieri. La donna gli stava mostrando un passaporto.

«Qual è la nostra nave?» domandò la donna con voce sommessa.

«La troverete al posto di ancoraggio N. 17, signora» dise. «Vi auguro una piacevole traversata per Wotex.»

Solo molte ore più tardi si sarebbe reso conto di aver commesso un errore madornale.

Rik disse: «Lona!» Quindi, l’afferrò per un braccio e le sussurrò: «Quella! La stanno aerando. Si aerano sempre le navi passeggeri, prima di una traversata, per toglierne l’odore che vi si è accumulato di ossigeno in scatola, usato e riusato più volte.»

Valona lo guardò sorpresa. «Come lo sai?» chiese.

Rik si sentì a un tratto molto fiero di sé. «Lo so, ecco tutto. Vedi, in questo momento non ci deve essere nessuno a bordo perché non ci si sta comodi, con la corrente che tira.»

Non videro neppure un solo pattugliatore, mentre si avviavano lungo la rampa, con passi tremanti.

L’aria in movimento li investì mentre entravano nella stiva e il vestito di Valona si gonfiò tanto che lei dovette tenerlo stretto con le mani per impedire che la gonna volasse via.

«È sempre così?» domandò. Non era mai stata su una astronave, prima di allora, né mai aveva sognato di salirvi.

«No. Solo durante l’aerazione» disse Rik.

Avanzò gioiosamente lungo i corridoi di metallite dura, ispezionando con vivace impazienza le stanze vuote.

«Entra qui» disse. Era la cambusa. «Il cibo non ha molta importanza» aggiunse in fretta. «Possiamo anche stare senza mangiare per un po’ di tempo. È l’acqua che conta.»

Frugò tra vari oggetti ordinatamente allineati e ne trasse fuori un grosso recipiente accuratamente tappato. Si guardò intorno in cerca del rubinetto dell’acqua, mormorò tra i denti che sperava non si fossero dimenticati di riempire i serbatoi, quindi emise un sospiro di sollievo non appena intese il rumore delle pompe e l’uniforme gorgogliare del liquido.

«Prendi qualche altro recipiente, non troppi però. Bisogna che non si accorgano della nostra presenza.»

Trovò uno stanzino in cui erano riposti attrezzi antincendio, medicinali, apparati chirurgici da adoperarsi in caso di emergenza, e apparecchi di saldatura.

Disse, titubante: «Qui verranno soltanto in caso di pericolo. Hai paura, Lona?»

«Con te non avrò mai paura, Rik» rispose umilmente la ragazza. Due giorni prima, anzi, ancora dodici ore prima, era stato tutto il contrario. Ma a bordo di quella nave, per una trasformazione di personalità che Valona non osava neppure discutere, l’adulto era divenuto Rik, e lei la bambina.

La corrente cessò all’improvviso. Rik disse: «Tra poco saliranno a bordo, e poi saremo fuori, nello spazio.»

Se svegliandosi quel mattino all’alba Rik si era sentito un uomo, adesso gli pareva di essere un gigante. Era su una nave! Nuovi ricordi gli affioravano alla mente in un fluire ininterrotto.

La Nave! Se lo avessero messo a bordo di una nave subito, non avrebbe dovuto attendere tanto prima che le cellule bruciate del suo cervello potessero guarire e cicatrizzarsi.

Nell’oscurità dello stanzino, disse sottovoce a Valona: «Adesso non ti spaventare. Avvertirai una vibrazione e sentirai un rumore molto forte, ma saranno soltanto i motori, poi proverai un grande peso su di te. È l’accelerazione.»

Valona chiese: «Farà male?»

Rik disse: «Sarà molto scomodo, perché non abbiamo un dispositivo antiaccelerazione per controbattere la pressione, però durerà poco. Mettiti contro quella parete, e quando ti ci sentirai sospingere contro rilassati. Ecco, sta cominciando.»

Aveva scelto la parete giusta, e mentre il rombo dei motori, sotto la spinta iperatomica, si gonfiava, la gravità apparente si spostò, e quello che era stato un muro verticale parve divenire sempre più diagonale.

Valona diede un gemito, quindi si chiuse in un silenzio ansante. Avevano la gola arsa poiché le pareti del loro torace, non protette da cinghie e da ammortizzatori idraulici, lavoravano faticosamente per liberare i polmoni almeno di quel tanto necessario per inspirare un poco d’aria.

Rik riuscì a proferire a stento qualche parola, erano parole a caso, dette unicamente per far comprendere a Valona che lui le era vicino, e calmare la spaventosa paura dell’ignoto che certamente doveva averla invasa.

Disse: «C’è il salto, naturalmente, quando attraverseremo l’iperspazio tagliando via d’un colpo la maggior parte della distanza tra le stelle. Ma questo non ci darà alcun fastidio. Non te ne accorgerai neppure. Non è nulla in paragone a questo. Avvertirai solo un lieve tremito nelle viscere e poi tutto sarà finito.» Le parole gli uscivano smozzicate, una sillaba alla volta. Era una fatica sovrumana.

A poco a poco il peso che gravava i loro petti si sollevò e la catena invisibile che li teneva legati alla parete si allentò e cadde mandandoli a stramazzare anelanti contro il pavimento.

Finalmente Valona domandò: «Ti sei fatto male, Rik?»

«Fatto male io?» Scoppiò a ridere. «Prima restavo su una nave per anni e anni, senza mai atterrare su un pianeta per mesi di fila.»

«Perché?» domandò Valona.

Lui le posò un braccio sulla spalla e Valona si appoggiò a lui silenziosamente, accettando senza discuterlo quel capovolgimento totale dei loro rapporti.

«Perché?» tornò a chiedere.

Rik non riusciva a ricordare perché, ma sapeva che era stato così: l’idea di atterrare su un pianeta gli ripugnava.