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Con il passare della giornata, pensai a tutti i modi di sfuggire a ciò che i Cullen avevano in serbo per me. Non sarebbe stato per niente carino essere costretta a festeggiare, quando avrei preferito piangere la mia sventura. Peggio ancora, oltre ai festeggiamenti avrei dovuto mettere in conto un sacco di attenzioni e regali.

Le attenzioni non sono mai una buona cosa, e chi è particolarmente goffo e maldestro lo sa bene. Nessuno desidera restare sotto i riflettori se sa che probabilmente finirà per inciampare da qualche parte.

Per giunta, avevo chiesto con decisione—anzi, ordinato—che nessuno mi facesse regali. A quanto pareva, Charlie e Renée non erano stati gli unici a ignorare la richiesta.

Non avevo mai avuto tanti soldi, ma non erano neanche la mia prima preoccupazione. Renée mi aveva cresciuta basandosi esclusivamente sul suo stipendio da insegnante d’asilo. Nemmeno Charlie era diventato ricco con il suo lavoro: era solo il capo della polizia nella cittadina di Forks. I miei unici introiti personali venivano dai tre giorni settimanali in cui lavoravo nel locale negozio di articoli sportivi. In una città così piccola avere un lavoro era una fortuna. Tutto quello che mettevo da parte, fino all’ultimo centesimo, finiva tra i miseri risparmi con cui intendevo pagarmi il college (questo era il piano B. Speravo ancora di realizzare il piano A, ma Edward voleva che restassi umana e non c’era modo di convincerlo...).

Edward era ricchissimo... preferivo non pensarci troppo. Per lui, come per gli altri Cullen, il denaro non valeva quasi nulla. Era soltanto qualcosa che si accumulava, con l’eternità a disposizione e una sorella praticamente infallibile nelle previsioni di Borsa. Sembrava che Edward non capisse, quando gli chiedevo di non sprecare denaro per me, o quando mi sentivo a disagio se prenotava un ristorante di lusso a Seattle, proponeva di comprarmi un’auto che potesse superare i novanta all’ora, oppure si offriva di pagarmi la retta del college (era assurdamente entusiasta del piano B). Secondo lui facevo troppo la difficile, inutilmente.

Come potevo lasciarlo pagare per tutto se non avevo niente da offrirgli in cambio? Per qualche motivo inspiegabile, voleva stare con me. Tutto ciò che aggiungeva a questo semplice desiderio bastava a scompigliare il nostro equilibrio.

Durante la giornata, né Edward né Alice parlarono più del mio compleanno e iniziai a rilassarmi.

A pranzo occupammo il nostro solito tavolo.

Era la sede di uno strano genere di tregua. Noi tre—io, Edward e Alice—sedevamo a un estremo della tavolata. Adesso che i più “vecchi” e, per qualche verso, terrificanti dei fratellastri Cullen si erano diplomati, Alice ed Edward non sembravano più tanto minacciosi, cosicché non restavamo seduti da soli. Il gruppo dei miei compagni—Mike e Jessica (che erano nella fase di amicizia imbarazzata del dopo-sfidanzamento), Angela e Ben (la cui unione era sopravvissuta all’estate), Eric, Conner, Tyler e Lauren (l’unica che non rientrasse davvero nella categoria degli amici)—occupava il resto dei posti, separato da un confine invisibile. Confine che si dissolveva senza difficoltà nei giorni di sole, in cui Edward e Alice non si presentavano e le chiacchiere giungevano spontanee fino a me.

A Edward e Alice quell’ostracismo su scala ridotta non sembrava né strano né irritante come lo trovavo io. Quasi non se ne accorgevano. La gente si sentiva sempre piuttosto a disagio in presenza dei Cullen, quasi impaurita, per ragioni tutto sommato inspiegabili. Io ero una curiosa eccezione alla regola. A volte, Edward era perplesso da quanto mi sentissi a mio agio accanto a lui. Temeva di poter mettere a rischio la mia incolumità, ipotesi che mi rifiutavo con decisione di considerare.

Il pomeriggio trascorse in fretta. Alla fine delle lezioni, Edward mi accompagnò al pick-up, come al solito. Ma stavolta mi sorprese, aprendomi la portiera del passeggero. Probabilmente della sua auto si era occupata Alice, in modo che lui potesse impedirmi la fuga.

Incrociai le braccia e non mi spostai di un millimetro, restando sotto la pioggia. «È il mio compleanno, non mi è concesso di guidare?».

«Sto fingendo che non lo sia, come hai chiesto tu».

«Se non è il mio compleanno, stasera non sono obbligata a venire a casa tua...».

«Va bene». Chiuse la portiera e andò ad aprire quella del guidatore. «Buon compleanno».

«Sssh...». Cercai di zittirlo, senza troppo entusiasmo. Mi arrampicai al posto di guida, rimpiangendo che non avesse insistito.

Mentre guidavo, Edward giocherellava con la radio e scuoteva la testa in segno di disapprovazione.

«La ricezione è davvero pessima».

Aggrottai le sopracciglia. Non mi piaceva sentirlo criticare il mio mezzo. Era un signor pick-up: aveva una gran personalità.

«Vuoi un impianto migliore? Guida la tua macchina». Il piano di Alice aveva aggiunto talmente tanto nervosismo al mio umore già grigio da rendermi più acida di quanto desiderassi. Con Edward non perdevo mai la calma e di fronte alla mia rispostaccia trattenne a stento le risate.

Parcheggiai di fronte a casa di Charlie ed Edward mi si avvicinò prendendo il mio viso tra le mani. Mi sfiorava con delicatezza, premendo la punta delle dita sulle mie tempie, le guance, il profilo del mento. Come fossi un oggetto fragilissimo. Ed era proprio cosi, soprattutto in confronto a lui.

«Dovresti essere di buonumore. Se non oggi, quando?», sussurrò. Sentivo sul viso il suo dolce respiro.

«E se non volessi essere di buonumore?», chiesi, col fiato corto.

I suoi occhi ardevano dorati. «Peccato».

Quando si fece ancora più vicino e posò le labbra ghiacciate sulle mie, la testa mi girava già. Proprio come voleva, riuscì a farmi dimenticare qualsiasi affanno, occupata com’ero a ricordarmi di inspirare ed espirare.

La sua bocca, fredda, morbida e delicata, indugiò sulla mia, finché non lo strinsi forte e mi gettai nel bacio con un eccesso di entusiasmo. Lo sentii sorridere, mentre si allontanava e scioglieva l’abbraccio.

Per salvarmi la vita, Edward aveva posto molti confini di sicurezza alla nostra relazione fisica. Benché rispettassi il suo bisogno di mantenere una certa distanza tra la mia pelle e i suoi denti affilati come rasoi e zeppi di veleno, quando mi baciava tendevo a dimenticare particolari così insignificanti.

«Fai la brava, per favore», sussurrò a un centimetro dal mio collo. Posò di nuovo le labbra sulle mie, con delicatezza, e sciolse definitivamente l’abbraccio incrociandomi le braccia sullo stomaco.

Sentivo un battito martellante nelle orecchie. Mi posai una mano sul cuore. Lo sentivo battere all’impazzata.

«Pensi che migliorerò mai?», chiesi più a me stessa che a lui. «Che un giorno il mio cuore la smetterà di cercare di uscirmi dal petto ogni volta che mi sfiori?».

«Spero proprio di no», mi rispose vagamente compiaciuto.

Alzai gli occhi al cielo. «Adesso andiamo a vedere i Capuleti e i Montecchi che si fanno a pezzi, d’accordo?».

«Ogni tuo desiderio è un ordine».

Edward si lasciò sprofondare nel divano mentre facevo partire il film, saltando i titoli di testa. Quando mi accomodai anch’io sul bordo, davanti a lui, mi cinse i fianchi con un abbraccio e mi strinse al petto. Certo, non era comodo come il cuscino del divano, duro e freddo—e perfetto—come una scultura di ghiaccio, ma lo preferivo assolutamente. Afferrò il vecchio plaid sullo schienale del sofà e mi ci avvolse, per non congelarmi con il suo corpo ghiacciato.

«Sai, Romeo mi ha sempre dato sui nervi», commentò all’inizio del film.

«Cosa c’è che non va in Romeo?», chiesi leggermente offesa. Era uno dei miei personaggi preferiti. Prima di incontrare Edward mi ero quasi presa una cotta per lui.

«Be’, prima di tutto è innamorato di questa Rosalina... Non ti pare un po’ volubile, il ragazzo? Poi, qualche minuto dopo il matrimonio, uccide il cugino di Giulietta. Poco intelligente, davvero. Un errore dopo l’altro. Peggio di così non avrebbe potuto fare per demolire la propria felicità».