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Hixon gridò, rivolgendosi alla signora Hixon sul camion:

«Dovresti essere qui a vedere, tesoro… è fantastico!»

Dalla cabina, la voce della signora Hixon rispose:

«Guarda anche per me i fuochi artificiali, Billy caro… io continuo a guidare il camion!» E suonò rabbiosamente il clacson per chiedere strada, poiché la Corvette pareva sul punto di fermarsi.

Ma Hunter stava soltanto rallentando. Aveva lanciato un paio di rapide occhiate ai due pianeti guerreggianti, ma gli pareva ancora più importante fare entrare il suo gruppo nel sancta sanctorum dell'Astronautica mentre durava l'eccitazione generale, che probabilmente favoriva la loro entrata. Lui doveva fare questo, e consegnare a Opperly la pistola a momentum scarica… aveva cominciato a condividere buona parte dell'ossessione di Margo, su questo punto. Mentre lei, che camminava faticosamente sulla strada, a sinistra della macchina, era evidentemente dello stesso umore, e aveva la stessa determinazione.

Così Hunter chiamò a gran voce:

«Avanti, gente! Adesso giriamo a destra. Non finite fuori strada!» E fece salire finalmente la macchina sul terrapieno.

Là, finalmente, trovarono del personale della base… tre soldati che probabilmente avevano costituito il corpo di guardia, a giudicare dalle tre armi appoggiate alla parete della capanna di metallo dietro di loro, ma che in quel momento erano intenti a osservare la battaglia interplanetaria. Uno di loro faceva schioccare le dita.

Quando il camion arrivò sul terrapieno, dopo la Corvette, ed entrambi i veicoli si furono fermati, Margo camminò rapidamente verso i soldati.

In alto, tre nuove linee azzurre, e due nuove linee violette si aggiunsero al groviglio dei raggi laser, complicando il gioco degli elastici tesi nel cielo.

Margo toccò la spalla del soldato più vicino, e, vedendo che non reagiva, cominciò a scuoterlo. Il soldato le rivolse un viso sudato e sconvolto.

«Dov'è il professor Morton Opperly?» domandò Margo. «Dove sono gli scienziati?»

«Cristo, che ne so io,» le rispose il soldato. «I cervelloni sono lassù, da qualche parte.» Indicò con un vago cenno della mano l'interno del terrapieno. «Non mi disturbi, signora!» Si voltò di scatto, con lo sguardo nuovamente fisso sul cielo, e batté la mano sulla spalla di uno dei compagni.

«Tony!» gridò. «Scommetto altri due bigliettoni, sulla vittoria del Vecchio Dorato su Palladicannone! Lo ridurrà in briciole!»

«Sei pazzo!»

(Duemilacinquecento miglia a est, Jake Lesher afferrò la spalla di Sally Harris, e ansimò: «Oh, Sal, se avessi potuto organizzare un banco di scommesse, su questo affare!)

Margo continuò a camminare. La signora Hixon suonò di nuovo il clacson. Hunter continuò a guidare, lentamente, seguendo Margo. Chiamò le figure che circondavano i due veicoli, dicendo, seccamente: «Voi, continuate a camminare. Guardate e camminate.»

Davanti a loro, dei fari si muovevano lentamente su pareti bianche, mettendo in risalto gruppetti e gruppi nutriti di uomini; nessuno si muoveva, ma tutti stavano guardando il cielo.

Altri due raggi azzurri lampeggiarono, non esattamente dallo Straniero, ma da punti a circa mezzo diametro di distanza dal nuovissimo pianeta… giganteschi incrociatori da guerra degli spazi siderali. Uno dei nuovi raggi, diritto come un ago, arrivò fino al Vagabondo. Apparve una macchia incandescente sul margine dell'incavo giallo del mandala, a nord, e quando l'accecante luce bianca impallidì, si vide un lungo buco nero, dai margini frastagliati, nella pelle d'oro e porpora del Vagabondo.

La voce di Ann si udì, stridula per il dolore:

«Mammina, stanno facendo male al Vagabondo! È terribile!»

Pop, che avanzava zoppicando, e aveva ricominciato ad agitare il pugno, ringhiò con gioia cupa:

«Friggili, oh, accidenti, friggili! Avanti, continua! Ammazzatevi, bastardi!»

Improvvisamente, i nove raggi azzurri che si bloccavano a pochissima distanza dal Vagabondo cominciarono a espandersi, generando una specie di nube di un pallido azzurro, emisferica, che nascondeva per metà il Vagabondo… una specie di cortina di nebbia attraverso la quale i lineamenti viola e gialli del pianeta si potevano vedere fievolmente. I raggi viola erano svaniti.

«Li stanno affogando,» gridò Hixon. «È fatta.»

«No, io credo che il Vagabondo stia alzando un nuovo tipo di schermo difensivo,» obiettò l'Omino.

Cinque punti accecanti di luce bianca apparvero sulla superficie d'acciaio dello Straniero.

«Missili che esplodono!» ipotizzò McHeath. «Il Vagabondo sta rispondendo colpo su colpo!»

Bacchetto, che respirava affannosamente, e si appoggiava con la mano al fianco del camion, mentre camminava accanto a esso, d'un tratto lanciò un'esclamazione, che era come una supplica piena di dolore:

«Ma che cosa dobbiamo capire, da tutto questo? L'odio e la morte regolano il cosmo, anche tra le più alte civiltà?»

Rama Joan, che fissava il cielo e camminava, tenendo per mano Ann, gli rispose in tono deciso, argentino:

«Gli dei spendono la ricchezza che l'universo raccoglie, esplorano i prodigi e li gettano nel nulla. È per questo che sono gli dei! Vi avevo detto che lassù esistevano dei diavoli.»

Ann disse, in tono accusatore:

«Oh, mammina!»

Secondo l'ipotesi di McHeath, i cinque punti bianchi dovevano essere un'arma d'offesa; e infatti essi erano ingigantiti, gonfiandosi nei pallidi emisferi di altrettanti fronti di esplosione, attraverso i quali la metallica, gelida superficie dello Straniero riapparve intatta.

Hixon disse:

«Non so niente di diavoli e dei, ma adesso so che ci sarà sempre la guerra,» Indicò con la mano lo zenit. «Quale ulteriore prova potremmo chiedere, dopo questa

La signora Hixon gridò, ironicamente, dalla cabina:

«Adesso stai parlando in maniera sensata, Bill, e a che ti serve?»

Bacchetto ansimò:

«Ma quando anche i più alti… e i più saggi… Non esiste alcuna cura?»

Il giovane Harry McHeath ascoltò quella domanda, e la tragedia che essa conteneva accese il fuoco della sua immaginazione, e per un momento egli si vide a bordo di un'astronave monoposta quasi onnipotente, galleggiante nello spazio cosmico, a metà strada tra il Vagabondo e lo Straniero, intenta a deviare i loro fulmini e a farli perdere innocui nello spazio lontano, riuscendo così a curare la loro follia.

L'Omino disse, non a voce alta, quasi parlando tra sé:

«Forse la cura deve venire sempre dal basso. E continuare a venire sempre dal basso. Per sempre.»

Ma Wojtowicz lo udì, e senza distogliere lo sguardo dall'incredibile spettacolo celeste, domandò:

«Che cosa intendi dire, Doddsy? Dal basso? Non vorrai alludere a noi?»

L'Omino lo fissò.

«Sì, Wojtowicz,» disse, facendo una risatina per la comicità dell'assunto, «Dai piccoli esseri senza importanza, dai trascurabili nessuno, come me e come te.»

Wojtowicz scosse il capo.

«Accidenti,» rise. «Sono ubriaco.»

Continuando per tutto il tempo ad avanzare, i veicoli e i pedoni si trovarono a questo punto vicinissimi alle mura illuminate dai riflettori. Un giovanotto che indossava una maglietta bianca passò di corsa accanto a Margo, e afferrò il braccio di un maggiore, gridandogli all'orecchio:

«Opperly dice di spegnere quei maledetti riflettori. Stanno rovinando tutte le nostre osservazioni!»

Hunter, ascoltando quelle parole, fu indotto a pensare ad Archimede che diceva al soldato nemico che aveva camminato sul diagramma tracciato nella sabbia: «Non rovinare il mio circolo!»

Il soldato della leggenda aveva ucciso Archimede, ma questo maggiore stava assentendo con vigorosi cenni del capo, e si voltò immediatamente. Hunter riconobbe il maggiore Buford Humphreys, conosciuto due sere prima. Nello stesso istante Humphreys lo vide, vide Rama Joan e Ann, vide l'intero gruppo di 'maniaci dei dischi' che aveva respinto in precedenza da Vandenberg. Spalancò gli occhi e la bocca, poi, scrollando le spalle per manifestare la più totale incomprensione, e lanciando un altro sguardo al cielo, corse via, gridando: