«Accidenti, caporale, spegni quei maledetti riflettori!»
Nel frattempo Margo aveva afferrato il giovanotto per la manica della maglietta, prima che lui avesse potuto andarsene.
«Ci porti dal professor Morton Opperly!» ordinò lei. «Dobbiamo fare rapporto. Guardi, ho qui un messaggio del professore.»
«D'accordo,» assentì il giovane, senza neppure dare un'occhiata al foglietto sporco e appallottolato. «Mi segua.» Puntò la mano verso i due veicoli. «Ma spegnete quei fari!»
I fari della Corvette e del camion si spensero un attimo prima che la parete bianca diventasse nera, ma Margo seguì il giovanotto. La maglietta bianca rendeva facile, a Hunter, il compito di seguirli. Oltre le due figure ora Hunter vedeva le sagome nere di grandi schermi radar, e il cilindro bianco di un telescopio.
In alto, i raggi azzurri si spensero lungo tutta l'estensione, e la cortina di nebbia intorno al Vagabondo impallidì, per essere istantaneamente sostituita da un centinaio di punti di luce bianca, di un bagliore abbacinante.
Ma nell'istante in cui McHeath, socchiudendo gli occhi, gridò, «Globo d'implosione!» si vide che il Vagabondo era scivolato lateralmente, allontanandosi nel cielo di due diametri, dando l'impressione allucinante che le fondamenta stesse dell'universo si stessero spostando. Il globo d'implosione s'illuminò, quando le bianche esplosioni che erano state sull'altra faccia del Vagabondo filtrarono, e il globo aveva adesso un ampio collo frastagliato, là dove il Vagabondo era sfuggito.
«Hanno reso privo d'inerzia… l'intero pianeta!» esclamò Clarence Dodd.
C'erano almeno sei nuovi buchi frastagliati sulla corteccia del Vagabondo, ora, neri, ma con un cupo rosseggiare verso il centro, in profondità… erano tanti, che i lineamenti del mandala erano a malapena identificabili.
Tangenziale dal fianco del pianeta devastato, scaturì verso lo Straniero un raggio viola, più grande e molte volte più luminoso di tutti i precedenti.
Ma prima che esso fosse arrivato a metà strada dallo Straniero, il pianeta più grande si mosse rapido come uno dei suoi raggi… una carica di rinoceronte attraverso il cielo, che distruggeva ogni traccia del senso di stabilità… raggiungendo una posizione a fianco del Vagabondo. Tra di essi non c'era neppure lo spazio di un diametro lunare.
Il Vagabondo svanì.
Un raggio azzurro partì dallo Straniero, e sfrecciò attraverso lo spazio nel quale era stato il Vagabondo.
«Accidenti, l'hanno fatto a pezzi!» urlò Pop, estatico.
«No, è scomparso una frazione di secondo prima,» lo contraddisse l'Omino. «Bisogna imparare a osservare.»
Lo Straniero, con la fosca superficie d'acciaio intatta, anche se segnata da cicatrici brune e verdognole, rimase sospeso nel cielo per tre, quattro, cinque secondi, poi svanì a sua volta… come una grande lampada elettrica, il cui filamento era il riverbero solare, spenta d'un tratto da una mano capricciosa.
Il fascio dei raggi laser azzurri, e il solitario raggio violetto, strisciarono nello spazio, allentandosi gli uni dagli altri, affievolendosi e accorciandosi, ma sempre in linea retta, nelle più remote distanze astronomiche, mentre il perlaceo globo d'imposione al quale il Vagabondo era sfuggito si fece più pallido, più grande, più spettrale.
«Il Vagabondo è fuggito nell'iperspazio,» disse McHeath.
«Forse, ma era già condannato,» disse Hixon. «È stato colpito, ancora un colpo e sarebbe andato a pezzi, e lo Straniero si è tuffato all'inseguimento. Il Vagabondo è finito.»
«Ma non possiamo esserne certi,» disse Hunter. «Potrebbe continuare a fuggire per sempre.» Mentalmente aggiunse, Come l'Olandese Volante.
«Non possiamo essere nemmeno certi che se ne siano andati davvero,» disse Wojtowicz, con una risatina nervosa. «Potrebbero essere balzati semplicemente dall'altra parte della Terra.»
«Questo è vero,» disse l'Omino. «Ma non li abbiamo visti neppure iniziare un movimento… sono semplicemente svaniti. E ho una sensazione…»
In quel preciso istante, quando i riverberi gialli e arancione svanirono dalla loro retina, gli studiosi dei dischi volanti cominciarono a rendersi conto, uno per uno, che erano in piedi, immobili, nell'oscurità totale. Hunter aveva spento il motore della Corvette. Dietro di lui, udì spegnersi il motore del camion. A gruppi di due e tre le stelle cominciarono ad ammiccare nel cielo nero… le vecchie stelle familiari, che il cielo grigio e d'ardesia aveva mascherato per tre notti.
Don e Paul guardarono, attraverso lo schermo visore del Baba Yaga, i vuoti campi di stelle, e i raggi laser azzurri e viola che si allontanavano in linea retta, strisciando verso l'infinito.
Erano entrambi legati ai sedili antigravitazionali. Paul teneva premuto sulla guancia un fazzoletto rosso in più punti. Don osservava il quadro di comando, e l'immagine verde del radar, i cui segnali rimbalzavano dalla California Meridionale e dal Pacifico. Benché soltanto una lievissima traccia dell'atmosfera della Terra fosse sotto di loro, lui aveva già compiuto una volta la manovra di frenaggio, soprattutto per assicurarsi che il motore principale si sarebbe acceso nel momento critico.
«Be', se ne sono andati,» disse Don.
«Nella bufera,» finì per lui Paul. «Il Vagabondo era già un relitto.»
«Non si può chiamare relitto un oggetto capace di immergersi nell'iperspazio,» gli assicurò Don, in tono allegro. Le stelle cominciarono a strisciare attraverso lo schermo, e Don accese per un secondo i razzi stabilizzatori, e le immagini si fermarono.
«Forse il Vagabondo sarà portato alla deriva nell'iperspazio in un altro cosmo,» mormorò pensieroso Paul. «Forse è questa la sua strada; non cercare di aprirsi un varco a forza, ma lasciarsi andare alla deriva, come una nave in avaria nelle correnti dell'iperspazio, arrendersi alla tempesta.»
Don gli lanciò un'occhiata acuta:
«Lei ti ha detto molte cose, vero? Chissà se è ritornata a bordo in tempo.»
«Naturalmente,» disse Paul, in fretta. «Credo che anche quelle piccole astronavi possano muoversi alla velocità della luce, o superarla.»
«È stato un bel graffio, quello che ti ha dato,» fece notare Don, casualmente, affrettandosi però ad aggiungere, «Io non ho avuto nessun grande romanzo d'amore, lassù.» Accese di nuovo i razzi stabilizzatori, e corrugò la fronte, osservando l'indicatore della temperatura esterna. Continuò, bruscamente: «E non credo che me ne siano rimasti neppure laggiù. Direi che Margo fa sul serio con quel tizio, quell'Hunter.»
Paul si strinse nelle spalle.
«E cosa t'importa? Tu hai sempre amato la solitudine più della gente. Non offenderti… amare se stesso è il principio di tutto l'amore.»
Di nuovo, Don gli lanciò una rapida occhiata.
«Scommetto che tu amavi Margo più di quanto l'amassi io,» disse. «Penso di averlo sempre saputo.»
«Naturalmente,» disse Paul, in tono piatto. «Sarà arrabbiata, perché ho perso Miao.»
Don fece una risatina.
«Quali e quante cose vedrà, quella gattina!» Poi la sua voce cambiò. «Tu volevi andare con Tigerishka, vero? Sei rimasto indietro, per chiederglielo.»
Paul annuì.
«E lei non mi ha voluto, a nessuna condizione. Quando le ho chiesto che cosa sentiva per me, mi ha dato questo.» Premette il fazzoletto sulla guancia che sanguinava ancora.
Don ridacchiò.
«Tu sei goloso di punizioni, eh?» Poi, in tono leggero: «Non so, Paul, ma se io fossi innamorato di una bellissima gatta, quel graffio sarebbe l'unica cosa capace di convincermi del fatto che lei mi ricambiava. Adesso stringi la sbarra… stiamo sorvolando le Cascate del Niagara.»