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— Zio! — rispose Rigo, pensando: Che io sia dannato se lo chiamerò «Prelato». E aggiunse: — Sai che la nostra famiglia non appartiene ai santificati.

— Non ti chiedo di farlo per la Santità, Rigo, bensì proprio per la famiglia: per la tua famiglia, e per tutte le altre famiglie. Io sto morendo, ma non sono importante. Stiamo tutti morendo. — Così dicendo, il vecchio fu scosso da un parossistico accesso di tosse.

Subito la porta fu spalancata: due novizi si precipitarono nella stanza per offrire una tazza al Prelato, e quasi litigarono fra loro, nella smania di essere d’aiuto.

Rigo allungò una mano: — Zio!

I due novizi gli scoccarono un’occhiata fanatica, scostandolo con violenza.

Il vecchio gesticolò debolmente: — Lasciatemi, stupidi. Lasciatemi! — Quindi mormorò, ad occhi quasi chiusi, appena i novizi se ne furono andati con borbottii di riluttanza: — Non ho la forza di spiegare. O’Neil ti dirà tutto. Asino. Non tu: O’Neil. Asino. — Poi, all’accolito: — Non scrivere questo. Conducilo da O’Neil. — Infine si rivolse al nipote: — Ti prego, Rigo.

— Zio!

Radunando tutte le proprie forze e la propria dignità, il vecchio scrutò Rigo con la morte negli occhi: — So che non credi nella Santità. Però credi in Dio, Rigo, dunque, ti prego. Dovete andare: tu, tua moglie e i tuoi figli. Dovete andare tutti, Rigo: per il bene dell’umanità, a causa dei cavalli. — E ricominciò a tossire.

Questa volta l’accesso di tosse non s’interruppe. I novizi tornarono e, con tirannica premura, trasportarono via il vecchio. Rigo rimase seduto a fissare l’accolito incipriato e anonimo. Questi, dopo un momento, si mise a tracolla il corredo clericale e con un cenno invitò il visitatore a seguirlo fuori; poi lo condusse per un corridoio tortuoso fino ad un altro corridoio, più ampio.

— Qual è il tuo nome? — chiese Rigo.

Con voce neutra e monotona, l’accolito rispose: — Noi non ne abbiamo.

— Lascia perdere questa solfa! Qual è il tuo nome?

Le parole dell’accolito caddero così morbide nel silenzio, come pioggia in una piscina: — Rillibee Chime.

— Mio zio sta morendo?

Dopo una breve pausa, Rillibee sussurrò, come se rispondere gli fosse difficile, o proibito: — Si mormora che sia così.

— Di quale malattia soffre?

— Tutti dicono di peste. — Quest’ultima parola giunse come soffocata dall’ira: l’accolito distolse il volto anonimo, e fu squassato in tutta l’anonima persona come se faticasse a respirare. Gli era stato difficile pronunciare quell’ultima parola, poiché essa significava la fine del tempo: forse due anni non gli sarebbero bastati per andarsene da quel luogo.

Ma se era difficile da pronunciare, quella parola era anche insopportabile da udire: — Peste! — ripeté Rigo, in una sorta di grugnito.

In quei giorni, la parola «peste» definiva esclusivamente un orrendo virus de! genere più insidioso, che si manifestava dopo un lungo periodo di incubazione, inducendo il corpo a divorarsi in uno spasmo di odio biologico nei confronti di se stesso. Padre Sandoval aveva insistito per mostrare a Rigo un documentario proibito, girato da un prete ormai defunto in un centro di assistenza dove le vittime della peste erano curate come meglio si poteva e ricevevano il conforto spirituale che desideravano. Mediante il cubo, che non trasmetteva soltanto immagini, ma anche suoni e odori, Rigo aveva visto e udito suo malgrado, disgustato dal fetore, i malati morti o moribondi sulle brande, i corpi mutilati, gli occhi infossati nelle teste che parevano teschi, la tosse straziante.

— Peste — Rigo bisbigliò ancora.

Si diceva che la peste, di cui non si conosceva l’origine, avesse covato per decenni prima di esplodere e diffondersi da un pianeta all’altro, sconfiggendo ogni tentativo di debellarla. Gli scienziati erano riusciti ad isolare il virus, ma non erano in grado di annientarlo una volta che aveva invaso gli ospiti umani. Se ne parlava da vent’anni, e se davvero si trattava di una pestilenza, ormai le vittime dovevano essere bilioni. Tuttavia si trattava soltanto di voci, perché la Santità negava l’esistenza della peste, e quello che era negato dalla Santità lo era anche da tutti i mondi abitati dall’umanità.

— Dunque mio zio ha la peste? — domandò Roderigo.

— Fino ad oggi, non sapevo che il Prelato fosse vostro zio. — L’accolito si volse a scrutare il visitatore con sguardo improvvisamente umano: — Non dovrei dirvi neppure una parola, signore. Vi prego, non dite loro che vi ho parlato. Ecco, siamo arrivati all’ufficio del Ministro Divisionario delle Missioni, signore. Se avete domande, dovete porle al Ministro Divisionario in persona: Sender O’Neil. — Ciò detto, Rillibee si allontanò, scomparendo fra gli accoliti anonimi che andavano e venivano senza posa. Alla svolta del corridoio, però, si volse a fissare Roderigo Yrarier, il quale era rimasto immobile dinanzi alla porta, con gli occhi fissi al pavimento e una espressione di ripugnanza sul volto.

— Quell’accolito deve imparare ad essere più disciplinato — commentò uno di coloro che spiavano Rillibee. — Guarda com’è rimasto là ad osservare. — Egli stesso, con occhi miopi, osservava da una porta socchiusa, appoggiato alla parete con una mano tremante, cosparsa di macchie senili.

— È soltanto curioso, Hallers — rispose colui che si trovava alle sue spalle. — Credi che gli capiti spesso di vedere qualcuno che non sia un santificato? Chiudi la porta, adesso. Hai capito cos’ha detto il vecchio?

— Il Prelato? Ha detto che suo nipote, a causa dei cavalli, ha una possibilità di scoprire quel che ci occorre sapere.

— E credi che Yrarier riuscirà?

— Be’, Cory, non sembra anche a te che sia un tipo molto appariscente, bello, con tutti quei capelli neri, la carnagione pallida, e le labbra così rosse? Suppongo che abbia ottime possibilità di riuscire.

Giacché non era mai stato un tipo appariscente né bello, e spesso se ne era rammaricato, Cory fece una smorfia: ormai era soltanto vecchio, coi capelli radi che gli cadevano come frange intorno alle orecchie, e ragnatele di rughe intorno agli occhi. — Sembra più appariscente che intelligente — dichiarò — ma spero che abbia successo. Abbiamo bisogno che la sua missione riesca, Hallers: è necessario per noi.

— Non c’è bisogno che tu me lo dica, Cory. Se non troveremo al più presto una cura, moriremo tutti.

Seguì una pausa silenziosa, durante la quale Cory, osservato da Hallers, rimase a fissare il pavimento con espressione pensierosa: — Anche se la troveremo molto presto — affermò infine — credo che converrà lasciare la peste, su certi mondi.

Titubante, Hallers si accostò a colui che gli era amico da tutta la vita, e rispose, con espressione confusa: — Non capisco cosa intendi dire.

— È semplice, Hallers: supponiamo di trovare la cura domani. Perché dovremmo salvare tutti? I migliori naturalmente sì, ma perché preoccuparci degli altri? Ad esempio, perché dovremmo preoccuparci di certi mondi?

Di nuovo il silenzio si diffuse nella stanza, mentre Cory Strange osservava la reazione di Hallers, il quale lo fissava, sconvolto. Sulle prime, lo stesso Cory era rimasto sconvolto da quell’idea, ma poi si era reso conto del beneficio che ne avrebbe tratto la Santità.

— E tu lasceresti perire le popolazioni di interi mondi?

Con affettazione, Cory scrollò le spalle, e trasalì a causa di un improvviso dolore artritico: — Credo che la Santità ne trarrebbe beneficio, alla lunga. L’umanità è già troppo diffusa. L’esplorazione spaziale continua, benché la Santità abbia fatto tutto il possibile per bloccarla. Più o meno furtivamente, un gruppo si reca su un pianeta, un altro gruppo su un altro, e così sorgono ovunque piccoli mondi di frontiera. E quali sono le conseguenze? Consideriamo per esempio un luogo come Shafne, dove non possiamo neppure inserirci stabilmente! No, l’umanità si è talmente sparsa, che non possiamo più controllarla perfettamente.