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«Suppongo che il trasmettitore si sia posato in cima a una montagna, e che la nostra sonda stia adesso scendendo in una valle» disse Feth, senza distogliere gli occhi dal suo lavoro.

«Ne sono convinto anch’io» rispose Ken. «Abbiamo sempre pensato che questa zona si trovasse in una parte piuttosto accidentata del pianeta. E la cosa mi pare positiva: corriamo meno rischi di essere visti da lontano. Ma che cosa succede? Non siete ancora riuscito a toccare terra?»

L’altimetro aveva raggiunto lo zero, ma la discesa continuava lo stesso. Negli ultimi secondi si erano uditi dei deboli fruscii, che adesso erano stati sostituiti da forti rumori di oggetti spezzati o strappati. La discesa infine si arrestò: a quanto pareva, la sonda aveva trovato un ostacolo sufficiente a riflettere le onde radar e a reggere il suo peso. Ma quando Allmer provò ad applicare un po di spinta diretta verso il basso, le lacerazioni e i crepitii continuarono per alcuni momenti. Alla fine, comunque, tutto terminò: sia il movimento, sia il rumore, anche quando Allmer provò a raddoppiare e a quadruplicare per la durata di parecchi secondi la spinta verso il basso. Tolse l’alimentazione al motore e si rivolse a Ken, con un gesto equivalente a un’alzata di spalle.

«Pare che abbia toccato il suolo, anche se non so fino a che punto lo si possa chiamare suolo… e cioè come quello che conosciamo noi. Comunque, non sembra che si possa scendere più in basso. Questo è l’interruttore per l’apertura del portello, nel caso non lo sapeste. Adesso, fate voi, e spero che non vi dia fastidio se resto qui a guardare. Penso che tra poco avremo qui anche il padrone; a questo punto dovrebbe già essere entrata in orbita anche la sua sonda.»

«Certo, restate qui con me. Sono lieto che mi diate una mano. Forse ci sarà bisogno di spostare la sonda, ma per ora non posso dirlo.» Così dicendo, aprì il portello e vide con soddisfazione la lancetta del manometro salire con un balzo fino a una pressione pari a due terzi di quella normale di Sarr. Nello stesso istante, la temperatura della fornace del titanio, che era ancora elevata, si mise spontaneamente a salire: a quanto pareva, la maggiore densità atmosferica era in grado di far fronte al piccolo raffreddamento che si era prodotto. Il metallo bruciava. Ken si affrettò a chiudere il portello.

La temperatura salì ancora un poco, mentre l’intensità luminosa all’interno del compartimento di carico si mantenne a un valore che sarebbe stato in grado di abbagliare perfino degli occhi abituati al forte sole di Sarr. Le informazioni più interessanti giungevano però dal manometro: e Ken continuava a tenere gli occhi fissi sullo strumento.

Per quasi venti secondi la reazione continuò senza diminuire d’intensità; poi cominciò a indebolirsi, e dopo altri dieci secondi la temperatura prese di nuovo a scendere. Il motivo era evidente; la pressione era scesa a meno del due per cento del suo precedente valore. Non rimaneva più niente che potesse alimentare la reazione.

Dal suo diaframma sonoro, Ken emise il basso ronzio che era l’equivalente sarriano di un fischio di sorpresa.

«Sapevo che il titanio allo stato liquido reagisce con la nostra atmosfera fino a consumarsi completamente, ma non pensavo che potesse farlo anche sul Pianeta Tre. Vedo però che mi sbagliavo: mi aspettavo una miscela di composti che avrebbero richiesto un forte calore di formazione, tale da impedire una simile reazione. Però, suppongo che alla temperatura di quel pianeta, non abbiano bisogno di essere molto stabili dal nostro punto di vista…» Lasciò cadere il discorso.

«La cosa non ha molto significato per me, ma il campione si è certamente bruciato» commentò Allmer. E aggiunse: «E gli altri campioni? Intendete compiere gli esperimenti subito, oppure aspettare che si siano raffreddati fino alla temperatura normale del pianeta?» Prima che riuscisse a rispondere, Ken scorse l’indicazione di un altro strumento.

«Ehi… chi ha acceso il sodio?» chiese, senza rispondere alla domanda di Allmer. «Adesso si sta raffreddando, ma anch’esso deve avere continuato a bruciare per qualche tempo, finché c’è stata dell’aria.» Facciamone entrare dell’altra, e vediamo «proseguì Ken spostando l’apposita leva. Si udì lo schiocco dell’aria che si precipitava all’interno della sonda, in cui c’era quasi il vuoto assoluto. Il sodio continuò a raffreddarsi.»

«Può darsi che si sia incendiato a causa di una scintilla uscita dal cilindro del titanio» disse Allmer. Senza rispondere, Ken chiuse nuovamente il portello e cominciò a riscaldare il contenitore del sodio. A quanto vide, l’ipotesi di Feth non era molto lontana dalla verità; fu sufficiente una piccola aggiunta di calore perché il metallo prendesse fuoco. Questa volta, la reazione si arrestò quando la pressione diminuì del quindici per cento. Poi il portello venne riaperto, e un’altra piccola dose di calore artificiale riaccese la reazione, che questa volta continuò, finché tutto il sodio non si fu consumato.

«Voglio avere molto materiale su cui lavorare, quando la sonda sarà di ritorno» spiegò Ken. «Non sono il miglior chimico analista della galassia.»

Il crogiolo di polvere di carbonio fornì dei risultati imprevisti. Accadde certamente qualcosa, poiché la temperatura del materiale non solo si conservò per qualche tempo, anche dopo l’interruzione della corrente di riscaldamento, ma addirittura aumentò; eppure non ci fu alcun segno di consumo o di produzione di gas nella camera chiusa. Sia Ken che Feth erano leggermente sorpresi.

Il primo, in risposta a un’occhiata del meccanico, carica di perplessità, disse che il fatto doveva essere importante, ma non seppe darne alcuna spiegazione.

Uno alla volta, vennero messi alla prova anche i campioni di ferro, stagno, piombo e oro. Nessuno di essi parve reagire intensamente con quella particolare atmosfera, a nessuna temperatura, con la possibile eccezione del ferro; nel suo caso, la caduta di pressione era troppo piccola perché la si potesse misurare, poiché il riscaldamento aveva portato un aumento di pressione di cui occorreva tenere conto. Il magnesio si comportava allo stesso modo del sodio, e bruciava con una luminosità superiore a quella del titanio.

Anche in questo caso, Ken decise di consumare tutto il metallo riaccendendolo con il portello aperto; e fu così che il programma dei test subì una brusca interruzione.

Entrambi i sarriani sapevano perfettamente che dal portello aperto usciva una lama di luce che disturbava l’oscurità esterna, ma avevano cessato di preoccuparsi della cosa; era già avvenuta per il sodio in fiamme, anche se forse in quel caso l’illuminazione era stata minore; e quando avevano esposto all’atmosfera i campioni di ferro e d’oro, la temperatura a cui li avevano riscaldati li aveva resi luminosi. Ormai, Ken e Feth non si preoccupavano di essere visti; era già passata almeno un’ora da quando la sonda aveva toccato terra, perché tra un test e l’altro avevano aspettato che il vano si raffreddasse, e non c’erano indicazioni che la presenza della sonda fosse stata notata. Ken si era scordato degli strani fenomeni accaduti durante la discesa.

La possibilità gli ritornò all’improvviso alla mente quando riscaldò il campione di magnesio. Quando la fotocellula comunicò che la combustione era ricominciata, dall’altoparlante collocato al di sopra del pannello di comando proruppe un suono acuto che echeggiò in tutta la nave. Né Ken né Feth ebbero bisogno che gli fosse spiegata l’origine di quel suono; nelle registrazioni, entrambi avevano ascoltato la voce dell’indigeno del Terzo Pianeta che si era imbattuto originariamente nella sonda.

Per un istante, tutt’e due rimasero immobili sulle loro spalliere, ed esplorarono mentalmente le possibilità della nuova situazione. Feth fece per spostare l’interruttore che riaccendeva i motori, ma, con uno schiocco dei tentacoli, Ken lo fermò.