Drai glielo disse per radio, e Ken rispose: «Ditemi se le impronte cessano: può darsi che si tratti di un posto dove questo materiale è abbastanza spesso per raccoglierlo. Vorrei dargli un’occhiata prima che evapori. In questo momento non so ancora di che materiale si tratti, e senza qualche dato non posso neppure fare delle supposizioni.»
«La scia comincia ad assottigliarsi, adesso; ci sono delle macchie distinte tra loro, che corrispondono alla forma dei vostri piedi, invece delle grosse aree circolari unite tra loro che si vedevano prima. Ancora qualche altro passo, e dovreste farcela.»
Qualche altro passo, e infatti ce la fece. Prima che Ken giungesse al centro della zona bianca, Drai riferì che non lasciava più una scia dietro di sé. Si affrettò a fermarsi, si appoggiò sul sostegno posteriore della tuta come aveva già fatto in precedenza, e raccolse una buona manciata della sostanza evanescente. Questa volta non c’era sabbia: il materiale era spesso alcuni centimetri. La massa che raccolse sul suo manipolatore cominciò immediatamente a ridursi, ma non così rapidamente da impedirgli di darle una buona occhiata.
Era cristallina, milioni di minuscole sfaccettature che riflettevano la debole luce del sole; ma i singoli cristalli erano troppo piccoli per permettergli di determinare che forma avessero. La sostanza sparì prima che avesse la possibilità di esaminarla in modo esauriente, ma era poco probabile che riuscisse a osservarla meglio. Occorreva procurarsene un campione… e analizzarlo. Gli pareva di conoscere il modo per farlo, ma erano necessari alcuni attenti preparativi. Lo annunciò per radio ai compagni, e si preparò a fare ritorno alla nave.
Forse, a causa della posizione seduta in cui era rimasto fino a quel momento, i suoi piedi non erano stati a contatto con l’armatura; forse, tutto preso dal suo interesse per le cose che lo circondavano, non si era accorto di quanto succedeva. Qualunque ne fosse la causa, soltanto quando si alzò in piedi sentì un’acuta lama di freddo che lo trafiggeva dai piedi al cervello. Per un attimo si appoggiò di nuovo al sostegno, per staccare i piedi dal morso di quello che, in teoria, doveva essere materiale isolante; poi capì che le cose, ad attendere, non potevano che peggiorare, e si spronò ad agire.
Trattenendo a fatica un gemito di dolore, tese ogni muscolo per riportare fino al portello della nave l’ingombrante massa metallica; e nonostante il male, nella sua mente dominava un solo pensiero: niente di strano che la scia fosse diventata più sottile; gli stivali della sua armatura dovevano trovarsi a una temperatura non molto diversa da quella dell’ambiente circostante.
Un gradiente di temperatura da cinquecento gradi sopra zero a cinquanta sotto zero era effettivamente eccessivo, per poco più di sette centimetri di acciaio, spazio vuoto, tubi di riscaldamento e fibra isolante, anche se la parte a temperatura più alta poteva approfittare di una robusta fonte di calore che la alimentava.
Il dolore diminuì, man mano che si avvicinò al portello, ma la cosa non riuscì affatto a rallegrarlo; anzi lo spaventò. Se avesse perso il controllo dei piedi, sarebbe morto sotto gli occhi dell’equipaggio della Karella, perché a bordo non c’era un’altra tuta corazzata speciale da indossare per venire a prenderlo.
Adesso aveva freddo anche in faccia: evidentemente perdeva per irradiazione anche attraverso il cristallo speciale della piastra visiva. Sentiva il freddo anche alla punta dei tentacoli, ma non così pungente come in altre parti del corpo; nel caso dei tentacoli era aiutato dal fatto che la mortale sostanza bianca aveva toccato soltanto i manipolatori, a una decina di centimetri di distanza dalle parti «abitate» della manica.
Raggiunse il limite dell’area mortale, e vide che tra lui e il portello rimanevano soltanto trenta metri di terreno spoglio. Anche quel terreno era freddo. Doveva trovarsi alla stessa temperatura di tutto il resto dell’area, ma almeno non sembrava capace di risucchiare il calore. Il portello della camera di decompressione era aperto come lui l’aveva lasciato: una caverna di metallo che sembrava farsi sempre più lontana a ogni passo. Ken aveva tutta la gamba intorpidita al di sotto dell’articolazione più bassa; per la prima volta ringraziò la rigidità delle gambe dell’armatura, che le rendeva simili a trampoli, perché era soltanto grazie a essa che riusciva a controllare i piedi. Una volta, inciampò, ed ebbe il tempo di chiedersi se sarebbe mai riuscito a sollevare tutta quella sua mole; poi riuscì a rimettersi in piedi in qualche modo: non venne mai a sapere come, e nessuno dall’astronave fu in grado di dirglielo, ma riprese a camminare barcollando in direzione del portello. Ancora dieci metri… cinque… due… e con un sordo rumore metallico urtò contro lo scafo della Karella.
Un altro passo e fu all’interno della camera di decompressione. Due, e si tolse dalla traiettoria del massiccio battente del portello. Con fretta, freneticamente, sferrò un colpo, con il braccio dell’armatura, alla leva che lo faceva chiudere. La colpì; la colpì con tale forza da piegarla, ma il circuito si chiuse e il portello, dietro di lui, si serrò con un tonfo: il suono dell’urto gli venne trasmesso dal metallo del pavimento e della tuta.
E infine giunse l’aria, automaticamente, che si riversò nella camera di decompressione, condensandosi sul torso della sua armatura, gelando sulle estremità fino a diventare una crosta gialla. Quando la pressione fu risalita, il portello che dava accesso all’interno della nave si spalancò, rivelando le figure di Drai e di Ordon Lee ferme nel corridoio. Il primo rabbrividì sotto il soffio di aria gelida che usciva dalla camera di decompressione, e fece un passo indietro; ma il pilota, dando prova di prontezza di riflessi, corse a un armadietto poco lontano e prelevò una saldatrice a fiamma. Puntando la fiamma davanti a sé, si avvicinò con cautela a Ken.
La crosta di solfo si vaporizzò istantaneamente quando venne sfiorata dalla fiamma, ma si riformò altrettanto rapidamente non appena la fiamma si spostò su un altro punto. Passarono lunghi secondi prima che il metallo fosse abbastanza caldo da rimanere libero da gocce di solfo, e ne passarono ancora altri prima che lo si potesse toccare per estrarre Ken, che era quasi in stato d’incoscienza. Dovettero poi passare molti minuti prima che gli sparisse dalle membra il dolore pulsante che provava, e prima che potesse riprendere a parlare coerentemente, ma alla fine si rasserenò alla constatazione di non avere subito danni permanenti. Non si era procurato nessun congelamento, anche se a giudicare dal colore della sua pelle c’era arrivato pericolosamente vicino.
Drai e Lee, stupiti e inorriditi dei risultati di quella breve uscita, rimasero ancor più stupiti e inorriditi quando udirono che progettava di uscire ancora. Lo stesso Drai, per quanto desiderasse ottenere informazioni utili, fece un tentativo, anche se senza impegno eccessivo, di dissuaderlo dall’impresa. Ken non si lasciò dissuadere, e il suo datore di lavoro non ebbe grandi difficoltà a consolarsi. Dopotutto, la pelle era quella di Ken e non la sua.
Ken aveva seguito il consiglio di Drai di portare sulla nave quello che pensava che gli potesse occorrere, e passò qualche tempo a cercare tra le pile di materiale prelevato nel laboratorio di Mercurio. Parve soddisfatto di ciò che trovò, e fece alcuni preparativi assai accurati che comprendevano alcune pesate molto precise. A questo punto, portò nella cabina di decompressione una certa quantità di attrezzature, e infine tornò a infilarsi la tuta corazzata. Ordon Lee l’osservava palesemente ammirato.
Dall’oblò della cabina di comando, Drai e il pilota sorvegliarono il rapido tragitto di Ken fino alla scena dei suoi guai precedenti. Ken seguì la scia che lui stesso aveva lasciato e che era ancora chiaramente visibile, ed evitò accuratamente di toccare con qualche parte dell’armatura la sostanza bianca. Giunto al punto dove i suoi stivali, ormai freddi, non erano riusciti a fondere la misteriosa sostanza fino a raggiungere il livello del terreno, si fermò.