«Va bene. Per qualche tempo giocheremo con le carte che sono in tavola. Andiamo.»
Mezz’ora più tardi, la Karella si tuffava nel gelido buio.
Pressappoco nello stesso tempo, Roger Wing cominciò a sentire freddo anche lui, e decise di rinunciare, per quella notte, alla guardia. Cominciava a sentirsi un po scoraggiato, e rientrando poco più tardi nella sua stanza da letto, per la via della finestra e fra elaborate precauzioni di silenzio, e nascondendo sotto il letto la corda, si chiese seriamente se fosse il caso di continuare la vigilanza. Forse lo strano visitatore non sarebbe mai più ritornato, e se avesse ancora aspettato a parlarne al padre, sarebbe stato più difficile portargli qualche prova concreta di ciò che era successo.
Si addormentò senza risolvere il problema… all’incirca nel momento in cui la sonda che provava le tute entrava nell’atmosfera, qualche chilometro sopra di lui.
13
La Karella era sospesa in orbita, immersa nell’ombra della Terra, molto al di là delle ultime tracce dell’atmosfera. La bussola sferica indicava una direzione che sarebbe stata quella del filo a piombo se ci fosse stata gravità. Ordon Lee era occupato a leggere, e dava automaticamente un’occhiata al suo amato quadro di comando ogni volta che una spia luminosa si metteva a lampeggiare: cosa che accadeva spesso, poiché Ken e Feth svolgevano i test delle tute corazzate con una tecnica da catena di montaggio.
Una delle tute era già ritornata ed era stata controllata; Feth si trovava all’interno della camera di decompressione, il cui portello esterno era aperto, e indossava una normale tuta spaziale. Era intento a staccare dalla sonda la seconda corazza e a mettere al suo posto la terza. Si teneva in contatto radio con Ken, che era all’interno della nave, davanti al quadro di comando delle sonde. Lo scienziato teneva la sonda, come meglio poteva, parzialmente all’interno della camera di decompressione, che però non era fatta per quel tipo di manovre e che non era abbastanza grande per l’intera lunghezza del proiettile. Anche Feth aveva i suoi guai a causa di questo, e la spia che segnalava che il portello era ingombro, sul quadro di comando di Lee, lampeggiava freneticamente.
Quando la sonda si tuffò ancora una volta verso la buia superficie sottostante, le cose si tranquillizzarono per qualche tempo… ma solo per qualche tempo. Feth portò all’interno della nave la seconda tuta, e dovette chiudere il portello esterno per farlo, cosa questa che diede origine a uri nuovo spiegamento di luci colorate che disturbarono le letture del pilota. Poi rimase soltanto la spia che segnalava la distanza della sonda e che diventava sempre più debole, e il compito di dover badare a due cose nello stesso tempo passò a Ken. Doveva rimanere al suo quadro di comando, ma cercò disperatamente di vedere cosa facesse Feth.
Ken sapeva già che la prima delle tute si poteva indossare: la sua temperatura interna era scesa solamente di una quarantina di gradi, cifra che rappresentava una perdita di calore perfettamente sopportabile dal suo metabolismo; inoltre, il sistema di riscaldamento era stato regolato da Feth sul minimo, in modo da poter misurare le perdite di calore. Una volta regolato il riscaldamento sui valori normali, Ken doveva trovarsi a proprio agio sul Pianeta dei Ghiacci: almeno, quanto lo poteva essere una persona che si portava addosso settanta chili di metallo.
Saputo questo, la seconda tuta, che in quel momento veniva controllata da Feth, non destava in lui eccessive preoccupazioni; ma si accorse di non riuscire a dedicare molta attenzione al lavoro che stava svolgendo. Rimase un poco stupito quando udì suonare un segnale posto sul quadro di comando della sonda: il segnale indicava che la sonda era sottoposta a una pressione esterna. Ken non aveva ridotto la velocità, ed era ben lontano dai margini di sicurezza, cosicché, per qualche minuto, ebbe molto da fare; e quando finalmente la sonda giunse a terra… senza niente di rotto, si augurò Ken… Feth aveva terminato i suoi controlli. Adesso le tute utilizzabili erano due.
Questo tolse di mente a scienziato e meccanico la principale delle loro preoccupazioni, e non se la presero quando la terza tuta fallì la prova. Ken sospettava quale potesse essere il motivo: Feth aveva trovato che le perdite si erano verificate in corrispondenza delle articolazioni del ginocchio e del «gomito», due punti che dovevano essere stati messi sotto forte sforzo durante le manovre di accelerazione. Non parlò di questa sua ipotesi, e Feth non fece domande. Ma Ken aveva l’inquietante impressione che il meccanico, con le sue strane conoscenze di chimica e di fisica, fosse perfettamente in grado di capire da solo com’erano andate le cose.
Questa preoccupazione, ammesso che così la si potesse chiamare, sparì comunque subito nell’agitazione degli ultimi preparativi per la discesa. Ordon Lee si rifiutò decisamente di abbassare la sua astronave per farla entrare nell’atmosfera della Terra, da lui ritenuta un pericoloso assorbitore di calore, anche dopo il ritorno di due delle tute; di conseguenza, Ken fu costretto a scendere nello stesso modo in cui erano scese le tute vuote, ossia appeso a una sonda. Occorreva però spostare gli attacchi in modo che lo stesso Ken fosse in grado di staccarsi dalla sonda da solo, e questo richiese un po di tempo. Ken consumò un buon pasto, e prese l’inconsueta precauzione di bere. Di solito, i sarriani metabolizzavano nei propri tessuti tutto il liquido loro occorrente.
Forse lo scienziato ebbe dei dubbi, infilandosi nella massa metallica che nelle prossime ore doveva essere la sua unica difesa nei riguardi del più orrendo ambiente che poteva immaginare, ma il suo orgoglio non gli permise di mostrarli. Non fece commenti mentre Feth collocava attentamente al suo posto la parte più alta della tuta… in quelle tute si entrava dalla cima… e mentre ascoltava con un minuscolo stetoscopio il funzionamento delle pompe che facevano circolare il liquido di riscaldamento.
Poi, soddisfatto, il meccanico rivolse un cenno d’assenso allo scienziato chiuso nell’armatura; Ken si afferrò a un corrimano con uno dei suoi manipolatori, e così spinse in direzione del portello quella sorta di carro armato che indossava. Dovette attendere nel corridoio mentre Feth tornava a indossare la tuta leggera, e poi all’interno della camera di decompressione, pazientemente, mentre Feth legava l’armatura alla parte esterna della sonda. Lee si era finalmente deciso a dare loro una mano, e pilotava la sonda in modo da farla rimanere all’interno della camera di decompressione nonostante la spinta dei repulsori di meteore, che non aveva voluto spegnere neppure per un istante.
Anche dopo che il portello esterno fu chiuso tra lui e il resto dello spazio abitabile entro centinaia di milioni di chilometri, Ken riuscì a mantenere l’autocontrollo. Fortunatamente, ormai si era abituato all’assenza di peso: una sensazione che aveva gravi effetti mentali su molte persone. E non gli dava fastidio neppure il vuoto dello spazio che lo circondava, poiché riusciva a distinguere un numero di oggetti sufficiente a orientarlo. Le stelle visibili da quel sistema erano quasi altrettanto numerose quanto quelle che poteva vedere dal suo pianeta natale, poiché duecento parsec significano poco, rispetto alle dimensioni della galassia.
Infatti, conservò la calma finché anche gli occhi, oltre al senso di equilibrio, non gli dissero che stava cadendo. La Karella era ormai svanita da tempo dietro, o sopra, di lui. Il sole era pressappoco nella stessa direzione, poiché non c’era stato bisogno di discussioni per decidere di scendere nella zona illuminata del pianeta. Era stata invece necessaria una lunga discussione prima di scegliere il solito vecchio punto di atterraggio: Ken, naturalmente, voleva vedere gli indigeni, ma anche la sua curiosità scientifica era disposta ad arrendersi di fronte alle considerazioni dettate dalla cautela.