Il generale Kazim, nel lussuoso comfort dell’elicottero, guardava la scena dall’alto mentre il pilota raggiungeva e superava un lungo convoglio di vagoni sigillati per il trasporto di rifiuti tossici, trainato da due motrici diesel. Il treno era diretto verso la Mauritania, dopo aver vuotato il suo carico mortale.
Il generale sorrise subdolamente, distolse lo sguardo dal treno e fece un cenno allo steward che gli riempì di nuovo il bicchiere di champagne e gli porse un vassoio di hors d’œuvres.
I francesi, pensò Kazim, non restavano mai a corto di champagne, tartufi e pâté. Li considerava una razza piuttosto ottusa che aveva cercato, senza troppa convinzione però, di costruire e mantenere un impero. La maggioranza della popolazione doveva aver sospirato di sollievo quando era stata costretta a rinunciare ai suoi avamposti in Africa e in Estremo Oriente. In fondo lo irritava che i francesi non fossero spariti completamente dal Mali. Anche se, nel 1960, avevano tagliato il guinzaglio, la loro influenza e il dominio sull’economia erano rimasti intatti: i francesi esercitavano un controllo foltissimo sulla maggior parte delle attività minerarie e industriali, sui trasporti e sull’energia. Molti uomini d’affari francesi prevedevano di fare buoni investimenti e acquistavano cospicue partecipazioni nelle iniziative maliane. Ma nessuno aveva affondato il badile nelle sabbie del Sahara più profondamente di Yves Massarde.
Massarde, che un tempo era stato il mago delle rappresentanze commerciali dell’Oltremare francese, si era creato una nicchia molto redditizia sfruttando i suoi contatti e la sua influenza per impadronirsi delle società più malandate dell’Africa occidentale. Era un negoziatore abile e duro che usava metodi da tagliagola; a quanto si diceva, non era alieno dal ricorrere alle tattiche più brutali per concludere un affare. Si calcolava che la sua ricchezza ammontasse a due o forse tre miliardi di dollari, e il progetto per lo smaltimento dei rifiuti tossici a Fort Foureau nel Sahara era la colonna portante del suo impero.
L’elicottero arrivò sopra l’immenso complesso, e il pilota girò intorno al perimetro perché Kazim potesse osservare dall’alto gli impianti di smaltimento di rifiuti tossici e la sterminata distesa degli specchi parabolici che raccoglievano l’energia solare e la convogliavano nei ricevitori, creando sessantamila incredibili soli con temperature che salivano fino a 5000 gradi centigradi. L’energia fotonica surriscaldata veniva poi diretta ai reattori fotochimici che distruggevano le molecole delle sostanze pericolose.
Il generale aveva visto tutto già diverse volte, e adesso era interessato soprattutto a scegliere un altro bocconcino di pâté di fegato d’oca tartufato. Stava finendo il sesto bicchiere di Veuve Clicquot quando finalmente l’elicottero si posò davanti agli uffici tecnici dell’impianto.
Kazim scese a terra e salutò Félix Verenne, l’assistente personale di Massarde, che attendeva sotto il sole. Era una soddisfazione vedere che il francese soffriva terribilmente il caldo. «Félix, è stato molto gentile a venire a ricevermi», disse mostrando i denti in un sorriso incorniciato dai baffi.
«È stato un viaggio piacevole?» chiese Verenne con aria di sufficienza.
«Il pâté non era all’altezza della fama del suo chef.»
Verenne, un uomo alto e calvo poco oltre la quarantina, ostentò un sorriso per nascondere il disprezzo che provava per Kazim. «Farò in modo che il pâté che le sarà servito durante il volo di ritorno sia degno della sua approvazione.»
«E come sta monsieur Massarde?»
«L’aspetta nella sua suite.»
Verenne si avviò lungo un passaggio coperto da una pensilina ed entrò in una costruzione di vetro nero a tre piani, con gli angoli arrotondati. Attraversarono un atrio di marmo presidiato da una sola guardia del servizio di sicurezza ed entrarono in un ascensore. Le porte si riaprirono in un corridoio dalle pareti a pannelli di tek che conduceva alla suite principale, adibita a residenza e ufficio. Verenne fece entrare Kazim in un piccolo studio lussuosamente arredato e indicò un divano di cuoio Roche Bobois.
«Si accomodi, prego. Monsieur Massarde verrà subito…»
«Félix, sono già qui», disse una voce che proveniva dalla porta di fronte. Massarde si avvicinò a Kazim e l’abbracciò. «Zateb, amico mio, sei stato molto gentile a venire.»
Yves Massarde aveva gli occhi azzurri, le sopracciglia nere e i capelli rossicci, il naso affilato e la mascella squadrata. Era magro, ma aveva un accenno di pancia. Non c’era nulla, in lui, che si armonizzasse veramente. Tuttavia, non era il suo aspetto fisico ciò che restava impresso nella memoria di quanti lo incontravano bensì l’intensità che si irradiava dal suo essere come una scarica di elettricità statica.
Massarde lanciò un’occhiata a Verenne, che annuì, lasciò la stanza senza far rumore e si chiuse la porta alle spalle.
«Dunque, Zateb, i miei agenti al Cairo mi hanno informato che i tuoi non sono riusciti a dissuadere l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal venire a ficcare il naso qui nel Mali.»
«Una circostanza spiacevole.» Kazim scrollò le spalle con indifferenza. «I motivi non sono chiari.»
Massarde fissò duramente il generale. «Secondo i miei informatori, i tuoi sicari sono scomparsi durante un tentativo abortito di uccidere la dottoressa Eva Rojas.»
«Una giusta punizione per la loro inefficienza.»
«Li hai fatti giustiziare?»
«Non tollero insuccessi da parte dei miei», mentì Kazim. Il fatto che i suoi uomini non fossero riusciti a uccidere Eva Rojas e fossero scomparsi in modo così strano lo aveva sconcertato. Per la rabbia, aveva ordinato di uccidere l’ufficiale che aveva progettato l’omicidio, accusando lui e gli altri di non aver eseguito i suoi ordini.
L’immenso potere di Massarde si fondava anche sul suo straordinario acume nel giudicare le personalità altrui. Conosceva abbastanza Kazim per sospettare che stesse alzando una cortina fumogena. «Se abbiamo nemici all’esterno, sarebbe un errore gravissimo ignorarli.»
«È stata una cosa da nulla», rispose Kazim accantonando l’argomento. «Il nostro segreto è ben protetto.»
«Come puoi dire una cosa simile quando fra meno di un’ora un team di esperti dei problemi di contaminazione, inviato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, atterrerà a Gao? Non prendere questa faccenda alla leggera, Zateb. Se accerteranno che la sorgente è qui…»
«Non troveranno altro che sabbia e caldo», l’interruppe Kazim. «Lo sai meglio di me, Yves: ciò che causa la stranissima malattia nei pressi del Niger non può provenire da qui. Non so proprio come il tuo impianto possa essere responsabile dell’inquinamento che si verifica centinaia di chilometri più a sud-est.»
«Questo è vero», disse Massarde in tono pensieroso. «I nostri sistemi di monitoraggio dimostrano che i rifiuti da noi bruciati per salvare le apparenze restano entro i limiti tassativi fissati dagli organi internazionali di controllo.»
«E allora non abbiamo motivo di preoccuparci», commentò Kazim con un moto d’insofferenza.
«Certo, purché le nostre spalle siano ben coperte.»
«Il team dei ricercatori dell’OMS puoi lasciarlo a me.»
«Non intralciarli», raccomandò Massarde.
«Il deserto elimina gli intrusi.»
«Se li uccidessi, il Mali e la Massarde Entreprises rischierebbero grosso. Il capo della missione, il dottor Hopper, ha indetto una conferenza stampa al Cairo e ha sottolineato la mancanza di collaborazione da parte del tuo governo. Poi ha dichiarato ufficialmente che il suo team di ricercatori potrebbe incontrare seri pericoli dopo l’arrivo. Se spargerai le loro ossa nel deserto, amico mio, piomberà qui un esercito di giornalisti e di investigatori dell’ONU.»